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Trump-Kim, “il dialogo continua”

Trump-Kim, “il dialogo continua”

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Il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonostante il nulla di fatto al loro secondo vertice ad Hanoi, hanno concordato di continuare il dialogo “per realizzare la denuclearizzazione della penisola coreana e il miglioramento delle relazioni bilaterali”. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale di Pyongyang, KCNA, secondo quanto riporta la sudcoreana Yonhap.

Secondo l’organo ufficiale del regime, i due leader hanno visto il loro secondo summit come “un’opportunità importante” per approfondire il reciproco rispetto e la fiducia e migliorare le relazioni e hanno promesso di incontrarsi nuovamente per discussioni produttive. Trump e Kim “hanno apprezzato il summit come un’importante occasione per approfondire ulteriormente il rispetto reciproco e la fiducia tra i due paesi e migliorare le relazioni ad un nuovo livello”, ha scritto la KCNA, aggiungendo che i due leader “hanno concordato di continuare il dialogo produttivo per i progressi epocali nella denuclearizzazione e nelle relazioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti”.

“Anche se esiste un alto muro di ostilità e di scontro accumulato da 70 anni di relazioni ostili, il leader supremo e il presidente Trump si sono detti sicuri di poter portare un miglioramento epocale nelle relazioni USA-DPRK se si tengono saldamente per mano e si pratica saggezza e pazienza”, ha aggiunto l’agenzia nordcoreana, senza fare alcun riferimento al fatto che il vertice si è concluso senza un accordo o una dichiarazione comune.

LE RAGIONI DEL FALLIMENTO – Poca chiarezza sullo smantellamento del Centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbyon, a un centinaio di chilometri da Pyongyang. Sarebbe stato questo, secondo il segretario di Stato americano Mike Pompeo, il punto che ha fatto arenare il vertice di Hanoi. “Erano piuttosto espansivi rispetto a quello che erano disposti a fare a Yongbyon, ma non c’era ancora completa chiarezza su ciò che erano disposti a offrire”, ha detto Pompeo durante una breve conferenza a Manila. Una versione che “corregge” quella data dall’omologo del Nord, Ri Yong-ho, secondo il quale Pyongyang aveva cercato solo una parziale revoca delle sanzioni e aveva presentato una proposta realistica per gli ingegneri di entrambi i paesi per smantellare tutto il suo principale sito nucleare. Secondo Pompeo, gli Stati Uniti sono comunque “ansiosi di tornare al tavolo per continuare quella conversazione”.

COREA DEL SUD – E all’indomani del fallito vertice, il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, ha fatto sapere che si consulterà con gli Stati Uniti sui progetti economici intercoreani già avviati. In un discorso a Seul in occasione del centenario delle manifestazioni di massa contro il dominio coloniale giapponese, Moon ha rinnovato il suo impegno per riaprire due progetti inter-coreani messi in moto negli scorsi mesi: la regione industriale di Kaesong e la regione turistica di Mount Kumgang. “Ho molta stima per il presidente Trump, che ha espresso il suo impegno per continuare i colloqui”, ha detto Moon, aggiungendo che avrebbe continuato a svolgere il suo ruolo di mediatore tra Pyongyang e Washington. In particolare, Moon ha detto che impiegherà “tutti i mezzi possibili” per assicurare che venga raggiunto un accordo completo nei negoziati sul programma nucleare della Corea del Nord.

Brexit, perché all’Ue non conviene rinviare

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All’Unione Europea non conviene accordare alla Gran Bretagna un rinvio troppo lungo della data di uscita di Londra dall’Ue, ammesso e non concesso che il primo ministro britannico Theresa May lo chieda. Ad illustrare i tanti motivi che sconsigliano ai leader dell’Unione a 27 di concedere ai britannici troppo tempo per risolvere il nodo della Brexit sono Fabian Zuleeg, capo economista dell’Epc, European Policy Centre, un think tank con sede a Bruxelles, e l’analista Larissa Brunner, in un’analisi dedicata alla questione che si porrà probabilmente di qui a fine marzo (“Extending Article 50: One step too far for the EU?”, www.epc.eu).

Il secondo “voto significativo” (“meaningful vote”, come l’ha definito la May) sull’accordo di ritiro, già bocciato una prima volta, avrà luogo alla Camera dei Comuni solo il 12 marzo, a poco più di due settimane dalla data della Brexit, scelta dai britannici quando hanno notificato all’Ue la volontà di recedere dall’Unione (l’uscita scatterà alle ore 24 del 29 marzo ora di Bruxelles, alle 23 ora di Londra). Per gli esperti dell’Epc, più si avvicina il 29 marzo, più “è probabile” che un allungamento del biennio previsto dall’articolo 50 del Tue si renda necessario, per evitare il “caos” di una Brexit senza accordo.

In linea di principio, osserva l’Epc, “è semplice” sostenere la necessità di un breve rinvio “tecnico”, dato che servono diversi provvedimenti di legislazione primaria, e parecchi di legislazione secondaria, per attuare la Brexit, e il Parlamento britannico è in ritardo: sui circa “600” provvedimenti di legislazione secondaria necessari, ne sono stati approvati, al 21 febbraio, solo “192”. Pertanto, “il consensus generale è che un un’estensione tecnica sarebbe piuttosto semplice da concordare”.

Anche se i britannici dovessero decidere di tenere un secondo referendum o nuove elezioni politiche “occorrerebbe più tempo”. Se i Comuni bocceranno ancora l’accordo proposto dalla May, una proroga della Brexit consentirebbe di “guadagnare tempo”, dando spazio al Regno Unito per decidere il da farsi. Anche se la May non ha escluso l’eventualità di chiedere un rinvio, “è tutt’altro che certo” che lo farà, né si sa, nel caso, “quando” lo chiederà, nota l’Epc. Se la May dovesse chiedere un rinvio, è probabile che l’Ue non rifiuterebbe la richiesta, anche per evitare di essere considerata “responsabile” del caos che seguirebbe ad una Brexit ’dura’, ma “un’estensione oltre la data delle elezioni europee (23-26 maggio) sarebbe rischiosa per l’Ue, per diverse ragioni”.

Prima di tutto, spiega l’Epc, perché comporterebbe “quasi certamente” che il Regno Unito, Paese membro, dovrebbe partecipare alle elezioni europee ed eleggere i propri eurodeputati. Il che porrebbe un problema immediato: dei 73 seggi britannici che dovrebbero essere ’liberati’ dalla Brexit, 27 sono stati redistribuiti (3 all’Italia), mentre 46 sono messi in serbo per ulteriori allargamenti. Se il Regno Unito dovesse partecipare alle europee, gli Stati assegnatari dei 27 seggi dovrebbero “rinunciarvi”, cosa che potrebbe essere “tecnicamente difficile”, perché comporterebbe passaggi legislativi nazionali e sarebbe politicamente problematico, dato che il Regno Unito potrebbe comunque uscire pochi mesi più tardi. Aggiungere i 73 seggi britannici ai 27 redistribuiti “comporterebbe un cambiamento dei trattati Ue”, perché verrebbe superato il numero massimo di eurodeputati previsto.

Inoltre, consentire ai britannici di partecipare alle europee potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol, visto che il risultato potrebbe essere “un ulteriore aumento degli eurodeputati euroscettici”, già dati in crescita nei sondaggi, con “conseguenze sfavorevoli sull’equilibrio dei poteri nel Parlamento Europeo”. Non solo: le elezioni europee in Gran Bretagna si trasformerebbero in un “quasi referendum sul rapporto del Regno Unito con l’Ue”. Se l’estensione andasse “fino al” o addirittura “all’interno del prossimo Quadro finanziario pluriennale (2021-27)”, Londra dovrebbe contribuire ancora al bilancio Ue, cosa che porrebbe notevoli problemi interni nel Regno.

Concedere una proroga lunga, inoltre, toglierebbe all’Ue, e a Theresa May, “una leva per premere per avere un accordo adesso”, dato che i parlamentari britannici hanno davanti a sé una scelta “binaria: accordo, o un’uscita caotica senza accordo”. In più, farebbe apparire l’Ue come disperatamente alla ricerca di un modo di evitare il no deal, cosa che sarebbe “un regalo ai Brexiteers”. Infine, “prorogare l’articolo 50 non cambierebbe nulla riguardo alle opzioni fondamentali che il Regno Unito ha davanti a sé”. Un rinvio “cospicuo” non servirebbe ad altro che a “rimandare decisioni dolorose ma inevitabili”, con speranze “molto flebili di cambiare la decisione” di lasciare l’Ue. Per tutti questi motivi, secondo l’Epc, “è improbabile che l’Ue a 27 conceda al Regno Unito più di una singola proroga di qualche settimana, fino alle elezioni europee”.

Se l’Ue dovesse concedere davvero un rinvio più lungo, allora dovrà accettarne le conseguenze: “Perdita di leve per far pressione; benzina per le argomentazioni dei Brexiteers, secondo i quali non esiste alcun baratro; una campagna elettorale tossica nel Regno Unito per le europee; la riapertura delle discussioni con Londra su temi come il contributo finanziario al bilancio e il backstop”, la soluzione trovata per evitare il risorgere di un confine fisico sull’isola d’Irlanda. E potrebbe persino “aumentare la probabilità di un’uscita senza accordo”, alla fine. Dato che è “improbabile” che la Brexit non avvenga, “ne vale veramente la pena?”.

Huawei, Canada avvia iter per estradizione Meng in Usa

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Il governo canadese avvia l’iter per l’estradizione di Meng Wanzhou, chief financial office di Huawei, negli Stati Uniti. Il dipartimento della Giustizia canadese ha emesso l’autorizzazione a procedere sulla base della richiesta presentata da Washington. Meng dovrebbe comparire in tribunale, nel British Columbia, il 6 marzo.

Meng, figlia del fondatore della compagnia, è stata arrestata a Vancouver all’inizio di dicembre e negli Usa è accusata di presunte violazioni delle sanzioni all’Iran, in relazione agli affari della Skycom Tech, una compagnia di Hong Kong legata alla Huawei, di cui è stata direttore per alcuni mesi del 2008.

Usa, taglia da un milione di dollari su figlio Bin Laden

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Il figlio di Osama bin Laden è il leader emergente di al Qaeda. E’ l’allarme lanciato dagli Stati Uniti che hanno messo una ’taglia’ di un milione di dollari sulla testa di Hamza bin Laden. “Ha diffuso messaggi audio e video su Internet, esortando i seguai a lanciare attacchi terroristici contro gli Stati Uniti”, si legge in una dichiarazione diffusa dal dipartimento di Stato in cui si sottolinea che Hamza ha “minacciato attacchi contro gli Stati Uniti ed i suoi alleati occidentali”.

In particolare, ha minacciato di “vendicarsi per la morte del padre ucciso nel maggio del 2011 dalle forze Usa”. E tra le carte ed i file che il team dei Navy Seal hanno trovaro nel bunker di Abbottabad, la località del Pakistan dove si nascondeva il fondatore di al Qaeda, gli inquirenti hanno trovato lettere di Obama che indicano stava crescendo ed educando il figlio ad essere il suo successore alla guida di al Qaeda.

Hamza, che secondo gli americani ha tra i 30 ed i 33 anni, è sposato con la figlia di un Mohammed Atta, il terrorista egiziano che guidò i dirottatori degli aerei che si sono schiantati contro il World Trade Center l’11 settembre.

L’intelligence americana – che già due anni ha inserito il giovane bin Laden nella lista dei terroristi globali – ritiene che al momento sia nei territori di confine tra Pakistan ed Afghanistan. Oltre alle misure adottate, gli Stati Uniti hanno chiesto ai Paesi membri dell’Onu di congelare i beni del figlio di bin Laden, di adottare un divieto di viaggio e di vendita delle armi, secondo quanto riportato dall’ufficio anti-terrorismo del dipartimento di Stato.

“Crediamo che probabilmente sia sul confine tra Afghanistan e Pakistan e che sconfinerà in Iran – ha detto l’assistente segretario per la sicurezza diplomatic, Michael Evanoff – ma potrebbe essere dappertutto nell’Asia centro meridionale”.

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2 Marzo 2019