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UN RAGAZZO IN MISSIONE PER SALVARE GLI OCEANI

Nell’autunno 2012, durante una conferenza TEDTalks, un giovane studente olandese presentò una possibile soluzione a uno dei più gravi problemi che affligge il nostro pianeta: i rifiuti di plastica negli oceani. All’epoca, Boyan Slat aveva appena 19 anni e studiava ingegneria aerospaziale alla Delft University. L’idea era nata qualche anno prima dopo un’immersione nel Mar Mediterraneo, dove si era imbattuto in migliaia di sacchetti di plastica. Ossessionato da quest’imminente catastrofe ambientale, Boyan cominciò a progettare una tecnologia innovativa per ripulire gli oceani dall’inverosimile quantità d’immondizia generata dall’uomo, l’80 per cento della quale è costituita da plastica.

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A livello globale, ogni anno produciamo circa 300 milioni di tonnellate di questo materiale non biodegradabile, una parte della quale finisce inesorabilmente nelle acque di canali, fiumi e mari. Secondo uno studio condotto dall’University of Georgia, sono quasi 9 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno raggiungono gli oceani. Nel corso degli ultimi 30 anni, questo crescente flusso di rifiuti, trascinato dalle correnti oceaniche, ha formato cinque giganteschi “vortici” d’immondizia che fluttuano sull’acqua per milioni di chilometri quadrati: uno si trova nell’Oceano Indiano, due nell’Atlantico e altri due nel Pacifico, tra cui l’infame “Great Pacific Patch”. L’UNEP (United Nations Environment Programme) ha calcolato che, in media, ci sono 13 mila pezzetti di plastica per ogni chilometro quadrato di oceano. Nei “vortici” però, la concentrazione di “microplastica” è incredibilmente più alta: 7.25 milioni di tonnellate nello strato più in superficie, secondo i dati raccolti dal team di Boyan; una cifra equivalente a mille Torre Eiffel.

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L’oceanografo Charles Moore, che nel 1997 scoprì la Great Pacific Patch, ha calcolato che per rimediare a questo spaventoso danno ambientale, usando i metodi attuali, sarebbero necessari 79 mila anni. Boyan invece è decisamente più ottimista e crede che la “Great Pacific Patch” sia in grado di ripulirsi da sola in appena cinque anni. Per il giovane olandese, le correnti oceaniche non sono un ostacolo, ma rappresentano la soluzione: “invece di andare a pesca di rifiuti, perché non lasciare che siano loro a venire da noi?”. Il suo progetto, infatti, prevede una serie di piattaforme a forma di manta, ancorate al fondale marino e dotate di “bracci fluttuanti” per indirizzare l’immondizia verso un centro di raccolta. Grazie a questo metodo, sarebbe possibile recuperare anche le particelle più piccole di “microplastica” ed eliminare la cattura indiscriminata di organismi marini.

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Si tratta di un sistema completamente auto-sostenibile che, ricevendo energia esclusivamente da fonti rinnovabili (come sole, correnti e onde), permetterebbe di risparmiare un’enorme quantità di fondi, energia ed emissioni. Questa tecnologia rivoluzionaria non solo minimizzerebbe i costi ambientali, finanziari e di trasporto, ma alla lunga sarebbe perfino redditizia in termini economici. Attraverso la vendita e il riciclaggio della plastica estratta dai “vortici”, è stato calcolato un potenziale guadagno di 500 milioni di dollari: una cifra più alta del costo effettivo del progetto, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 30 milioni di dollari l’anno.

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Pochi mesi dopo la conferenza, il suo video “How Oceans can clean themselves” ha spopolato su Internet e la sua fondazione, The Ocean Cleanup, ha raccolto 80 mila dollari di donazioni in due settimane. In risposta allo scetticismo della comunità scientifica, nel giugno 2013, Boyan ha presentato uno studio di fattibilità di 530 pagine, basato su un anno di ricerche dettagliate da parte 70 scienziati e ingegneri favorevoli al suo nuovo sistema. Nei mesi seguenti, la fondazione di Boyan ha ricevuto un’ondata di donazioni da 38 mila persone di 160 Paesi, per un valore complessivo di 2 milioni di dollari. Questi fondi sono destinati a finanziare una prima operazione prevista per l’inizio del 2016 nel Mar del Giappone. La piattaforma pilota sarà lunga due chilometri – rendendola il più grande impianto fluttuante della storia – e trascorrerà due anni a raccogliere rifiuti prima di raggiungere l’isola di Tsushima. Nel frattempo, fra meno di un mese, partirà la “Mega Expedition”: una squadra di 50 navi che, schierate nella “Great Pacific Patch”, ne misureranno finalmente la reale estensione per creare la prima mappa di questo, fino ad oggi incalcolabile, “vortice” di plastica.

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Per i prossimi cinque anni, il team di The Ocean Cleanup sarà impegnato a disporre un crescente numero d’impianti nell’Oceano Pacifico allo scopo di testare la nuova tecnologia e iniziare l’operazione di raccolta. Alla fine di questo periodo, Boyan è intenzionato a lanciare una nuova versione della sua “piattaforma a manta”, estendendola fino ad arrivare a 100 chilometri di lunghezza. Secondo i dati pubblicati nel rapporto del 2013, questo metodo è 8 mila volte più efficace di quelli attuali e una singola struttura del genere sarà in grado di rimuovere circa metà della “Great Pacific Patch” nel giro di dieci anni. Nonostante le critiche al suo progetto non manchino, Boyan è più che mai deciso a tramutare la sua visione in realtà, intraprendendo quella che potrebbe essere la più incredibile operazione di salvataggio ambientale della storia.

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Data:

11 Luglio 2015