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Usa, ok a riforma fiscale e Trump festeggia

Usa, ok a riforma fiscale e Trump festeggia

cms_7995/trump_afp_2012.jpgLa riforma fiscale voluta dal presidente americano Donald Trump è stata approvata in via definitiva alla Camera con 224 voti favorevoli e 201 contrari, dopo il sì del Senato. Una “vittoria storica per gli americani”, ha detto Trump.

Il presidente, parlando alla Casa Bianca alla presenza dello staff di governo, ha sostenuto che la riforma spingerà al rialzo la borsa: “Penso che i mercati non abbiano ancora cominciato a realizzare quanto queste riforme siano buone”, ha dichiarato, sottolineando che con “questo testo di legge abbiamo abolito alla base anche l’Obamacare”. Il presidente è tornato poi a denunciare l’atteggiamento dei suoi oppositori democratici che hanno votato contro la riforma: “a loro piace lamentarsi, ma non amano agire”, ha detto.

Quindi, momento insolito durante un incontro del governo alla Casa Bianca, dove il presidente ha chiesto al segretario per la Casa e dello sviluppo urbano Ben Carson di recitare una preghiera per ringraziare Dio per la vittoria politica conquistata al Congresso. Neurochirurgo e legato alla Chiesa cristiana avventista del Settimo giorno, Carson ha quindi ringraziando Dio “per un presidente e per dei membri di governo che sono coraggiosi e che sono disposti ad affrontare i venti delle polemiche per fornire un futuro migliore a coloro che verranno”.

“Speriamo che questa unità si diffonda anche al di là delle linee del partito, in modo che le persone riconoscano che abbiamo una nazione che merita di essere salvata e che le nazioni divise contro se stesse non possono stare in piedi”, ha continuato Carson, che ha chiuso chiedendo a Dio di concedere ai leader “uno spirito di gratitudine, compassione e buon senso” e “la saggezza per poter guidare questa grande nazione”.

Mani giunte, occhi chiusi e testa china, Trump ha ascoltato la preghiera in raccoglimento, invitando anche la stampa a rimanere perché ha bisogno di un corso di aggiornamento nella fede. “Avete bisogno della preghiera più di me, penso. Forse una buona preghiera e saranno onesti. Ben, è possibile?”, ha scherzato Trump in riferimento ai media.

Gerusalemme, minaccia Usa sull’Onu

cms_7995/usa_onu_afp.jpgGli Usa prenderanno i nomi” di tutti quei Paesi che all’Assemblea generale dell’Onu voteranno la mozione contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Parola di Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite che in un tweet ha usato toni decisamente forti, chiarendo ancora una volta la posizione della Casa Bianca sull’argomento.

“All’Onu ci viene sempre chiesto di fare di più e donare di più. Quindi – ha cinguettato Haley -, quando prendiamo la decisione, per volontà del popolo americano, su dove collocare la nostra ambasciata, non ci aspettiamo che quelli che abbiamo aiutato ci prendano di mira. Giovedì ci sarà un voto che critica la nostra scelta. Gli Usa – ha minacciato – prenderanno i nomi”.

Il tweet arriva dopo una lettera di Haley – cui il ’Guardian’ ha avuto accesso – rivolta agli altri Paesi, tra i quali le delegazioni europee: “Il presidente seguirà questo voto attentamente e mi ha chiesto di riferire su quanti hanno votato contro di noi”, aveva scritto.

Catalogna, parola alle urne

cms_7995/arrimada_catalogna_afp2.jpgIn Catalogna la parola passa finalmente alle urne. Dopo mesi di passione, arresti, fughe all’estero, manifestazioni, referendum e l’intervento di Madrid per sciogliere il governo locale, i catalani votano per scegliere il nuovo esecutivo di Barcellona. In questo clima, il voto di domani si annuncia come una sorta di nuovo referendum sulla secessione. E i sondaggi mostrano ancora una volta un Paese diviso, dove potrebbe essere difficile formare un nuovo governo.

Le passioni suscitate dallo scontro fra Barcellona e Madrid sembrano favorire un’alta affluenza che potrebbe arrivare all’80% secondo i sondaggi. Ma se la polarizzazione favorisce i partiti con la posizione più netta, c’è anche un 25% di indecisi che potrebbe portare a sorprese nelle urne. Al momento tutti i sondaggi indicano il campo secessionista e quello unionista/costituzionalista più o meno alla pari, intorno al 44-45%, senza che nessuno raggiunga la maggioranza assoluta.

INDIPENDENTISTI – Fra gli indipendentisti primeggia Esquerra Repubblicana (Erc) di Oriol Junqueras, ex vice presidente della Generalitat. In carcere con l’accusa di sedizione, Junqueras appare come un martire della secessione, mentre la fuga in Belgio ha in parte appannato la figura di Carles Puigdemont, l’ex presidente della Generalitat, capolista del partito secessionista di centro Junts pel Sì.

All’opposto, in campo unionista il primo partito è Ciudadanos, trascinato dalla sua leader Ines Arrimada, pasionaria anti-indipendenza. Ma cresce anche il partito socialista catalano, il cui popolare leader Miquel Iceta è considerato una personalità dialogante.

PARTITO POPOLARE CATALANO – Il partito Popolare catalano rischia invece uno dei peggiori risultati della sua storia. Potrebbe perdere consensi anche l’alleanza fra Podem (versione catalana di Podemos) e En Comù, la formazione della sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha scelto una linea equidistante. Tuttavia, seppur ridimensionato, Podem-en Comù potrebbe diventare l’ago della bilancia di un futuro governo.

Il voto permetterà comunque di voltare pagina dopo mesi di forti tensioni, già evidenti questa estate quando una parte della folla fischiò re Felipe venuto alla manifestazione per le vittime dell’attentato di Barcellona. Il referendum secessionista del primo ottobre, che Madrid considerava illegale, è stato segnato dall’intervento in forze della polizia spagnola contro i seggi, che ha acceso gli animi. Ma il risveglio del giorno dopo è stato amaro: le due principali banche catalane, Banco Sabadell e Caixabank, hanno spostato la loro sede sociale in altre località spagnole, spaventate dai clienti che ritiravano i loro depositi. E in pochi giorni migliaia di imprese catalane hanno seguito il loro esempio. Allo stesso tempo, l’intera Unione Europea si è schierata con Madrid, facendo svanire l’illusione nazionalista di un possibile intervento di Bruxelles.

REFERENDUM – Al referendum oltre il 90% dei votanti ha approvato la secessione, ma solo il 43% dell’elettorato si è recato a votare. Sulla base di questo risultato, il governo nazionalista si è sentito legittimato a procedere sulla via dell’indipendenza. Ma Puigdemont ha preso tempo: il 10 ottobre ha proclamato in parlamento la secessione, ma poi l’ha subito sospesa in attesa di un dialogo con Madrid che non è mai arrivato. Anzi, il primo ministro Mariano Rajoy gli ha chiesto formalmente spiegazioni, minacciando di commissariare il suo governo in caso di secessione.

Infine il 27 ottobre, in un parlamento disertato dagli unionisti, è stata proclamata l’indipendenza. Rajoy ha risposto subito con l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione: sciolti il governo e il parlamento catalano, nuove elezioni sono state fissate per il 21 dicembre.

ARTICOLO 155 – In virtù dell’articolo 155, Madrid ha assunto la gestione dell’amministrazione catalana. Il commissariamento è avvenuto in forma tutto sommato morbida, senza che finora si siano verificati particolari incidenti o tensioni. Più duro è stato invece l’atteggiamento della magistratura spagnola, con accuse di sedizione contro l’intero governo, i vertici del parlamento e i “due Jordi”, i leader delle principali organizzazioni secessioniste della società civile. Puigdemont e altri quattro ex consiglieri si sono intanto rifugiati a Bruxelles, contando sul sostegno dei nazionalisti fiamminghi.

Al momento, dopo che diversi leader catalani hanno ottenuto gli arresti domiciliari, rimangono in carcere Junqueras, l’ex responsabile dell’Interno Joaquim Forn e i due Jordi (Jordi Cuixart e Jordi Sanchez). Una delle incognite del dopo voto sarà anche il ruolo dei detenuti che potrebbero risultare eletti, così come dell’eventuale rientro di Puigdemont, capolistadi Junt pel Sì, che rischia l’arresto al suo ritorno in Spagna.

Se gli arresti hanno contribuito a rafforzare la fede degli indipendentisti, le tensioni del dopo referendum e le loro conseguenze sull’economia catalana hanno riconfermato i timori degli unionisti. Il campo secessionista è sempre stato più attivo e militante, nelle piazze come sui social. Ma gli unionisti si dicono portavoce di una maggioranza silenziosa, che si è sentita prevaricata. E ora saranno le urne a chiarire cosa pensano veramente i catalani.

Il primo Natale post-Isis ad Aleppo e Ninive

L’impegno umanitario dei volontari della fondazione pontificia Acs in Siria e Iraq

cms_7995/aleppo_crocifisso_131216.jpgDove lo scorso anno sventolavano le bandiere nere dell’Isis, ora si accendono le luci dei presepi e degli alberi di Natale. Per i cristiani che vivono ad Aleppo in Siria come nella piana di Ninive in Iraq, questo sarà il primo ’vero’ Natale dopo tante feste passate sotto i bombardamenti della guerra civile e gli attentati delle azioni terroristiche dei fondamentalisti islamici. E proprio in queste località, si farà più forte la presenza dei volontari di Acs, la fondazione pontificia ’Aiuto alla Chiesa che soffre’ con diverse iniziative umanitarie.

Nella città siriana di Aleppo, dove la comunità cristiana si è ridotta di oltre due terzi passando da 150.000 a 40.000 fedeli, saranno tre i progetti finanziati da Acs: la distribuzione di latte in polvere a 2.850 bambini, l’acquisto di materiale medico per l’ospedale Saint Louis, la ricostruzione dell’asilo gestito dalle suore assicurando a 50 piccoli un luogo dove giocare e imparare.

“Il Natale è un momento di pace e quest’anno finalmente riusciamo a intravederla – afferma all’AdnKronos suor Annie Demerjian dell’ordine delle Sorelle di Gesù e Maria – Oggi le armi tacciono ma c’è un’altra guerra in corso: quella contro la miseria che dilaga in tutta la città”.

Anche nella piana di Ninive, nel nord dell’Iraq, si tornerà a festeggiare il Natale, dopo che sono stati liberati i villaggi cristiani invasi dall’Isis. A inizio mese, erano rientrate 6.330 famiglie cristiane ovvero circa un terzo delle quasi 20.000 costrette a fuggire nel 2014. Qui, Acs sostiene finanziariamente la ricostruzione di 13.000 abitazioni distrutte o danneggiate dalle azioni dei jihadisti mentre oltre 2.000 sono state già riparate.

A Qaraqosh, quella che una volta era la principale città cristiana dell’intero Iraq, sono rientrati oltre la metà dei suoi 50.000 abitanti. “Celebrare la nascita di Gesù Cristo lontano da casa e per di più nella condizione di rifugiati è davvero doloroso. Ora, quasi tutte le parrocchie sono state riaperte – riferisce all’AdnKronos padre Georges Jahola sacerdote siro-cattolico – Ci stiamo preparando al Natale con canti, preghiere e varie attività”.

Soltanto un anno fa, era impensabile poter festeggiare il Natale nella piana di Ninive. “Ritornare qui – afferma ancora padre Jahola – significa per noi riacquistare le nostre radici e poter vivere la nostra fede in unione con quella dei nostri antenati”.

Ai bambini di questa zona dell’Iraq, la fondazione pontificia ’Aiuto alla Chiesa che soffre’ donerà 15.000 pacchetti-regalo, grazie al fatto che un grande magazzino della località di Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana della città di Erbil, si è trasformato in una sorta di laboratorio di Babbo Natale, con decine di volontari della parrocchia caldea al lavoro per confezionare i pacchi natalizi contenenti una giacca a vento, una tavoletta di cioccolata e una Bibbia o un libro di catechismo a seconda dell’età di chi li riceve.

Ogni pacco-dono prevede un contributo di Acs pari a 20 euro per un’offerta totale di 300.000 euro. I regali saranno consegnati ai bambini di tutte le confessioni cristiane nelle località di Qaraqosh, Karamless, Bartellah e Bashiqa oltre ai piccoli ancora rifugiati nel Kurdistan.

Inoltre, a Tellskuf sempre nella piana di Ninive, dove è rientrato quasi il 70% delle 1.500 famiglie che abitavano il villaggio a 30 chilometri da Mosul, si potrà assistere alla messa di Natale celebrata nella chiesa di San Giorgio, già danneggiata e profanata dall’Isis e poi ricostruita grazie a un contributo di 100.000 euro da parte di Acs.

Commenta all’AdnKronos il direttore di Acs, Alessandro Monteduro: “Anche se Aleppo pare dimenticata dallo scenario dei mass-media, è doveroso ricordare i suoi drammi, perché se i bombardamenti sono cessati restano purtroppo aperte le ferite profonde di una guerra lunga ed estenuante”.

Sottolinea ancora Monteduro: “I cristiani siriani di Aleppo hanno bisogno del nostro sostegno, l’unico che può permettere loro di restare in Siria. Altrimenti, l’oramai decimata comunità di quella che un tempo era la capitale siriana del Cristianesimo rischia di scomparire per sempre”.

Il direttore della fondazione pontificia ’Aiuto alla Chiesa che soffre’ assicura: “Penseremo ai cristiani a Natale e continueremo a farlo anche dopo, come sempre dall’inizio di questa tragica guerra. Il nostro impegno è inoltre di testimoniare l’immensa generosità della comunità cattolica italiana, che non si dimentica mai dei propri fratelli e sorelle sofferenti”.

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21 Dicembre 2017