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The Ruin of Europe by Joseph Stiglitz

Il 9 Gennaio 2015, l’economista e saggista statunitense (Premio Nobel per l’Economia nel 2001), professore alla Graduate School of Business presso la Columbia University, dalle colonne del prestigioso quotidiano britannico The Guardian condanna apertamente e con fermezza la follia dell’Austerity.

Dietro le fredde statistiche,- scrive Stiglitz- ci sono vite rovinate, sogni infranti e famiglie che vanno in pezzi (o che non si formano) mentre la stagnazione – in alcuni luoghi la depressione – prosegue un anno dietro l’altro. L’Unione Europea ha persone di talento, con elevata istruzione. I suoi paesi membri hanno sistemi giuridici forti e società ben funzionanti. Prima della crisi, aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni posti, la produttività oraria – oppure il tasso di crescita – era tra i più alti al mondo”.

cms_1737/joseph-stiglitz.jpgIl malessere-continua l’economista a stelle e strisce- l’Europa se l’è provocato da sola, a seguito di una sequenza decisioni economiche negative senza precedenti, a cominciare dalla creazione dell’euro. Per quanto concepito per unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa”. Internetional Post propone ai suoi affezionati lettori la lettura integrale del testo pubblicato dal Premio Nobel per l’Economia in versione tradotta in lingua italiana ( a seguire in inglese).

“Finalmente, l’America sta mostrando segni di ripresa dalla crisi che esplose alla fine della amministrazione del Presidente George W. Bush, quando la quasi implosione del suo sistema finanziario inviò onde d’urto in tutto il mondo. Ma non si tratta di una forte ripresa; al massimo, il divario tra dove l’economia dovrebbe essere e dove si trova oggi non si sta allargando. Se si sta chiudendo, lo sta facendo molto lentamente; il danno provocato dalla crisi sembra essere a lungo termine”.

La rovina dell’Europa

D’altronde, potrebbe andar peggio. Dall’altra parte dell’Atlantico, ci sono pochi segni persino di una ripresa modesta del genere di quella statunitense: la differenza tra dove l’Europa è e dove avrebbe dovuto essere in assenza della crisi, continua a crescere. In gran parte dei paesi dell’Unione Europea, il PIL procapite è inferiore a quello che era prima della crisi. Un mezzo decennio perduto si avvia rapidamente a diventare un decennio intero. Dietro le fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni infranti e famiglie che vanno in pezzi (o che non si formano) mentre la stagnazione – in alcuni luoghi la depressione – prosegue un anno dietro l’altro. L’Unione Europea ha persone di talento, con elevata istruzione. I suoi paesi membri hanno sistemi giuridici forti e società ben funzionanti. Prima della crisi, aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni posti, la produttività oraria – oppure il tasso di crescita – era tra i più alti al mondo.

La follia dell’austerità

Ma l’Europa non è una vittima. E’ vero, l’America ha mal condotto la sua economia; ma non si può dire che gli Stati Uniti abbiano agito in modo da far pesare la ricaduta globale della crisi sull’Europa. Il malessere l’Europa se l’è provocato da sola, a seguito di una sequenza decisioni economiche negative senza precedenti, a cominciare dalla creazione dell’euro. Per quanto concepito per unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa; e, in assenza della volontà politica di creare le istituzioni che avrebbero consentito alla valuta unica di funzionare, il danno non viene sbrogliato. L’attuale disordine in parte deriva dall’aver aderito alla fiducia da tempo mal riposta in mercati ben funzionanti, senza imperfezioni di informazioni e di competizione. Anche l’arroganza ha giocato un ruolo. Come altrimenti si spiega il fatto che, anno dopo anno, le previsioni delle conseguenze delle loro politiche da parte dei dirigenti europei siano state costantemente sbagliate?Quelle previsioni erano sbagliate non perché i paesi dell’Unione Europea non sono stati capaici di attuare le politiche prescritte, ma perché i modelli sui quali quelle politiche si basavano erano a tal punto pieni di difetti. In Grecia, ad esempio, le misure intese ad abbassare il peso del debito hanno di fatto lasciato il paese più appesantito di quello che era nel 2010: il rapporto debito-PIL è cresciuto, a seguito dell’impatto brutale della austerità della finanza pubblica sulla produzione. Il Fondo Monetario Internazionale ha, almeno, ammesso questi fallimenti intellettuali e politici.

La scomparsa della democrazia

I dirigenti europei restano convinti che una riforma strutturale deve stare in cima alle loro priorità. Ma i problemi che essi indicano erano visibili negli anni precedenti alla crisi, ed allora non impedivano di crescere. Quello di cui l’Europa ha bisogno, più che di una riforma strutturale all’interno dei singoli paesi, è una riforma della struttura stessa dell’eurozona, ed una inversione delle politiche di austerità, che più di una volta non sono riuscite a riavviare la crescita economica. Coloro che pensavano che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere hanno ripetutamente avuto torto. Ma su una cosa i critici hanno avuto ragione: senza un riforma della struttura dell’eurozona, e senza una inversione dell’austerità, l’Europa non si riprenderà. Il dramma dell’Europa è lungi dall’essere superato. Uno dei punti di forza dell’Unione Europea è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – specialmente nei paesi in crisi – la possibilità di pronunciarsi sui loro destini economici. Ripetutamente gli elettori si sono liberati di coloro che erano in carica, insoddisfatti per l’indirizzo dell’economia – con il risultato di ritrovarsi con nuovi governi che hanno proseguito sullo stesso indirizzo imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino. Ma quanto a lungo si può continuare in questo modo? E come reagiranno gli elettori? Dappertutto in Europa abbiamo constatato l’allarmante crescita dei partiti estremisti e nazionalisti, che si contrappongono ai valori dell’Illuminismo che hanno consentito all’Europa di avere successo. In alcuni luoghi stanno avanzando ampi movimenti separatisti.

La questione greca

Ora la Grecia sta mettendo sul tavolo un’altra prova per l’Europa. Il declino del PIL in Grecia a partire dal 2010 è di gran lunga peggiore di quello con il quale si misurò l’America durante la Grande Depressione degli anni ’30. La disoccupazione giovanile è superiore al 50 per cento. Il Governo del Primo Ministro Samaras ha fallito e adesso, a seguito dell’incapacità del Parlamento a individuare il nuovo Presidente greco, il 25 gennaio saranno tenute elezioni generali anticipate. Il partito di opposizione di sinistra Syriza, che è impegnato a rinegoziare i termini del salvataggio della Grecia da parte dell’Unione Europea, è in testa nei sondaggi. Se Syriza vince ma non prende il potere, una ragione principale sarà la paura della risposta dell’Unione Europea. La paura non è la più nobile delle emozioni, e non fa crescere quel genere di consenso nazionale del quale la Grecia ha bisogno per andare avanti.

Fermare la follia economica europea

Il tema non è la Grecia. E’ l’Europa. Se l’Europa non cambia le sue procedure – se non riforma l’eurozona e non revoca l’austerità – un contraccolpo popolare diventerà inevitabile. La Grecia, in questa occasione, può mantenere la rotta. Ma questa follia economica non può proseguire all’infinito. La democrazia non lo permetterà. Ma quanta sofferenza ancora l’Europa dovrà sopportare prima che sia ripristinata la ragione?”

cms_1737/Bandiera_inglese.jpgAt long last, the United States is showing signs of recovery from the crisis that erupted at the end of President George W. Bush’s administration, when the near-implosion of its financial system sent shock waves around the world. But it is not a strong recovery; at best, the gap between where the economy would have been and where it is today is not widening. If it is closing, it is doing so very slowly; the damage wrought by the crisis appears to be long term.Then again, it could be worse. Across the Atlantic, there are few signs of even a modest US-style recovery: the gap between where Europe is and where it would have been in the absence of the crisis continues to grow. In most European Union countries, per capita GDP is less than it was before the crisis. A lost half-decade is quickly turning into a whole one. Behind the cold statistics, lives are being ruined, dreams are being dashed, and families are falling apart (or not being formed) as stagnation – depression in some places – runs on year after year.The EU has highly talented, highly educated people. Its member countries have strong legal frameworks and well-functioning societies. Before the crisis, most even had well-functioning economies. In some places, productivity per hour – or the rate of its growth – was among the highest in the world.But Europe is not a victim. Yes, America mismanaged its economy; but, no, the US did not somehow manage to impose the brunt of the global fallout on Europe. The EU’s malaise is self-inflicted, owing to an unprecedented succession of bad economic decisions, beginning with the creation of the euro. Though intended to unite Europe, in the end the euro has divided it; and, in the absence of the political will to create the institutions that would enable a single currency to work, the damage is not being undone.The current mess stems partly from adherence to a long-discredited belief in well-functioning markets without imperfections of information and competition. Hubris has also played a role. How else to explain the fact that, year after year, European officials’ forecasts of their policies’ consequences have been consistently wrong?These forecasts have been wrong not because EU countries failed to implement the prescribed policies, but because the models upon which those policies relied were so badly flawed. In Greece, for example, measures intended to lower the debt burden have in fact left the country more burdened than it was in 2010: the debt-to-GDP ratio has increased, owing to the bruising impact of fiscal austerity on output. At least the International Monetary Fund has owned up to these intellectual and policy failures.Europe’s leaders remain convinced that structural reform must be their top priority. But the problems they point to were apparent in the years before the crisis, and they were not stopping growth then. What Europe needs more than structural reform within member countries is reform of the structure of the eurozone itself, and a reversal of austerity policies, which have failed time and again to reignite economic growth. Those who thought that the euro could not survive have been repeatedly proven wrong. But the critics have been right about one thing: unless the structure of the eurozone is reformed, and austerity reversed, Europe will not recover. The drama in Europe is far from over. One of the EU’s strengths is the vitality of its democracies. But the euro took away from citizens – especially in the crisis countries – any say over their economic destiny. Repeatedly, voters have thrown out incumbents, dissatisfied with the direction of the economy – only to have the new government continue on the same course dictated from Brussels, Frankfurt, and Berlin. But for how long can this continue? And how will voters react? Throughout Europe, we have seen the alarming growth of extreme nationalist parties, running counter to the Enlightenment values that have made Europe so successful. In some places, large separatist movements are rising. Now Greece is posing yet another test for Europe. The decline in Greek GDP since 2010 is far worse than that which confronted America during the Great Depression of the 1930s. Youth unemployment is over 50%. Prime Minister Antonis Samaras’s government has failed, and now, owing to the parliament’s inability to choose a new Greek president, an early general election will be held on January 25. The left opposition Syriza party, which is committed to renegotiating the terms of Greece’s EU bailout, is ahead in opinion polls. If Syriza wins but does not take power, a principal reason will be fear of how the EU will respond. Fear is not the noblest of emotions, and it will not give rise to the kind of national consensus that Greece needs in order to move forward. The issue is not Greece. It is Europe. If Europe does not change its ways – if it does not reform the eurozone and repeal austerity – a popular backlash will become inevitable. Greece may stay the course this time. But this economic madness cannot continue forever. Democracy will not permit it. But how much more pain will Europe have to endure before reason is restored?

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Data:

17 Gennaio 2015