Traduci

Virus, italiano contagiato:”Sereno”(Altre News)

Virus, italiano contagiato: “Sereno”

“E’ sereno, sta bene ed è in contatto con i genitori” il ricercatore emiliano risultato positivo al nuovo coronavirus dopo il rientro dalla Cina e ricoverato all’Istituto Spallanzani di Roma. Lo apprende l’Adnkronos Salute da fonti qualificate.

’’Il giovane ricercatore che si trova presso lo Spallanzani è sereno – dichiara poi l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato – è in contatto con la famiglia e fiducioso nelle capacità dei professionisti dell’Istituto. Il ragazzo comunica e lavora utilizzando il suo iPad”.

Virus, rientrati ultimi 87 studenti da Cina

Sono rientrati gli ultimi 87 studenti italiani che hanno dovuto terminare in anticipo, a causa dell’emergenza coronavirus, il programma scolastico in Cina e Hong Kong con Intercultura.

I 13 studenti che erano ad Hong Kong sono rientrati in Italia mercoledì̀ 5 febbraio. Uno studente da Hong Kong e altri studenti dalla Cina erano già ritornati nei giorni precedenti. Insieme all’organizzazione partner cinese, Intercultura ha provveduto al rientro in Italia degli ultimi 87 studenti ancora in Cina. I ragazzi e le ragazze, dalle varie città della Cina dove si trovavano da agosto per l’inizio dell’anno scolastico, sono arrivati negli scali internazionali cinesi da lì hanno fatto scalo ad Hong Kong, poi a Londra e per finire negli scali italiani.

“Erano molto stanchi per il viaggio, sollevati e contenti di vedere le loro famiglie, ma anche dispiaciuti per aver interrotto un’esperienza che pensavano di portare avanti per tutto l’anno scolastico – fa sapere all’Adnkronos un portavoce di Intercultura -. Le famiglie che li ospitavano li hanno invitati a tornare appena l’emergenza sarà rientrata”. Sorpresa poi per una delle studentesse rientrate, che compie 18 anni: la famiglia le ha fatto trovare all’aeroporto una torta per festeggiare così rientro e compleanno.

Treno deragliato, indagati cinque operai

(Antonietta Ferrante) Le carrozze di ’prima classe’, vuote, visto anche l’orario del treno, che seguivano la motrice hanno reso il bilancio in termini di vite umane molto meno cruento. E’ questa la verità che gli investigatori non nascondono mentre analizzano la dinamica dell’incidente ferroviario che ieri, alle porte di Lodi, è costato la vita a Giuseppe Cicciù, 52 anni, e Mario Di Cuonzo, 59, macchinista e addetto delle Ferrovie dello Stato che viaggiavano sul Frecciarossa partito da Milano e diretto a Salerno. Trentuno i feriti.

Indagati cinque operai Rfi, il caposquadra e quattro dipendenti, impegnati nei lavori di manutenzione a uno scambio dell’Alta Velocità. La procura di Lodi ha aperto un’inchiesta per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo e lesione colpose dopo l’incidente ferroviario. I cinque operai di Rfi che lavoravano lungo la tratta interessata dall’incidente erano all’opera “su un’anomalia segnalata dal sistema”. Lo conferma uno degli inquirenti. Ascoltati ieri, il caposquadra e i quattro tecnici avrebbero negato eventuali errori di manutenzione.

L’iscrizione nel registro degli indagati consente di poter procedere con accertamenti irripetibili sul convoglio. La Procura sospetta, fin dal primo momento che l’incidente avvenuto giovedì mattina alle porte di Lodi, sia legato a un errore umano successivo a una manutenzione non eseguita nel modo corretto: uno scambio sarebbe stato lasciato in posizione non giusta, una ’disattenzione’ non rilevabile dal sistema centrale di Bologna perché lo scambio sarebbe rimasto ’scollegato’, ossia fuori rete. Il sospetto degli inquirenti è che quella operazione manuale sia stata solo comunicata e mai effettuata.

Gli operai intervenuti sullo scambio poco prima che il treno deragliasse – il Frecciarossa coinvolto nell’incidente è il primo che passa dopo la manutenzione – non riuscendo probabilmente a trovare una soluzione al ’guasto’, avrebbero deciso “di ’bloccare’ lo scambio nella posizione dritta ed escluderlo dal sistema automatico”, cioè di dire: “visto che non sono sicuro del funzionamento di questo scambio lo metto sul corretto tracciato, sulla via libera dritta, fai come se non ci fosse. Io operaio lo blocco in questa posizione e tu (da Bologna) non lo puoi manovrare dal sistema remoto, non lo vedi più”, spiega un esperto. E come se quello scambio fosse stato ’cancellato’ dai binari, rendendo dritta la strada. Ma solo in teoria: il Frecciarossa appena partito da Milano che viaggiava a 290 chilometri si è trovato improvvisamente di fronte lo scambio ’curvo’ che ha deragliato la corsa della motrice. Un’ipotesi che solo gli accertamenti tecnici potranno confermare. Gli operai, sentiti subito dopo l’incidente, avrebbero negato di aver lasciato lo scambio in una posizione non corretta.

Rispetto al punto dell’impatto, l’ipotesi a cui lavora la procura è quella di uno scambio posizionato in modo errato dopo dei lavori di manutenzione appena terminati – questo ha portato il convoglio su un binario sbagliato – “le carrozze in testa hanno continuano a correre sulle pietre per 400 metri”. La motrice per un sistema di sicurezza si è staccata dal resto del treno, la seconda carrozza invece ha probabilmente incontrato un ostacolo sul cammino e si è inclinata sui binari.

In mattinata c’è stato un incontro a Lodi tra il procuratore Domenico Chiaro e i consulenti incaricati di eseguire i rilievi sul Frecciarossa. Al centro degli accertamenti da parte degli esperti è se il sistema di sicurezza stesse dando il “giusto tracciato”. Al vaglio degli inquirenti la possibilità di eseguire accertamenti irripetibili che comporterebbe l’iscrizione di eventuali responsabili nel registro degli indagati.

Intanto, da quanto trapela dagli addetti ai lavori ci vorranno giorni, se non alcune settimane, per ripristinare la linea dell’alta velocità. Gli esperti della polizia stanno lavorando anche all’acquisizione dei dati dei sistemi di registrazione che regolano la circolazione ferroviaria e all’analisi delle scatole nere del treno. Saranno queste ultime più che le telecamere, in stazione sono presenti “ma sono di sicurezza e hanno ripreso solo qualche scintilla”, fa sapere un investigatore, a restituire gli ultimi istanti del viaggio del Frecciarossa.

Omicidio Vannini, Cassazione: “Processo a Ciontoli da rifare”

Un nuovo processo d’Appello per l’omicidio di Marco Vannini. E’ quanto deciso dai giudici della prima sezione penale della Cassazione che hanno accolto la richiesta delle parti civili e del sostituto procuratore generale della Cassazione Elisabetta Ceniccola che al termine della requisitoria aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza d’appello per la famiglia Ciontoli e disporre un nuovo processo per il riconoscimento dell’omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Marco, ucciso da un colpo di pistola nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli, sul litorale romano.

Per l’omicidio del ragazzo, appena ventenne, lo scorso 29 gennaio i giudici della corte d’Assise d’Appello di Roma avevano condannato il padre della sua fidanzata Antonio Ciontoli per l’accusa di omicidio colposo a 5 anni di reclusione contro i 14 che gli erano stati inflitti in primo grado per omicidio volontario, confermando, invece, le condanne a tre anni per i due figli di Ciontoli, Martina e Federico, e per la moglie Maria Pezzillo.

Lacrime di gioia e applausi da parte dei familiari di Marco Vannini alla lettura della sentenza. ’Giustizia, giustizia’ hanno scandito gli amici e i familiari radunati a piazza Cavour, dove hanno accolto con un lungo applauso i genitori di Marco Vannini. Da questa mattina in tanti hanno atteso l’esito dell’udienza in sit in vicino al Palazzaccio con striscioni e cartelli.

“Da Sindaco e uomo delle Istituzioni accolgo con grande soddisfazione la decisione della Cassazione di disporre un nuovo processo di appello per l’omicidio di Marco Vannini” dice il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci. “Dopo cinque anni di tensioni e polemiche, con una tragedia infinita che ha scosso non solo la nostra comunità ma la Nazione intera oggi la giustizia torna ad essere un faro per l’Italia”. “Quella di oggi è una vittoria di una comunità che si è stretta fin da subito accanto alla famiglia Vannini, alla mamma e al papà che tanto stanno soffrendo”.

Abusi su figlie e foto in chat, arrestate due mamme e un padre

Avrebbero commesso abusi sessuali sulle figlie fin dai primi anni di età, producendo poi foto a carattere pedopornografico sulle violenze commesse, diffondendole in rete su social network cliccati da pedofili. E’ l’accusa con la quale due donne, una residente a Terni e un’altra a Reggio Emilia, sono state arrestate dalla polizia postale della Toscana in esecuzione di una misura di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Firenze.

Le due vittime, entrambe minori di 10 anni, sono state affidate ai servizi sociali e condotte in luoghi sicuri. E’ stato arrestato anche un 40enne residente a Grosseto, padre di una delle bimbe: sarebbe stato lui, secondo l’accuse, a istigare le due donne e sarebbe poi stato il destinatario del materiale pedopornografico che gli veniva inviato via WhatsApp.

Al 40enne di Grosseto e alla donna di Terni, che hanno una relazione sentimentale, sono stati contestati i reati di pornografia minorile, “per aver divulgato notizie e informazioni finalizzate allo sfruttamento sessuale dei minori di anni 18, prodotto materiale pornografico realizzato con minori di 18 anni, nonché di violenza sessuale nei confronti di minori per aver costretto una persona minore a subire rapporti sessuali”.

I reati sono stati commessi dai genitori della persona offesa, minore di 10 anni. Inoltre, all’uomo e alla donna di Reggio Emilia, sono stati contestati “i reati di violenza sessuale nei confronti di minore di anni dieci, per aver costretto la persona minore a compiere o subire atti sessuali, reato contestato in concorso tra i due indagati, per la donna, con l’aggravante di aver abusato della qualità di madre, nonché di produzione di materiale pornografico”.

Le indagini, volte a verificare la presenza sul territorio italiano di alcuni utenti attivi all’interno di gruppi a ’tema pedofilo’, presenti sul circuito di messaggistica istantanea Telegram, hanno portato, lo scorso agosto, all’esecuzione di una perquisizione a carico dell’uomo, che è stato tratto in arresto per aver divulgato e detenuto un ingente quantitativo di materiale pedopornografico.

Gli sviluppi investigativi hanno consentito di accertare l’esistenza sulle piattaforme di Whatsapp e Telegram, utilizzate dall’uomo, di gruppi “attivi” dediti alla condivisione di link mega.nz, tutti riconducibili a contenuti pedopornografici e immagini/video in chiaro di minori intenti al compimento di atti sessuali, oltre alle chat intercorse tra gli stessi utenti.

L’attività investigativa sotto copertura, delegata dalla procura di Firenze, ha successivamente consentito di individuare alcuni utenti stranieri. L’analisi forense dei contenuti dei supporti informatici sequestrati ha fatto emergere la condotta delle due donne italiane, oggi tratte in arresto.

Il 40enne di Grosseto e la donna di Terni avrebbero deciso di concepire la loro figlia, una delle due vittime degli abusi, allo scopo di abusarne sessualmente. E’ quanto emerge dall’ordinanza del gip che contesta ai due genitori i reati di pedopornografia minorile per aver divulgato notizie e foto finalizzate “allo sfruttamento sessuale dei minori di anni 18”, “prodotto materiale pornografico realizzato con minori di 18 anni”, nonché di violenza sessuale nei confronti di minori per aver costretto una persona minore a subire rapporti sessuali.

Da una “chat tra i due arrestati – scrive il gip nell’ordinanza – emerge come assolutamente verosimile” che la gravidanza sia stata voluta “con il preciso intento di realizzare le fantasie sessuali condivise”. Secondo il gip, il 40enne avrebbe avuto “un ruolo determinante” nell’istigare le due madri a commettere i reati e sarebbe poi stato il destinatario delle materiale pedopornografico che gli veniva inviato via WhatsApp. Le indagini, volte a verificare la presenza sul territorio italiano di alcuni utenti attivi all’interno di gruppi a “tema pedofilo”, presenti sul circuito di messaggistica istantanea Telegram, avevano portato, lo scorso agosto, all’esecuzione di una perquisizione a carico del 40enne, che in passato era già stato condannato per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

Autore:

Data:

8 Febbraio 2020