Traduci

Tutti i nodi del summit Kim-Trump

Tutti i nodi del summit Kim-Trump

cms_9378/Trump_delegazione_Nordcorea_Afp.jpgDove si siede Donald Trump? Qual è il posto di Kim Jong-un? Quanti pasti saranno consumati? E cosa verrà servito da bere? I preparativi per il meeting in programma il 12 giugno a Singapore tra il presidente degli Stati Uniti e il leader nordcoreano proseguono.

La pianificazione dell’appuntamento, però, si snoda con uno slalom a dir poco complesso tra un’infinità di dettagli, molti dei quali richiedono sforzi diplomatici non indifferenti. La Casa Bianca e Pyongyang hanno inviato a Singapore i rispettivi team incaricati di affrontare questioni logistiche che appaiono marginali ma che, in realtà, hanno un peso specifico notevole. La scelta della sede del meeting è il primo passo, a cui segue l’intesa sul numero e il ruolo delle persone che avranno accesso alla sala principale.

Bisogna concordare il numero di pasti, le pause che interromperanno i lavori e -come sottolinea il New York Times- persino la bevanda con cui verrà celebrato un eventuale brindisi. Trump, infatti, non beve alcol e serve un ’piano B’. In eventi di tale portata, alla personalità più influente potrebbe essere riservato il posto più lontano dalla porta d’ingresso. Il rischio di creare tensioni, però, è elevatissimo.

Per questo, una soluzione potrebbe essere rappresentata da una sala con due ingressi, più o meno equidistanti dal tavolo. Il cerimoniale, poi, prevede anche scambi di doni: cosa regalerà Trump a Kim? E chi si farà carico delle spese?

In un elenco sterminato di argomenti, rischia di passare inosservato il tema della sicurezza. Un viaggio simile non costituisce un’anomalia per un presidente degli Stati Uniti, abituato a muoversi con una ’legione’ di agenti dei servizi. Kim, invece, da leader si è spinto solo in Cina e non ha mai effettuato un viaggio istituzionale paragonabile a quello che lo attende tra pochi giorni. Anche i suoi collaboratori sono attesi da un test probante: sarà necessario, ad esempio, pianificare anche il numero di passi che il leader dovrà compiere prima di fermarsi per posare davanti a operatori e fotografi.

Proprio Kim, secondo alcuni analisti, potrebbe avvertire il peso di un match in trasferta. La scelta di Singapore “potrebbe giocare a vantaggio di Trump”, osserva in particolare Evans J.R. Revere, ex funzionario del Dipartimento di Stato specializzato nelle questioni relative all’Asia Orientale.

La sede dell’evento, o di uno degli eventi, potrebbe essere lo Shangri-La Hotel, già scelto in passato dagli Stati Uniti. Fonti di Singapore, citate dal NY Times, ipotizzano il coinvolgimento dell’isola di Sentosa. Legato alle questioni logistiche è un tema sollevato in particolare dal Washington Post: chi pagherà i conti per la permanenza di Kim e del suo entourage?

Gli Stati Uniti non sono insensibili all’argomento, visti i contatti tra Joe Hagin -ex capo dello staff alla Casa Bianca segnalato a Sentosa- e funzionari nordcoreani guidati da Kim Chang-son, direttore del commissione Affari esteri di Pyongyang. Non è una novità, d’altra parte, la propensione della Corea del Nord a coinvolgere altri paesi nel pagamento delle spese legate alle proprie missioni all’estero.

Durante i recenti Giochi invernali a Pyeongchang, il governo sudcoreano ha sborsato 225.000 dollari per ospitare la delegazione guidata da Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un. A questa cifra, vanno aggiunti i 121.000 dollari pagati da Seul per consentire agli atleti nordcoreani di partecipare alle Paralimpiadi.

Migranti, battaglia nell’Ue su riforma Dublino

cms_9378/Migranti_barcone_ok_afp_3-3-1987663376.jpgSi rischia lo scontro sul regolamento di Dublino. A essersi detti contrari alla riforma, oltre all’Italia con il neo ministro dell’Interno Salvini (assente per il voto di fiducia al governo) che aveva annunciato nei giorni scorsi il “no alle nuove politiche di asilo”, anche la Germania oggi si è detta contraria. “Aperti ad una discussione costruttiva” sulla proposta della presidenza bulgara in materia di riforma del diritto di asilo e in particolare del regolamento di Dublino “ma non pronti ad accettarla” nella sua attuale forma, ha dichiarato il sottosegretario Stephen Mayer al suo arrivo a Lussemburgo per prendere parte al vertice dei ministri dell’Interno dell’Unione. “Non è solo l’Italia ad essere contraria”, ha affermato Mayer.

Nel frattempo si profila un asse tra l’Italia e l’Austria che considera il governo italiano un “alleato forte” in materia di immigrazione, ha detto il ministro dell’Interno austriaco, Herbert Kickl, a Lussemburgo. “Non credo che abbiamo una possibilità realistica di compromesso qui”, sono le parole di Kickl riportate dai quotidiani Standard e Kurier, che fanno riferimento ad un colloquio telefonico in programma oggi tra il ministro austriaco e Matteo Salvini. “Sono felice per ogni alleato che metta l’interesse degli stati membri al centro delle riflessioni”, ha detto Kickl.

Con l’imminente presidenza austriaca dell’Ue, Kickl punta ad un “cambiamento di modello” in materia di immigrazione, “forse qualcosa di simile ad una piccola rivoluzione copernicana del sistema di asilo”. “La protezione dei confini esterni rappresenta una componente -ha affermato il ministro austriaco- ma non l’intera verità”. E’ indispensabile, ha ribadito, evitare un compromesso che lascerebbe tutti insoddisfatti e, parallelamente, non verrebbe rispettato: “A volte è meglio evitare di compiere una sciocchezza e prendersi un po’ di tempo”.

Corte Ue riconosce matrimonio omosessuale

cms_9378/gay_pride_coppia_ftg.jpgLa nozione di ’coniuge’, nelle leggi Ue sulla libertà di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, comprende i coniugi dello stesso sesso. Anche se gli Stati dell’Ue sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, quello che non possono fare è ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino extracomunitario, un diritto di soggiorno sul loro territorio. Lo stabilisce una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che riguarda la vicenda di una coppia omosessuale, composta da un cittadino rumeno, Relu Adrian Coman, e da un cittadino statunitense, Robert Clabourn Hamilton, che hanno convissuto negli Usa per quattro anni, prima di sposarsi a Bruxelles nel 2010.

Nel dicembre 2012, Coman e Hamilton hanno chiesto alle autorità rumene informazioni perché Hamilton potesse ottenere, in qualità di familiare di Coman, il diritto di soggiornare legalmente in Romania per un periodo superiore a tre mesi. La domanda era fondata sulla direttiva sulla libertà di circolazione, che permette al coniuge di un cittadino dell’Unione di raggiungere quest’ultimo nello Stato membro in cui soggiorna.

In risposta alla richiesta, le autorità rumene hanno informato Coman e Hamilton che quest’ultimo godeva soltanto di un diritto di soggiorno di tre mesi, poiché non poteva essere qualificato in Romania come “coniuge” di un cittadino dell’Unione, dato che Bucarest non riconosce i matrimoni omosessuali. Coman e Hamilton hanno quindi fatto ricorso ai giudici rumeni, sostenendo l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Ue.

La Corte costituzionale rumena si è rivolta alla Corte di giustizia per capire se Hamilton rientri nella nozione di “coniuge” di un cittadino Ue che ha esercitato la sua libertà di circolazione e debba quindi ottenere di conseguenza un diritto di soggiorno permanente in Romania. La Corte constata che, nell’ambito della direttiva sull’esercizio della libertà di circolazione, la nozione di “coniuge” è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere, quindi, il coniuge dello stesso sesso di un cittadino Ue.

La Corte precisa, peraltro, che lo stato civile delle persone è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell’Unione non pregiudica tale competenza, che resta intatta. Gli Stati restano quindi liberi di prevedere o meno il matrimonio omosessuale. Per la Corte, tuttavia, il rifiuto, da parte di uno Stato Ue, di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non Ue, il matrimonio di quest’ultimo con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, legalmente contratto in un altro Stato Ue, ostacola l’esercizio del diritto del cittadino di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Se così non fosse, osservano i giudici, la libertà di circolazione varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ciò premesso, la Corte ricorda che la libera circolazione delle persone può essere oggetto di restrizioni indipendenti dalla cittadinanza delle persone interessate, qualora però tali restrizioni siano basate su considerazioni oggettive di interesse generale e siano proporzionate allo scopo legittimamente perseguito dal diritto nazionale.

L’ordine pubblico, che nel caso in questione viene invocato come giustificazione per limitare il diritto di libera circolazione, dev’essere inteso in senso restrittivo, vale a dire che la sua portata non può essere determinata unilateralmente da uno Stato membro, senza il controllo delle istituzioni dell’Unione. L’obbligo per uno Stato Ue di riconoscere, esclusivamente ai fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non Ue, un matrimonio omosessuale contratto in un altro Stato membro non pregiudica l’istituto del matrimonio nel Paese in cui la coppia viene a vivere.

In particolare, l’obbligo non impone a questo Stato Ue di prevedere, nella sua normativa nazionale, l’istituto del matrimonio omosessuale. Inoltre, un simile obbligo di riconoscimento, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non Ue, non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

La Corte ricorda infine che una misura nazionale che mira ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. E, dal momento che il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare è garantito all’articolo 7 della Carta, la Corte rileva che anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di “vita privata”, nonché in quella di “vita familiare”, esattamente come succederebbe ad una coppia eterosessuale che si trovi nella stessa situazione.

Autore:

Data:

6 Giugno 2018