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UMANESIMO CRISTIANO, UMANESIMO LAICO, POST-UMANESIMO, TRANSUMANESIMO – (I^ Parte)

Per sostituire il concetto dell’umanesimo cristiano, vengono usate espressioni come umanesimo scientifico, post-umanesimo, transumanesimo, umanesimo del finito, che nelle loro varie accentuazioni hanno un comune denominatore: la visione dell’uomo senza trascendenza.

Nell’umanesimo cristiano, l’incarnazione di Cristo assume su di sé sia la finitudine che la mortalità umane, dimostrando così come esse non siano affatto delle carenze o delle imperfezioni. L’uomo è salvato e redento proprio in quanto essere temporale, che accetta l’inevitabilità della morte: come “esseri donati” a noi stessi, non dobbiamo disprezzare né il corpo né la nostra finitudine.

Possono gli uomini usare la loro tecnologia per diventare post– o transumani — cioè, qualcuno, o qualcosa, che umano non è più? Questa forma di immortalità fallace e irrealizzabile, proprio perché umana, non potrebbe invece suggerire quell’eternità intrinseca nell’umanesimo cristiano?

Post–modernità e post-umanesimo

Se il secolo XIX si era chiuso sotto il segno della “morte di Dio”, proclamata da F. Nietzsche (Gaia scienza), il secolo XX, si è chiuso sotto il segno della morte dell’uomo o anche nel segno del post–umano, ossia della fine della centralità del soggetto umano. La “soggettività personale” dell’uomo ha ceduto il passo alla “soggettività strumentale”, provocando il processo della reificazione dell’uomo.

Nel caso della “morte di Dio”, si tratta della piena adesione dell’uomo alla vita nella sua terrestrità, storicità e finitudine, nel caso della “morte dell’uomo”, si tratta dell’uomo in qualità di soggetto autonomo e libero. Nel presente post–moderno l’io individuale si scopre alienato, minimo, solo, abbandonato, senza qualità, valore, dignità, privo di interiorità, non più identificato con se stesso.

Con la negazione della centralità del soggetto e la perdita di una vera e propria identità, l’uomo subisce un progressivo degrado che si manifesta da un lato nell’anarchia e nel disordine e dall’altro nella pervasività dei poteri soprattutto politico–economici.

Si distinguono varie forme di nuovi umanesimi, che si esprimono nell’umanesimo laico sul piano culturale che crede in una immagine dell’uomo sul piano assiologico, nei valori e nei diritti, capace di creare una civiltà che promuove la giustizia, la dignità, l’uguaglianza, la pace e la convivenza dei vari popoli, culture, tradizioni, religioni, sistemi filosofici, attraverso l’impegno sociale, economico, politico ecc.

Di fronte alla demolizione e alla “morte dell’uomo”, il post–modernismo offre una nuova fede, che si definisce come post-umanesimo, che assume due forme principali, quella tecnologica e quella ecologica.

L’umanesimo postumano, scientifico ed ecologico sul piano empirico, crede nell’auto–progresso, nell’ auto–perfezione e auto–generazione dell’uomo, in grado di rendersi sempre più compiuto. Tuttavia, se dall’umanesimo sul piano esistenziale si approda al nichilismo e all’autodistruzione, l’ultimo destino dell’uomo sarà sempre annichilimento, negando la significatività e il senso definitivo dell’essere umano. Nell’umanesimo come auto–negazione nichilista, infatti, il pensiero moderno, volendo affermare l’uomo come l’essere supremo, elimina la dimensione trascendente rimuovendo Dio, che solo diventa padrone del suo destino. L’uomo, sperimentando la sua non auto–sufficienza, finisce nell’abisso del Nulla e del proprio annichilimento. In questo orizzonte, la storia dell’uomo, sia quella dell’ontogenesi sia quella della filogenesi, non ha un telos preciso a cui puntare, un fine determinato da raggiungere.

L’umanesimo ecologista percepisce il mondo delle persone come degli elementi della natura, grazie alla quale si realizza e in funzione della quale esiste, vale a dire l’essere umano ontologicamente non si distingue dal mondo in cui vive, ma da esso semplicemente emerge.

Infine, il transumanesimo proclama la credenza nell’idea della tecno–trascendenza, che aprirebbe all’uomo la possibilità di diventare un essere altro, che non è più uomo.

Per la civiltà postmoderna la storia è in qualche modo finita, in quanto non adempiuta e non conclusa. Nella mancanza del fondamento -sia esso Dio o l’uomo- su cui un tempo si basava la comprensione della realtà, nasce un tipo di umanesimo che mette in luce il vuoto di senso, la mancanza di orientamento, la noia dell’essere e l’indefinibilità della civiltà contemporanea.

Non c’è più nessun significato o senso da ricercare al di là delle apparenze, non c’è più nessun nesso che leghi un segno al suo contesto interpretativo: il senso come il segno vengono rimpiazzati dal segnale. Ogni segnale emesso dai media non stimola più comprensione o riflessione da parte del ricevente in quanto la realtà simulata, negando al soggetto razionale ogni accesso alla verità, non ha nessun referente, nessun supporto, nessuna fonte.  Si potrebbe dire che la lettura postmoderna non vede e non percepisce nessuna trama che leghi lo sviluppo dei vari eventi narrati verso un senso unitario, verso uno scopo significativo.

È possibile sostare e meditare sulle petites narratives (J.–F. Lyotard), decostruire (in maniera da differenziare infinitamente) ogni rapporto fisso tra significato e significante (J. Derrida), smascherare come simulacri i vari tentativi di avere un’interpretazione fissa e omogenea della realtà (F. Guattari). Per costruire una nuova civiltà (con il suo pensiero filosofico, con l’organizzazione sociale, con la vita individuale, ecc.) l’umanesimo postmoderno insiste sulla “liberazione” dai principi assoluti, metastorici e onnicomprensivi e proclama il non–fondamento della realtà in cui viviamo.

Non esiste più alcun nesso fra il Logos della fede, la ragione, la rivelazione e il linguaggio. In questo ambito di post–storia la verità non è più vista come qualcosa di permanente o stabile da raggiungere e trasmettere, ma si dissolve e si depotenzia nei mille rivoli dell’accidentalità, dell’accadimento, della differenza.

La verità può solo essere la verità del momento, cioè sempre incerta e relativa sia al contesto storico in cui viene svelata (manifestata) che alla presunzione di un’unica “verità” che si rivela nell’attimo stesso di una possibile apparizione. La lettura nichilista sfonda la realtà forte e le ragioni forti; proclama l’ontologia del declino, ci invita a convivere col nulla, a de–realizzare e de–comporre l’essere, a vivere fino in fondo l’esperienza della dissoluzione dell’essere. La condizione nichilista della contemporaneità si manifesta nel rifiuto alle domande sul senso, sul destino, sull’identità e sul valore dell’essere umano.

L’umanesimo nichilista proclama il primato del vuoto, in cui l’individuo postmoderno, riconciliatosi con la transitorietà e l’incertezza del tutto, alleato delle molteplici interpretazioni del reale, è destinato a vivere nell’ambivalenza dei suoi e degli altrui principi, norme e sensazioni. È un individuo che è assolutamente libero dalle costrizioni in cui un tempo i vari sistemi religiosi, economici, politici, educativi ecc., lo avevano rinchiuso con le loro pretenziose sicurezze.

È un individuo che vive la sua vita come una successione di atti staccati dalle loro conseguenze, che vive la sua vita senza nessun piano o progetto, che predilige il mondo dei diritti, ma non quello dei doveri; enfatizza la libertà ma non la responsabilità.

Se è davvero così, che cosa rimane dell’umanesimo a partire dai presupposti nichilistici? Non appare forse sempre più evidente il processo iniziato e prodotto dall’uomo stesso che in effetti lo porta fuori se stesso, non come compimento del suo essere, ma verso l’annientamento e l’auto–alienazione? Di fronte a tale questione e assieme a tale sfida antropologica, sorgono le nuove correnti del post– o transumanesimo

L’umanesimo ecologista

Una delle più recenti modalità del post-umanesimo è quella ecologista, che piuttosto merita essere definita anti-umanesimo. Per la cultura ambientalista l’homo technicus rappresenta una minaccia per l’intero ecosistema. Si oppone al fatto degli eccessi scientifico–economici dove gli animali rappresentano il terzo più grande prodotto del mercato illegale del mondo, dopo la droga, le donne e i bambini.

L’umanesimo ecologista destituisce il concetto della gerarchia tra le specie e il modello singolare e generale di Uomo come misura di tutte le cose.  L’essere umano nella sua variante post–antropocentrica soppianta lo schema dialettico di opposizione, riconoscendo un profondo zoo–egalitarismo tra umani, animali ed organici. La vitalità dei loro legami si basa sulla condivisione del pianeta, dei territori, dell’ambiente in termini che non sono più chiaramente gerarchici e autoevidenti.

L’anti-umanesimo naturalistico, di matrice atea ed evoluzionista materialista, evita di conseguenza il termine “creatura personale” che suggerisce un’origine trascendente, preferendo l’espressione “essere vivente”, che accomuna l’uomo ad ogni altro essere animato, da cui si differenzia non qualitativamente per una differenza essenziale, ma solo quantitativamente.

Nell’ambito della bioetica, per esempio, la questione dei “diritti umani” degli animali è stata posta proprio come uno dei temi più urgenti. La difesa dei diritti degli animali è una questione politica scottante in molte democrazie liberali. Si potrebbe asserire che il post-umanesimo ecologista coincide con l’anti-umanesimo, anche se alcuni rappresentanti di questa alternativa ambientalista, come M. Mies e V. Shiva, sottolineano l’importanza di una spiritualità a favore della sostenibilità della vita come nuova e concreta forma di universalità: una riverenza nei confronti della sacralità della vita, un rispetto verso tutto il vivente.

Fine della prima parte

(Continua)

Data:

14 Giugno 2024
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