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Usa accusano l’Iran per attacchi al petrolio saudita

Usa accusano l’Iran per attacchi al petrolio saudita

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L’Iran nega di aver avuto alcuna responsabilità nell’attacco con i droni contro siti petroliferi in Arabia saudita, come invece affermato dal segretario di Stato americano Mike Pompeo. Le sue parole sono “assurge e incomprensibili, quindi prive di ogni effetto”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Abbas Moussavi, citato dall’agenzia Isna. “Dato che le politiche americana di massima pressione sull’Iran sono fallite, gli americani sono ora passati alle massime bugie”, ha aggiunto precisando che “anche in periodi di grande ostilità, le dichiarazioni degli esponenti politici dovrebbero mantenere un minimo di credibilità”.

I siti colpiti, nella provincia orientale di Buqyaq, sono operati dalla compagnia Aramco che ha reso noto di aver tagliato la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno (rispetto alla normalità di dieci milioni). L’attacco è stato rivendicato dai ribelli yemeniti, gli sciiti houti.

“Teheran è dietro la quasi totalità degli attacchi contro l’Arabia Saudita mentre il presidente Hassan Rohani e il ministro degli esteri Mohammad Zarif fanno finta di essere impegnati sul fronte diplomatico. Non c’è alcuna prova che l’attacco sia arrivato dallo Yemen”, ha dichiarato Pompeo in un tweet.

A Washington, intanto, il senatore repubblicano Lindsay Graham sollecita Donald Trump ad attaccare le raffinerie iraniane “per rompere la schiena del regime”. “E’ arrivato il momento che gli Stati Uniti considerino un attacco alle raffinerie iraniane, se continuano le loro provocazioni o aumentano l’arricchimento dell’uranio”, ha dichiarato. “L’Iran non smetterà di comportarsi in questo modo fino a che le conseguenze non saranno più reali”, ha aggiunto il ’falco’ del Senato.

“L’Iran sostiene i ribelli Houti che hanno attaccato le raffinerie saudite e questo è solo un altro esempio di come l’Iran stia creando scompiglio in Medio Oriente”. “Il regime iraniano non è interessato alla pace, vogliono acquisire armi nucleare e dominio regionale”, ha quindi concluso.

Brexit, Johnson come Hulk: “Il 31 ottobre ci libereremo”

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Il premier britannico Boris Johnson gioca la carta dell’Incredibile Hulk per convincere i suoi concittadini che sul fronte della Brexit tutto andrà bene. “Più Hulk si arrabbia, più diventa forte”, ha spiegato il premier in una intervista al Mail and Sunday.

“Banner può essere legato, ma quando viene provocato si libera esplodendo. Hulk riesce sempre a scappare, non importa quanto stretti siano i lacci con cui è legato e questo è vero per questo paese. Riusciremo a liberarci il 31 ottobre, ce la faremo”, ha affermato il premier riferendosi al personaggio della Marvel, lo scienziato che si trasforma nel suo alter ego.

Tunisia al voto

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Urne aperte dalle 8 alle 18 in Tunisia per oltre 7 milioni di elettori chiamati a scegliere il successore di Beji Caid Essebsi, morto lo scorso 25 luglio a 92 anni. I risultati preliminati delle elezioni presidenziali anticipate, previste inizialmente per il 17 novembre, saranno invece illustrati martedì 17 dall’Autorità indipendente per le elezioni (Isie). Il voto all’estero è invece iniziato giovedì: i primi a recarsi alle urne sono stati i tunisini in Australia, mentre gli ultimi saranno quelli che vivono a San Francisco.

Ventisei i candidati che aspirano alla presidenza, tra cui esponenti di sinistra, islamici e simpatizzanti del deposto regime di Ben Ali. In lizza anche due donne. Per aggiudicarsi il primo turno è necessario conquistare almeno il 50 per cento dei voti, altrimenti si procede con il ballottaggio che si terrà al più tardi il 3 novembre. La Costituzione prevede che il candidato alla presidenza debba aver compiuto 35 anni e che sia musulmano.

E’ la seconda volta che i tunisini sono chiamati a eleggere il loro presidente dopo la Rivoluzione del Gelsomini del 2011. L’incarico è attualmente ricoperto dal vice presidente di Essebsi, Mohamad Ennaceur, che in base alla Costituzione tunisina può restare in carica per 90 giorni, ovvero fino al prossimo 23 ottobre.

Tra i favori c’è Nabil Karoui, 56 anni, soprannominato il ’Berlusconi tunisino’. Patron del gruppo media e pubblicità Karoui & Karoui e fondatore di Nessma Tv, una delle principali emittenti private del Paese, è stato arrestato il 23 agosto con l’accusa di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale. Da giovedì ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere di essere rilasciato in vista del voto di oggi, in modo da potersi recare alle urne.

Ma venerdì un tribunale tunisino ha respinto la sua richiesta di scarcerazione. All’esponente del partito Qalb Tounes, che promette di combattere la povertà, è stato comunque permesso di restare candidato dal momento che non è ancora stato condannato. Gli avvocati del magnate hanno più volte accusato il governo di fare pressioni sulle autorità giudiziarie per bloccare il suo rilascio. ’’Considero mio marito un prigioniero politico’’, ha detto la moglie Salwa Smaoui. (segue) Tuttavia la detenzione nel carcere di Mornaguia, vicino a Tunisi, non ha fatto altro che aumentare la popolarità di Karoui come candidato ’’contro il Sistema’’.

Il giorno dopo l’arresto, centinaia di manifesti sono stati affissi sui muri di diverse strade della Tunisia. ’’La prigione non ci fermerà. Ci vediamo il 15 settembre’’, recitavano i manifesti. Spesso definito “populista” e accusato di sfruttare i suoi media a scopo elettorale, ha lanciato la sua campagna con lo slogan: “Paese ricco, povera gente, mi sto candidando con il sostegno di Dio”. In testa ai sondaggi, nel 2014 aveva diretto la campagna elettorale dell’allora candidato alla presidenza Beji Caid Essebsi. L’elite politica laica che una volta sosteneva, ora lo vede come una minaccia, mentre alcuni islamisti non gli hanno ancora perdonato la proiezione del film franco-iraniano Persepolis di Marjane Satrapi nel 2011

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16 Settembre 2019