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VIOLENZA DI GENERE O VIOLENZA DEGENERE?

L’interrogativo è sempre più di attualità anche alla luce degli ultimi episodi di cronaca e dei dati diffusi a livello istituzionale

Contrastare gli stereotipi di genere, i comportamenti inappropriati, le molestie e le violenze di genere sui luoghi di lavoro, sostenere la pratica e il rispetto alla non violenza nelle scuole, coinvolgere gli uomini nella prevenzione e nel contrasto del fenomeno. Sono alcune delle indicazioni contenute nei principali Rapporti istituzionali e nelle iniziative di sensibilizzazione sul tema della violenza contro le donne.

La definizione di violenza sulle donne secondo l’Onu

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Ogni atto di violenza fondato sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica alle donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. È la definizione di “violenza contro le donne” contenuta nell’articolo 1 della dichiarazione Onu adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993. Una violazione dei diritti umani che, oltre alle donne, vede spesso coinvolti, tra le mura domestiche, anche i figli delle coppie. Le cronache giudiziarie raccontano di figli che assistono alla violenza del padre sulla madre e, in alcuni casi, l’hanno anche subìta.

Una situazione a macchia di leopardo

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Il Rapporto INAIL 2023 evidenzia che, nel periodo 2017-2021, a livello territoriale, 6 casi su 10 di violenza sulle donne sono stati registrati al Nord, con Emilia Romagna, Lombardia e Veneto in cima alla classifica. A seguire il Centro e il Mezzogiorno con un quinto dei casi per entrambe le ripartizioni geografiche. L’80% circa è focalizzato nella gestione Industria e Servizi seguita dal Conto Stato (raggruppamento strutture PA), con quasi il 19%, e l’Agricoltura con il 2%.

Nel 2022, prosegue il Rapporto, le lavoratrici vittime di aggressioni o violenze sono state circa il 3% di tutti gli infortuni femminili avvenuti in occasione di attività lavorativa e riconosciuti dall’INAIL. Tra queste, più del 60% svolge professioni sanitarie e assistenziali. Seguono, a distanza, altre categorie come impiegate postali, personale di pulizia, addette ai servizi di vigilanza e custodia, insegnanti e specialiste dell’educazione e della formazione, addette alle vendite e alla ristorazione.

La mancanza di un lavoro è un freno all’emersione

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Dietro i casi di violenza contro le donne si celano spesso storie di emarginazione dovute anche alla mancanza di un lavoro. Per una donna, magari con figli, non avere un lavoro significa non disporre di alcuna autonomia ed essere dipendente in tutto e per tutto da qualcuno. E quando questo qualcuno si rivela una persona violenta, il cerchio si chiude a tutto svantaggio della donna. Le donne vittime di violenza familiare, con o senza figli, senza una occupazione o con un lavoro precario, sono le più vulnerabili perché non dispongono di alcuna protezione. Una condizione che, spesso, le induce o a non denunciare il fatto o a ritirare la denuncia in fase di indagini o davanti ai Tribunali. La decisione è condizionata, in molti casi, dalla convinzione di non disporre di risorse sufficienti per avviare l’iter giudiziario e affrancarsi dall’ambiente in cui la violenza è maturata.

L’occupazione relativa alle madri

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Un ulteriore peggioramento (-0,5 punti percentuali) è stato registrato nel 2022 dall’indicatore ORM (Occupazione Relativa delle Madri – ORM), contenuto nella Relazione BES 2023 allegata al DEF 2023 e utilizzato dall’ISTAT per monitorare la dimensione del benessere denominata ‘Lavoro e conciliazione dei tempi di vita’. L’occupazione relativa delle madri tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio tra 0 e 5 anni si è posizionata al 72,4% dell’occupazione delle madri senza figli della stessa fascia d’età. Nel 2022 il tasso di occupazione delle non madri, pari al 76,6%, ha superato il livello pre-pandemico (74,3% nel 2019), mentre il corrispettivo valore per le madri con bambino (55,5%) è ancora al di sotto del livello del 2019 (-0,5 punti percentuali).

A chi si rivolgono le donne in cerca di aiuto

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Prima di intraprendere un percorso di recupero dalla violenza, il 40% delle donne si è rivolta ai parenti per cercare aiuto, il 30% alle forze dell’ordine, il 19,3% ha fatto ricorso al pronto soccorso e all’ospedale. È una delle indicazioni di rilievo contenute nel Rapporto ISTAT 2023, per gli anni 2021-2022. Dalla lettura dei risultati emerge, inoltre, che nel 2022 il 73,5% delle donne vittime di violenza rivoltesi al numero di pubblica utilità 1522 antiviolenza e stalkingè stato indirizzato verso un servizio territoriale di supporto. Di queste donne, il 94,4% (corrispondenti a 8.070 segnalazioni) è stato inviato a un CAV, il 2,4% (203) alle forze dell’ordine (Carabinieri o Polizia) e l’1,1% (92) alle Case Rifugio.

Gli studenti in prima linea sul fronte educativo

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Promuovere nelle scuole una nuova e più aggiornata strategia di prevenzione. È l’obiettivo del Governo, alla luce dei recenti fatti di cronaca giudiziaria che hanno scosso le coscienze e l’opinione pubblica. Una serie di progetti sperimentali contro la violenza di genere, i suoi effetti e a difesa dei diritti delle donne sono stati annunciati, già all’indomani dei fatti di Palermo e Caivano, dal ministero dell’Istruzione e del Merito. Gli studenti coinvolti nei progetti affiancheranno, secondo il metodo formativo dell’”educazione tra pari”, gli operatori qualificati (medici, avvocati, psicologi) per sensibilizzare la comprensione su questi temi critici con il linguaggio dei giovani, diretto e accessibile.

Fonti

Data:

25 Novembre 2023