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UNGHERIA NELLA MORSA DELLA CENSURA

La cosiddetta “legge bavaglio”, promulgata nel 2019 dal governo dell’autocrate sovranista ungherese Viktor Orbán, ha portato a compimento il processo di accentramento dei controlli sulle varie istanze culturali del paese, con la revoca della licenza, all’ultima radio indipendente ungherese, la Klubradio. La radio, silenziata a mezzanotte dello scorso 14 febbraio, si è attenuta alle direttive, non trasmettendo sulla frequenza analogica usualmente utilizzata. Tuttavia, forti dello sconcerto contro Orbán, di cui si è fatto noto portavoce il direttore e proprietario dell’emittente, Andras Arato, si è deciso di lanciare un messaggio deciso, utilizzando la piattaforma internet della radio, per trasmettere l’Inno alla Gioia, come simbolo di dissenso. Poco prima di cessare le trasmissioni, Arato, per salutare gli ascoltatori, ha tenuto un discorso in cui esprimeva il rammarico suo e di tutta la redazione, circa le politiche autoritarie, intraprese dall’amministrazione corrente; ma mezz’ora dopo il triste countdown, sul gruppo Facebook appositamente creato per l’occasione, veniva lanciato il messaggio: “il lavoro continua, non è la fine, è solo un cambiamento”.

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Il motivo formale della revoca della licenza a Klubradio, il cui ricorso è stato respinto dalla Corte di Giustizia di Budapest, è di non aver notificato per tempo i contenuti trasmessi. La legge bavaglio infatti, funge da filtro alla cultura magiara in tutte le sue forme, dai giornali, ai teatri, alle radio, facendo leva sul lavoro del Consiglio Nazionale della Cultura, il cui compito sarebbe quello di “governare, guidare e dirigere la vita culturale magiara, secondo i suoi criteri strategici.” Scavando un po’ nella storia, analogie preoccupanti sono rintracciabili ad esempio con il Ministero della propaganda del Terzo Reich. L’agenzia di stampa pubblica, l’unica fonte autorizzata dal governo a divulgare notizie da cui poter attingere, è sottoposta alle restrizioni circa il trattamento di tematiche quali il ruolo di Orbán, le critiche provenienti dai media esteri sull’Ungheria, i casi di pedofilia nella Chiesa Cattolica, o la diffusione di notizie che non siano lusinghiere nei confronti delle figure di Putin e di Erdogan.

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Il primo bersaglio successivo all’epurazione dei media, sono stati i teatri, con il loro ruolo chiave di rappresentazione critica e analitica della realtà, ma non sono stati risparmiati nemmeno letteratura, musica, fotografia. La morsa della censura, che sta attanagliando l’Ungheria, in dispregio di alcune delle libertà fondamentali contenute nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, non è il solo capitolo antidemocratico di cui l’Ungheria, come membro dei paesi del Visegrad, si è resa protagonista; si pensi all’intransigente chiusura delle frontiere, o alla precedente Riforma della Giustizia che ha messo a rischio l’indipendenza del sistema giudiziario ungherese. L’Ue si è già pronunciata svariate volte riguardo l’atteggiamento antieuropeista e antidemocratico del governo di Orbán, si pensi alla Risoluzione Sargentini del 2018, che prevedeva sanzioni nei confronti dell’Ungheria, per violazione delle norme dello Stato di diritto. “Quando l’Ungheria applica le norme Ue sulle frequenze dovrebbe rispettare la carta dei diritti fondamentali, che includono la libertà di espressione, informazione e di impresa“, ha detto Christian Wigand, in riferimento alla vicenda Klubradio. La commissione ha inoltre richiesto formalmente di ripristinare le frequenze sospese con “motivazioni giuridiche molto discutibili” da Budapest.

Data:

16 Febbraio 2021