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Verso il 4 marzo

Domenica non verranno solamente assegnati 945 seggi parlamentari, non verrà solamente individuato il nostro futuro capo di governo (ammesso che dalla tornata elettorale emerga un vincitore certo) né verranno stabiliti i nuovi equilibri politici del nostro Paese. Non solo, almeno. La verità è che domenica verrà deciso, in un senso o nell’altro, il futuro di un’intera nazione. Una decisione tanto importante quanto difficile da prendere; una decisione che, in un certo senso, potrebbe perfino spaventarci considerata la sua importanza e gravità. Non è possibile intuire fin da subito quale forza politica saprà rappresentare al meglio gli italiani nei prossimi cinque anni, come non è possibile, naturalmente, sapere se un giorno, ripensando a queste elezioni ci renderemo conto di aver fatto la scelta giusta o se ci pentiremo del nostro voto. Eppure, in questo marasma di dubbi, una certezza inconfondibile sembra pur esserci: non scegliere sarebbe l’errore più grande. Non importa chi voteremo, la cosa più importante sarà assumersi le proprie responsabilità e recarsi alle urne. Certo, spesso la nostra fiducia nel sistema è stata messa a dura prova da una classe politica poco attenta, ma questa non può e non deve essere una valida ragione per rinunciare a credere che un’Italia migliore sia possibile. Un’Italia più giusta e più solidale, un’Italia che tutti noi desideriamo ma che può nascere solo e soltanto attraverso la nostra coscienziosa e responsabile partecipazione democratica. In altre parole, il più importante appello che le istituzioni hanno il dovere di rivolgere ai cittadini è quello di assicurare il proprio voto.

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Intanto, negli ultimi giorni non si sono fermate le speculazioni in merito allo scenario post elettorale. In modo particolare, una serie di personalità del mondo politico e del giornalismo hanno avanzato l’ipotesi che, nel caso in cui nessuna coalizione ottenesse i seggi necessari a governare, si potrebbe dar vita a una breve legislatura di transizione in grado di approvare una nuova legge elettorale prima di tornare alle urne. Un’ipotesi, questa, che per quanto possa apparire razionale rischia tuttavia di rivelarsi assai rischiosa per il nostro Paese. Occorre infatti considerare che un Parlamento e un governo di transizione, inevitabilmente, risulterebbero essere privi di una particolare autorevolezza, con tutte le inevitabili conseguenze che ciò potrebbe comportare in termini di rapporti internazionali e di speculazioni da parte dei mercati. Inoltre, sebbene questa non sia la sede opportuna per dibattere su quale possa essere la miglior legge elettorale per il nostro Paese, occorre ricordare che, in uno scenario pluripartitico in cui nessuna forza politica sembra avere una maggioranza schiacciante, risulta pressoché impossibile dare vita ad una legge elettorale capace di garantire la governabilità. Il tanto evocato premio di maggioranza, infatti, non solo dovrebbe rispettare gli stringenti limiti già imposti dalla corte costituzionale (ricordarsi le sentenze n.1 del 2014 e n.35 del 2017), ma non risulta presente nella quasi totalità delle democrazie straniere. In altre parole, siamo sicuri che realizzare una legge elettorale in grado di garantire la governabilità sia possibile? Non è forse vero che negli ultimi dodici anni ogni tentativo andato in questa direzione si è rivelato quantomeno deludente?

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Ad ogni modo, gli analisti non sembrano gli unici a preoccuparsi di cosa accadrà il giorno dopo le elezioni. Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, attraverso il proprio leader Luigi Di Maio ha già reso nota la squadra di governo in caso di vittoria elettorale. Tra di essi, spicca il nome di Andrea Roventini, docente presso la scuola superiore Sant’Anna di Pisa e destinato a ricoprire il ruolo di Ministro dell’Economia. A Giuseppe Conte verrà invece assegnato il Ministero della Deburocratizzazione e della Meritocrazia (un dicastero che sarà molto simile a quello della Pubblica Amministrazione), mentre al Ministero dell’Ambiente andrà il Generale Sergio Costa. Del Re verrà assegnato al Ministero Esteri, Giuliano all’Istruzione, Giannetakis all’Interno e Bertolazzi alla Sanità… sempre, beninteso, nel caso in cui i Grillini saranno in grado di governare da soli.

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Più della natura dei nomi, a far discutere è stata soprattutto la scelta in sé da parte del Movimento di annunciarli prima delle elezioni. Una scelta mai intrapresa prima, che ha diviso l’opinione pubblica fra chi la ritiene una semplice operazione mediatica e chi, invece, la considera una scelta indirizzata nel segno della trasparenza.

C’è chi sceglie i membri del governo in anticipo, chi invece sceglie in anticipo a quali governi ispirarsi. È il caso della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che nella giornata di mercoledì si è recata in Ungheria per incontrare il premier ultraconservatore Viktor Orban. Nell’incontro tra i due si è parlato soprattutto di immigrazione, del pericolo di islamizzazione e della difesa delle frontiere. Un incontro giudicato da entrambe le parti utile e ricco di spunti: “Tra patrioti ci s’intende alla grande (…) l’Italia guardi a Orban” ha dichiarato la deputata romana.

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C’è chi poi, nel momento decisivo della campagna elettorale, ha la possibilità di approfittare non solo dell’apporto dei propri leader, ma anche di quello dei leader del passato. È il caso del Pd, che negli ultimi giorni ha ricevuto una serie di endorsement da parte dei propri ex Presidenti del Consiglio. “Se penso all’Italia e all’Europa, posso solo sperare che il centrosinistra esca rafforzato dal 4 marzo” ha twittato nella giornata di ieri Enrico Letta. “Con Gentiloni Paese forte e sereno” gli ha fatto eco Romano Prodi durante un incontro a Bologna. Basteranno questi aiuti a riguadagnare terreno? Difficile dirlo, dipenderà da quanta stima avranno lasciato Letta e Prodi nel cuore degli elettori del centrosinistra.

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Indipendentemente da ciò che accadrà dopo le elezioni, tuttavia, bisogna prima terminare la campagna elettorale. Proprio negli ultimi giorni, i dirigenti politici stanno investendo le proprie ultime risorse energetiche fra apparizioni televisive e comizi. Questa sera, alle 17.00, il Movimento 5 stelle chiuderà la propria campagna elettorale a Roma, in Piazza del Popolo. Poche ore più tardi (alle 21.00) toccherà invece al leader del Pd Matteo Renzi dar vita all’ultimo comizio di una lunga campagna elettorale; nel suo caso, la scelta è ricaduta sulla città in cui la sua avventura politica è iniziata: Firenze (nello specifico, il comizio avrà luogo in Piazzale Michelangelo). Hanno scelto invece un comizio congiunto i principali leader di Leu (Grasso, Civati, Fratoianni e Speranza), i quali saliranno tutti insieme sul palco del teatro Massimo di Palermo per rivolgere un ultimo appello agli elettori. Comizi separati, invece, per le principali figure del centrodestra: Salvini parlerà all’Auditorium di Bonola, a Milano, in compagnia del candidato alla presidenza della regione Lombardia, Attilio Fontana. Giorgia Meloni, invece, parlerà in piazza del Popolo… non tuttavia a Roma, ma nella meno celebre Piazza del Popolo di Latina, una delle proprie roccaforti elettorali fin dalla fondazione del partito. Molti di voi, probabilmente, si saranno chiesti dove sarà invece il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Contrariamente a quanto accaduto in passato, il cavaliere ha preferito non concludere la campagna elettorale con un comizio tradizionale, investendo diversamente le ultime ore che ci separano dal silenzio elettorale di sabato. Una scelta curiosa; ma, del resto, nessuno negli ultimi anni ci ha abituato alle sorprese più di Berlusconi.

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Tra pochi giorni, anche quest’ultima campagna elettorale volgerà finalmente al termine. È stata una campagna dura, ricca di contrasti ideologici e di scontri verbali, una campagna in cui troppe volte i toni sono stati esasperati più del dovuto. Eppure, come ogni campagna elettorale, anche quella del 2018 ha portato in dote agli italiani una nuova ondata di democrazia: per settimane è stato finalmente possibile mettere la politica al centro dell’attenzione dei nostri concittadini. Milioni di persone hanno avuto la possibilità d’informarsi, di approfondire, di conoscere temi legati all’attualità politica del nostro Paese che fino a poche settimane fa probabilmente ignoravano. Migliaia di giovani, che andranno alle urne il 4 marzo per la prima volta in vita loro, hanno avuto finalmente l’occasione di seguire il dibattito politico non come semplici spettatori, ma come persone in grado di far valere la propria opinione nelle urne. Per queste e per mille altre ragioni, possiamo solamente sentirci orgogliosi del fatto che l’Italia sia ancora un Paese libero in cui tanto i candidati quanto i cittadini possono quantomeno provare a far sentire la propria voce. Certo, la nostra non è una democrazia perfetta, né sappiamo se mai lo diventerà; eppure, in un’epoca come questa, in cui sempre più gente mette in dubbio la validità stessa del sistema democratico, viene da riflettere su quali siano le alternative ad esso, e a concludere che siamo fortunati a non vivere in un regime basato sulla dittatura, sulla violenza e sulla repressione della libertà di voto e di espressione. Per questo, nonostante tutto, possiamo solo dire: viva la democrazia!

Data:

2 Marzo 2018