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Usa-Corea, spunta ipotesi invasione via terra

cms_7653/sudcorea_militari_afp.jpgUn’invasione via terra contro Pyongyang. Sarebbe questo, secondo una valutazione del Pentagono, il solo modo per riuscire a distruggere completamente l’arsenale nucleare della Nord Corea. Si tratta di un parere espresso dal contrammiraglio Michael Dumont, vice direttore del Joint Staff, per conto degli Stati maggiori riuniti, in una lettera inviata al parlamentare democratico Ted Lieu. “L’unico modo per localizzare e distruggere con la massima certezza tutti i componenti del programma nucleare nordcoreano, è attraverso un’invasione via terra”, ha scritto Dumont al parlamentare Lieu, che aveva rivolto al Pentagono alcune domande su un potenziale conflitto. Il contrammiraglio sostiene, secondo quanto riporta la stampa estera, che i rischi legati alla guerra includerebbero un potenziale contrattacco nucleare da parte di Pyongyang durante il tentativo da parte degli Stati Uniti di disattivare i suoi “impianti sotterranei”. “Una riunione segreta sarebbe la sede migliore per una discussione dettagliata”, si legge nella lettera.

In una dichiarazione scritta insieme ad una dozzina di altri veterani ora membri del Congresso, Ted Lieu ha definito la valutazione del Pentagono “profondamente inquietante” e ha avvertito che un conflitto “potrebbe portare a centinaia di migliaia o addirittura a milioni di morti solo nei primi giorni di guerra”. “La loro valutazione sottolinea ciò che abbiamo sempre saputo: non ci sono buone opzioni militari per la Corea del Nord”, si legge nella dichiarazione, riportata dal Washington Post. La lettera è stata pubblicata appena Donald Trump ha cominciato il suo viaggio in Asia, nel corso del quale la minaccia nordcoreana sarà un tema centrale di discussione. Trump ha già detto che qualora gli Stati Uniti fossero costretti a difendere se stessi o i loro alleati, non avranno “altra scelta se non distruggere totalmente la Corea del Nord. “Il Presidente deve smetterla di formulare dichiarazioni provocatorie che ostacolano le opzioni diplomatiche e metteranno a rischio gli Stati Uniti”, ha scritto Lieu nella dichiarazione.

Il timore del Pentagono è che Pyongyang possa fare ricorso ad armi chimiche, nonostante le convenzioni internazionali ne vietino l’uso. “Probabilmente Kim Jong-un possiede un arsenale di armi chimiche”. Un’ipotesi già avanzata dal Belfer Center for Science and International Affairs dell’Harvard Kennedy School, che in una analisi ha sostenuto che la Nord Corea starebbe lavorando alle armi biologiche in strutture ’mascherate’ in laboratori di ricerca per l’agricoltura. E’ proprio lo spettro della armi biologiche a rendere ancor più complicate “anche le più grossolane” statistiche su eventuali vittime. Una valutazione del possibile scenario di guerra, dipenderà dalla “natura, intensità e durata” dell’eventuale attacco nordcoreano.

Paradise Papers,cosa sono e chi sono i potenti coinvolti

cms_7653/regina_elisabetta_afp.jpg’Paradise Papers’ è il nome in codice della nuova inchiesta condotta dall’Icij, il Consorzio internazionale di giornalismo investigativo, che svela investimenti presso paradisi fiscali di politici in tutto il mondo, imprenditori, reali e star della musica internazionale. Dopo i ’Panama Papers’, il fascicolo che l’anno scorso fece tremare capi di Stato, banche e politici, la nuova gigantesca fuga di notizie, svela una lunga lista di personaggi che hanno investito in società offshore. Ma di che si tratta? E chi è coinvolto?

DA DOVE VENGONO – Tutto è partito dal giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che ha ottenuto montagne di file sui segreti dei potenti del mondo, e che ha deciso di condividere con i giornalisti dell’Icji, cui fanno parte, tra gli altri, il New York Times, il Guardian, Le Monde, la Bbc, e per l’Italia L’Espresso, che li ha pubblicati in esclusiva insieme a Report, la trasmissione d’inchiesta di Raitre.

COSA SONO – I ’Paradise Papers’ sono una database di 13,4 milioni di documenti riservati che provengono da due studi internazionali di professionisti che forniscono e gestiscono società offshore. Si tratta di Appleby, fondato nelle Bermuda, con nove filiali in altrettanti paradisi fiscali, e Asiaciti Trust, quartier generale a Singapore e altre 7 sedi in luoghi come isole Cook, Hong Kong, Panama e Samoa.

CHI E’ COINVOLTO – Oltre a reali e personalità del mondo dello spettacolo, del cinema e della politica, sono tanti gli appartenenti alle elite mondiali che avrebbero occultato le proprie ricchezze in trust e fondi d’investimento. Tra i nomi citati nei documenti figura la cantante Madonna e il leader degli U2 Bono Vox (al secolo Paul Hewson); il co-fondatore di Microsoft Paul Allen; il magnate George Soros.

Tra i politici statunitensi spicca Wilbur Ross, attuale segretario al Commercio del presidente americano Donald Trump, mentre tra i democratici emerge Wesley Clark, generale dell’esercito Usa, già in corsa per le elezioni presidenziali del 2004. Per il Canada fa scalpore il nome di Stephen Bronfman, consulente e amico stretto del primo ministro Justin Trudeau ma nel dossier figurano anche i nomi dei colossi Facebook, Twitter, Nike e Adidas.

COSA C’ENTRA LA REGINA? – Tra i clienti degli studi offshore compare la sovrana d’Inghilterra, con circa 10 milioni di sterline investite in un fondo delle isole Cayman e provenienti da una delle sue proprietà, il ducato di Lancaster. Ma tra i nomi dei personaggi coinvolti spunta anche quello di Noor di Giordania, indicata come beneficiaria di due trust nell’isola di Jersey. Contattata, scrive L’Espresso, la regina della Giordania ha precisato che si tratta di “lasciti destinati a lei e ai figli” dal defunto re Hussein, il padre di suo marito, “che sono stati sempre amministrati in base alle regole e ai più elevati standard etici e legali”.

E PUTIN? – Dai ’Paradise Papers’, scrive la Bbc, è emerso che Wilbur Ross, segretario al Commercio del presidente statunitense Donald Trump, avrebbe delle partecipazioni in una società che elenca tra i suoi principali partner il genero del presidente russo, Vladimir Putin.

cms_7653/paradise_papers_ftg_afp.jpgCi sono star della musica, come Madonna e Bono Vox, ma anche regine, come la sovrana inglese e quella giordana. E poi magnati, politici, imprenditori e ministri. Tutti protagonisti dei ’Paradise Papers’, il dossier dei paradisi offshore composta da oltre 13,4 milioni di documenti ottenuti dal giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che li ha condivisi con l’International Consortium of Investigative Journalists, di cui fa parte, per l’Italia, L’Espresso. Di seguito la lista di alcuni dei personaggi noti coinvolti nella fuga di notizie.

LA REGINA ELISABETTA – Tra i clienti degli studi offshore compare la sovrana d’Inghilterra, con circa 10 milioni di sterline investite in un fondo delle isole Cayman e provenienti da una delle sue proprietà, il ducato di Lancaster.

NOOR DI GIORDANIA – Ma tra i nomi dei personaggi coinvolti spunta anche quello di Noor di Giordania, indicata come beneficiaria di due trust nell’isola di Jersey. Contattata, scrive L’Espresso, la regina della Giordania ha precisato che si tratta di “lasciti destinati a lei e ai figli” dal defunto re Hussein, il padre di suo marito, “che sono stati sempre amministrati in base alle regole e ai più elevati standard etici e legali”.

MADONNA – Anche la popstar americana figura nei documenti di Paradise Papers. La star è tra i clienti di Appleby, lo studio internazionale fondato nelle bermuda che gestisce società offshore. Stando alle carte, Madonna possiede indirettamente azioni in una società di forniture mediche.

BONO VOX – Anche il frontman degli U2, al secolo Paul Hewson, è coinvolto nel leak. Il cantante detiene quote di una società registrata a Malta che, stando alle carte, ha investito in un centro commerciale in Lituania.

PAUL ALLEN – Dai ’Paradise Papers’ è emerso che il co-fondatore di Microsoft, Paul Allen, ha investito attraverso società offshore in un mega-yacht e alcuni sottomarini.

IL SEGRETARIO AL COMMERCIO DI TRUMP – Secondo quanto riporta la ’Bbc’, Wilbur Ross, segretario al Commercio del presidente statunitense Donald Trump, avrebbe delle partecipazioni in una società che elenca tra i suoi principali partner il genero del presidente russo, Vladimir Putin.

IL CONSULENTE DI TRUDEAU – Per il Canada fa scalpore il nome di Stephen Bronfman, consulente e amico stretto del primo ministro Justin Trudeau. Bronfman avrebbe trasferito diversi milioni di dollari in un trust delle isole Cayman. Le manovre, via offshore, scrive ’L’Espresso’, potrebbero aver evitato di pagare imposte in Canada e negli Stati Uniti.

WESLEY CLARK – Dai documenti emerge che l’ex comandante supremo della Nato in Europa, Wesley Clark, già in corsa per le presidenziali del 2004, risulta amministratore di una società di gioco d’azzardo legale collegata a strutture offshore.

GEORGE SOROS – Nei ’Paradise Papers’ spunta anche il nome del magnate e filantropo George Soros. Le strutture di private equity del re dei fondi d’investimento ricorrono a una rete di offshore per operare nel campo delle riassicurazioni (maxi-polizze per altre compagnie assicurative).

Puigdemont in libertà condizionata

cms_7653/Puigdemont_afp_6.jpgIl presidente deposto del governo locale catalano, Carles Puigdemont, e quattro suoi ex ministri sono stati posti in libertà condizionata su ordine del giudice d’istruzione belga. Lo ha reso noto la procura di Bruxelles, poco dopo la mezzanotte.

I cinque catalani si erano presentati ieri spontaneamente alla polizia. Sono stati successivamente interrogati dal giudice sulla base del mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità spagnole per i reati di sedizione, ribellione, abuso d’ufficio e disobbedienza. Il giudice ha poi stabilito la loro messa in libertà, condizionata al divieto di lasciare il territorio belga, l’obbligo di risiedere a un indirizzo fisso e di presentarsi personalmente a tutte le convocazioni dell’autorità giudiziaria e gli atti previsti dalla procedura. Tali condizioni, precisano i media belgi, non sono suscettibili d’appello.

Entro 15 giorni Puigdemont e i quattro ex ministri – Antoni Comin, Clara Ponsatí, Lluis Puig e Meritxel Serret – dovranno comparire davanti alla Camera di Consiglio di Bruxelles che deciderà se accogliere la richiesta spagnola di estradizione. L’intera procedura, appelli compresi, potrà durare 60 giorni, con la possibile estensione di altri 30. Ciò significa che i cinque potrebbero trovarsi ancora in libertà condizionata durante elezioni catalane del 21 dicembre. I media non hanno citato restrizioni alla libertà di parola o di incontrare la stampa. Su richiesta dei catalani la procedura è stata avviata in fiammingo, la lingua del loro avvocato, Paul Bekaert.

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7 Novembre 2017