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VENTO DI BORA SULLO STRISCIONE “VERITA’ PER GIULIO REGENI”

Slogan riportati dagli striscioni gialli esposti anche sui siti istituzionali e nastrini gialli esibiti sugli abiti, in questi ultimi anni sono stati cassa di risonanza di petizioni solidali nell’allertare le coscienze sulla necessità di fare chiarezza su due “misteri” che hanno coinvolto alcuni nostri connazionali all’estero; tanto nel caso dei due Marò pugliesi: il barese Salvatore Girone e il tarantino Massimiliano Latorre indagati per l’omicidio di due pescatori in India; tanto nel caso di Giulio Regeni, friulano di Fiumicello, trovato ucciso il 3 febbraio 2016 al Cairo di Egitto dove, per conto dell’università inglese di Cambridge, svolgeva attività di ricercatore nell’ambito della categoria rivenditori ambulanti.
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Riguardo ad entrambe le drammatiche questioni, nella città di Trieste la gestione dei relativi “segni” ed eventi evocativi è passata attraverso il beneplacito e l’autorizzazione ufficiale delle istituzioni locali di posizione politica di “sinistra”: con l‘allora sindaco Roberto Cosolini massima espressione del PD al Comune e con la segretaria del PD Debora Serracchiani governatrice tutt’ora in carica alla Regione FVG.
Riguardo alla situazione Marò ormai incuneata nell’iter dell’Arbitrato internazionale; anche a Trieste, come altrove, è stata pacifica la dismissione degli striscioni che reclamavano il rimpatrio dei due militari, essendo entrambi già tornati nelle città di residenza dove è stato loro concesso di attendere una prima risoluzione arbitrale circa la Nazione che dovrà giudicare la loro presunta responsabilità nella morte dei pescatori indiani.
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Diversamente, rispetto alla tragica vicenda di Giulio Regeni, a Trieste è stato al centro di un’accesa controversia proprio il ritiro dalla facciata del Municipio di quello striscione che, con l’appello “VERITA’ PER GIULIO REGENI”, si sarebbe potuto considerare ultroneo dopo che, proprio per fare chiarezza sulla tragica fine del ricercatore friulano, nello scorso mese di settembre, la collaborazione italo- egiziana aveva trovato nuovo impulso durante un incontro di due giorni a Roma; quando, in un clima di positiva concretezza delle delegazioni, il pc di Regeni insieme con la documentazione dei suoi contatti telefonici dentro e fuori dall’ Italia erano stati consegnati dal Procuratore Capo Giuseppe Pignatone che, in cambio, dal Procuratore Generale egiziano Nabeel Sadek aveva ricevuto le risultanze di indagini svolte dalla magistratura egiziana soprattutto sul traffico delle celle e delle utenze presenti nelle aree attinenti la scomparsa e il ritrovamento del corpo martoriato del povero Giulio Regeni, sulla cui attività era risultato cessato ogni accertamento della polizia del Cairo dopo che, in seguito ad un esposto datato 7 gennaio 2016 a firma del capo del sindacato indipendente dei rivenditori ambulanti, si era indagato per tre giorni senza essersi rilevato alcunchè di interesse per la sicurezza nazionale.A questo punto, conclusosi quel proficuo incontro, poteva prospettarsi una più che logica aspettativa di ulteriori concreti sviluppi dall’esplicitato reciproco impegno di due nazioni amiche nel perseguire la verità sulla tragica fine di Giulio; così come subito riferito dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, comunicando telefonicamente alla famiglia Regeni circa la rinnovata vicinanza del Governo; di conseguenza, un petulante insistere con l’appello “VERITA’ PER GIULIO REGENI” ormai inglobato nella recente determinazione della cooperazione italo-egiziana, verso questa non avrebbe significato altro che una reiterata diffidenza al momento ingiustificata.
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Pertanto, solo un mese dopo quelle attestazioni di comune buona volontà suffragata dallo scambio di reciproche basilari informative su cui procedere nelle indagini; di certo, non risultava alcuna stretta contingenza per un rabbioso reclamo, sfociato addirittura in rissa, circa il ripristino di quello stesso striscione finito nel polverone sollevato dal PD contro la petizione che i capigruppo della maggioranza di destra, della appena insediata nuova giunta comunale, avevano inoltrato proponendo: non solo, per l’avvenire, l’eccezionalità dell’esposizione di striscioni sui siti pubblici per non oltre moderati limiti temporali di trenta giorni; altresì, da compiersi subito, la definitiva rimozione dello striscione- appello per Regeni, onde evitare il rischio di pura “assuefazione visiva” anche tenuto conto delle polemiche, in base a mera strumentalizzazione politica della opposizione di sinistra, sorte quando si erano rese necessarie le temporanee rimozioni dalla facciata del Municipio di Trieste in occasione delle riprese del film “Il ragazzo invisibile” di Salvatores e dell’evento Next; per cui, il nuovo Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, perchè non ci fossero più “problemi”, aveva fatto rimuovere dal balcone del Comune l’ingombrante striscione avendo, persino, anticipato la decisione che, al riguardo, in via definitiva, comunque è stata presa nel corso del più che movimentato consiglio comunale dell’11 ottobre.
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Nel fornire la sua motivazione, che in un primo momento era stata in termini di paragone dell’essersi “tolto un dente cariato”, il sindaco Dipiazza aveva puntualizzato che quello striscione era stato eliminato perchè “rischiava solo di essere politicizzato grazie alle strumentalizzazioni… sciacallaggio politico…cavalcato dal PD”; essendosi, quindi, trattato di una scelta fatta “per non alimentare bassezze politiche su vicende meritevoli di attenzione soprattutto da parte del Governo che alla verità deve giungere in termini concreti non attraverso striscioni che, dopo avere lanciato un giusto messaggio, rischiano di diventare un simbolo per lavarsi la coscienza”.D’altra parte, di contro alla subitanea mossa della governatrice Serracchiani di fare ricomparire lo striscione giallo-appello per Regeni sempre nella piazza Unità d’Italia ma sulla facciata del palazzo della Regione, non era potuto mancare l’ulteriore appunto del Sindaco nel rivendicare che quella comunale era stata l’unica istituzione che, fra le altre presenti nella stessa centralissima piazza, sino al momento aveva esposto quello striscione.
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Altrettanto essendo stato ribadito nell’intervento del capogruppo alla Camera, segretario della Lega Nord FVG Massimiliano Fedriga, con una dura critica su quella strumentale tardiva “decisione della Regione, dopo otto mesi di silenzio e di palazzi lasciati immacolati da striscioni gialli, di cavalcare le polemiche con un gesto empatico quanto ipocrita di vicinanza a Regeni; un atto particolarmente stridente anche alla luce del fatto che Serracchiani, pur essendo segretaria di Renzi, non ha mai battuto i pugni sul tavolo del Governo per sollecitare risposte definitive sulle ragioni e sulle responsabilità della morte del giovane che, con tutta evidenza e al netto di sterili polemiche sugli striscioni, rappresentano l’unico modo per restituire un minimo di pace alla famiglia Regeni”, avendo “il Partito Democratico la responsabilità di avere superato ogni limite di umanità sollevando, a fini meramente propagandistici, un polverone dal nulla per cui bene aveva fatto il sindaco di Trieste a non prestare il fianco a queste speculazioni e a rimuovere l’oggetto della discordia”; per cui, in definitiva, non poteva mancare l’esortazione: “Serracchiani la smetta di speculare politicamente sul dramma Regeni e utilizzi piuttosto il proprio ruolo istituzionale e politico per sollecitare il Governo nella ricerca della verità!”
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Tagliente a più largo raggio, il senso dell’intervento del leader di Autonomia Responsabile, ex presidente del FVG, Renzo Tondo che, nel proporre: “a Giulio Regeni autentico e giovane martire della Verità sia intitolata una strada non solo a Fiumicello suo paese natio ma anche a Trieste”, ha rimarcato come: “ridurre il caso Regeni ad uno striscione frustato dal vento che spinge la gioiosa bagarre della Barcolana con il bambinesco gioco dell’ –io lo tolgo e io lo rimetto- è quanto di più forviante si possa fare per onorare la memoria di uno straordinario ragazzo friulano mandato a morire da una università inglese che, con una leggerezza incredibile, in un paese pericolosissimo come l’Egitto l’aveva mandato a cercare la Verità”.
A compendio del tutto; mentre la tragedia di Giulio Regeni, in realtà, sin dal primo momento non ha mostrato connotazioni granchè misteriose essendo stata evidente la sua commistione ad un tessuto sociale che, come quello Egiziano, specie in certi ambiti in cui si muoveva il ricercatore, tutela con una violenza tout court la pretesa insindacabilità della sua grezza trama per molti versi piuttosto primitiva; nella nostra nazione, risulta ancora più amaro prendere atto della politicizzazione di quella che, alla fine, sconfina in mera petulanza di una pretesa di “dettaglio” che, forse, è solo indicibile da parte di una autarchica “ragione di stato” mentre non risulterebbe, poi, più significativo rispetto a ciò ch’è già chiaro; non di meno, circa una richiesta di “verità magari ultronea”, dovendosi mettere in conto come non privo di fondamento quanto concluso da Renzo Tondo: “paradossale che a chiedere sia una nazione come l’Italia che da mezzo secolo non trova la verità sulle stragi e gli assassinii più orrendi…piazza Fontana, la strage di Bologna, lo stesso assassinio di Aldo Moro o, più recentemente, il caso certamente meno intricato di Stefano Cucchi”.
Al riguardo, forse vale la pena di aggiungere che le mancate Verità, qui da noi, hanno glissato canoni di sicurezza e giustizia che si presume siano evoluti e democraticamente a disposizione e in favore del nostro popolo cosiddetto “sovrano”.

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18 Ottobre 2016