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Tregua sullo shutdown

Tregua sullo shutdown

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Tregua sullo shutdown. Il presidente Donald Trump e i leader del Congresso hanno raggiunto un accordo per riaprire il governo, fermo ormai da 35 giorni, e proseguire le trattative sulle richieste del presidente relative ai finanziamenti del muro da costruire al confine con il Messico. Lo shutdown è iniziato dopo il braccio di ferro tra il presidente e l’opposizione democratica, contraria al varo dei finanziamenti per la costruzione del muro.

“Sono molto orgoglioso di annunciare che abbiamo raggiunto un accordo per porre fine allo shutdown e riaprire il governo federale” ha detto Trump, rivolgendosi ai media nel giardino della Casa Bianca. “Come sanno tutti, ho un’opzione alternativa molto potente, ma non ho voluto usarla in questo momento e speriamo non sia necessaria”, ha poi aggiunto, facendo riferimento alla possibilità di dichiarare l’emergenza nazionale per costruire il muro con il Messico.

“Firmerò una legge per riaprire il governo per 3 settimane, fino al 15 febbraio” ha spiegato ancora il presidente, auspicando che nelle prossime 3 settimane repubblicani e democratici intensifichino gli sforzi per dialogare sul tema della sicurezza del confine. L’atto cui fa riferimento prevede finanziamenti alle attività federali ma non fondi per il muro. Il provvedimento deve essere approvato da Camera e Senato: il via libera sbloccherà i fondi per le agenzie federali e garantirà il pagamento degli stipendi a circa 800.000 dipendenti pubblici. Fino al 15 febbraio, poi, ci sarà empo per dialogare e cercare un’intesa.

“Nelle prossime 3 settimane mi aspetto che repubblicani e democratici operino in buona fede. E’ un’opportunità per entrambi i partiti di lavorare insieme per il bene della nostra vecchia, meravigliosa nazione. Se troviamo un accordo equilibrato, il popolo americano sarà orgoglioso del suo governo. Dimostreremo di poter mettere il paese davanti ai partiti”, ha proseguito il presidente, soffermandosi sul tema centrale: il muro, ha sottolineato, garantirebbe sicurezza al paese.

“I muri funzionano: ovunque andiate, i muri funzionano. In Israele funziona al 99,9%. Qui non sarà differente”, ha ribadito Trump. “In passato i democratici hanno votato per leggi che prevedevano muri e barriere. I muri che stiamo costruendo non sono medievali, son ’smart’ e efficienti. Sono barriere fatti d’acciaio, garantiscono visibilità da un lato all’altro”, ha detto ancora. “Non abbiamo bisogno di 2.000 miglia di muro di cemento da un mare all’altro, non l’abbiamo mai proposto. Abbiamo strutture naturali ottime, sono già lì da milioni di anni. La nostra proposta prevede barriere in luoghi predeterminati, indicati dalle forze dell’ordine, in punti particolarmente pericolosi”, ha affermato.

Tuttavia, Trump ha avvertito che “se non otteniamo un accordo equo dal Congresso, il 15 febbraio scatterà lo shutdown del governo di nuovo o userò i poteri garantiti dalle leggi e dalla Costituzione per affrontare quest’emergenza”. L’assenza di un’intesa porterà quindi a una nuova paralisi del governo federale o spingerà il presidente a dichiarare l’emergenza nazionale per arrivare alla costruzione del muro senza il via libera del Congresso ai finanziamenti da 5,7 miliardi di dollari chiesti dalla Casa Bianca.

Maduro ’apre’ a Guaidò

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“Se devo incontrare questo ragazzo, lo incontrerò. Se devo incontrarlo alle 3 del mattino, se devo andare nudo, ci andrò”. Nicolas Maduro si esprime così davanti all’ipotesi di dialogare con Juan Guaidò, che si è proclamato presidente ad interim del Venezuela. “Non ho abbandonato il posto e non lo abbandonerò”, dice Maduro. “Sono impegnato nel dialogo nazionale. Oggi, domani, sempre sarò impegnato e pronto per andare dove è necessario. Io, se devo incontrare questo ragazzo, vado…”, aggiunge, pur definendo Guaidò “un burattino” degli Usa.

“Stiamo affrontando, smantellando e sconfiggeremo un colpo di stato che intende intervenire nella vita politica, mettere da parte la sovranità del Venezuela e istituire un regime protetto dagli interessi dell’impero americano e dei suoi alleati nel mondo occidentale” sottolinea Maduro.

Dal canto suo, Guaidò sembra tirare dritto. Dopo essere tornato a parlare in piazza, ha convocato per la settimana prossima “una grande mobilitazione” per chiedere la destituzione di Maduro. “Chiederemo che cessi l’usurpazione, che vi siano un governo di transizione ed elezioni libere”, ha detto il presidente dell’Assemblea Nazionale, giurando come presidente ad interim del Venezuela. Il regime “pensa che il movimento si sgonfierà, che ci stancheremo. Ma qui nessuno si stanca, nessuno si arrende”, ha dichiarato Guaidò parlando a una folla di sostenitori in piazza Bolivar a Caracas. La data della protesta, ha spiegato, verrà resa nota domenica.

Poi, in un messaggio rivolto ai militari, ai quali ha chiesto di schierarsi contro Maduro e cacciare i cubani dalle forze armate, Guaidò ha sottolineato: “E’ venuto il momento di mettersi dalla parte della Costituzione, del popolo del Venezuela”. Quindi ha esortato l’esercito a permettere l’arrivo di aiuti umanitari internazionali, ricordando che gli Stati Uniti hanno offerto aiuti per 20 milioni di dollari.

Guaidò non ha escluso inoltre la possibilità di concedere l’amnistia a Maduro nel caso in cui lasci il potere. In un’intervista via Skype da una località segreta di Caracas alla tv americana in lingua spagnola Univision, a una domanda specifica sull’amnistia, Guaidò ha risposto: “Nei periodi di transizione sono accadute cose simili, non possiamo escludere niente, tuttavia noi dobbiamo essere molto fermi per il futuro, anzitutto per fare fronte all’emergenza umanitaria”. “La nostra sfida – ha sottolineato – è assicurare elezioni libere e vogliamo che ci siano al più presto possibile. Ma viviamo in una dittatura”. In una precedente dichiarazione al Financial Times, Guaidò ha affermato: “Nessuno vuole vivere così, quale che sia la politica, la gente è senza acqua nelle case da cinque o sei mesi, senza medicine, senza denaro sufficiente per comprare da mangiare”.

E mentre il dipartimento di Stato americano ha ordinato al personale diplomatico ’non essenziale’ accreditato in Venezuela di lasciare il Paese, Guaidò ha invitato lo stesso personale consolare venezuelano negli Stati Uniti di rimanere al suo posto, malgrado l’ordine di Maduro di tornare in patria.

La Macedonia cambia nome

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Il parlamento greco ha approvato l’accordo sul cambiamento di nome della Macedonia. Su 300 deputati, 153 hanno votato a favore e 146 contro, approvando così l’intesa di Prespa sul nome di Macedonia del Nord. “Aspettando i prossimi passi procedurali che porteranno verso la piena attuazione dell’accordo” sul nuovo nome della Macedonia, “possiamo già dire che Atene e Skopje hanno scritto, insieme, una nuova pagina del nostro comune destino europeo” affermano il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, la vicepresidente e Alto Rappresentante Federica Mogherini e il commissario all’Allargamento Johannes Hahn.

La ratifica del parlamento di Atene mette fine a una controversia iniziata nel 1991 con l’indipendenza della Macedonia dall’ex Jugoslavia. La Grecia ha sempre considerato il nome del proprio vicino come una rivendicazione nazionalista sulla propria regione omonima, ponendo il veto sull’adesione di Skopje alla Nato e l’Ue. Ora questo veto viene a cadere, aprendo la strada un prossimo ingresso di Skopje nell’Alleanza Atlantica e all’apertura di un processo di adesione all’Unione Europeo.

E’ un voto “storico” ha detto il presidente del parlamento greco, Nikos Voutsis, al termine di un dibattito parlamentare record durato 38 ore, più di qualsiasi discussione sulle misure di austerità. “La Macedonia del Nord che nasce oggi, sarà un paese amico – ha twittato il primo ministro greco Alexis Tsipras – sarà un alleato e un sostenitore della Grecia nei suoi sforzi per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo della regione. Le future generazioni nei due paesi saranno grate ai deputati che hanno coraggiosamente posto le fondamenta per un futuro di pace, solidarietà e armoniosa coesistenza”.

L’accordo di Prespes sul cambiamento di nome della Macedonia è stato fortemente voluto dai leader progressisti di Atene e Skopje, che hanno dovuto superare fortissime resistenze nazionaliste nei due Paesi. La svolta è maturata esattamente un anno fa durante un’incontro fra il primo ministro macedone Zoran Zaev e l’omologo greco Tsipras a margine del World Economic Forum di Davos. E oggi entrambi raccolgono un importante successo, che va nella direzione della stabilizzazione dei Balcani.

Il voto ad Atene arriva dopo che l’11 gennaio il socialdemocratico Zaev è riuscito faticosamente a trovare la maggioranza di due terzi necessaria per cambiare la costituzione e pprovare il nuovo nome, grazie al sostegno del piccolo partito della minoranza albanese Besa all’opposizione. In precedenza un referendum non aveva raggiunto il quorum necessario, ma la maggioranza dei votanti si era pronunciata a favore. In Grecia, il leader di Syriza Tsipras ha messo a rischio la tenuta della sua coalizione con il piccolo partito nazionalista Greci indipendenti, pur di far ratificare l’accordo. Per protesta il leade i questo partito, Pavlos Kammenos, si è dimesso da ministro della Difesa. Tsipras è però sopravvissuto ad un successivo voto di sfiducia e oggi ha incassato la ratifica dell’accordo.

A commentare l’accordo, anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg : “Saluto con favore la ratifica da parte del Parlamento greco oggi dell’accordo di Prespa, un importante contributo alla stabilità e alla prosperità dell’intera regione – scrive su Twitter -. Non vedo l’ora che la futura Repubblica della Macedonia del Nord si unisca alla Nato”.

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26 Gennaio 2019