
Italia, 25 aprile 2026 – La ricorrenza non è mera celebrazione di una data, bensì la sintesi suprema di valori che fondano la nostra identità collettiva. In essa si compendia un destino: la fine dell’oppressione fascista e del giogo nazista; l’epilogo del secondo conflitto mondiale e il trionfo della Resistenza.
Un “poker” di “onore”, eventi epocali che, nel compimento del loro ottantun esimo anno, tornano a chiamare a raccolta la coscienza di ogni italiano, esortando ognuno a volgere lo sguardo verso quella tremenda e gloriosa epopea. Un’ adunata dello spirito, un invito a stringersi attorno al Tricolore, percorrendo idealmente quegli irti sentieri e sostando nel silenzio di quei luoghi sacri che custodiscono, gelosamente, il sacrificio di chi cadde per la giusta causa.
“Nessun cuore deve tacere. Chi non ha che un soldo,
lo dia ai liberatori. Chi non ha che un sasso lo
deve scagliare contro i tiranni ” (Victor Hugo)
IL SACRIFICIO DEI COMBATTENTI E IL VALORE DELLA MEMORIA
Mentre il Paese celebra l’ 81° anniversario della Liberazione, la ricorrenza assume quest’anno i contorni di un tributo sobrio, ma profondo, rivolto a quanti, militari e civili, contribuirono a porre fine all’occupazione nazista e al regime fascista. Una data, quella del 25 aprile 1945, che convenzionalmente segna la vittoria, ma che storicamente si prolungò fino al 2 maggio successivo, in un’ultima, aspra stagione di combattimenti.
A ottantun anni di distanza, la memoria si fa innanzitutto riconoscenza. La “guerra di liberazione” – figlia ideale di quel “Secondo Risorgimento” nato dalle ceneri dell’armistizio dell’8 settembre 1943 – fu una lotta dolorosa e lacerante, che vide un popolo stremato ma fedele alla Patria rialzarsi per riconquistare libertà e dignità.
L’ ITER DELLA PROMULGAZIONE: DALLE CENERI ALLA NORMA

Il cammino di questa festività affonda radici nel cuore della ricostruzione. Fu il decreto legislativo luogotenenziale del 22 aprile 1946 – proposto dalla statura morale di Alcide De Gasperi e siglato dal principe Umberto II – a sancire per la prima volta la sacralità della data che per alcuni anni fu anche “Festa nazionale”. Successivamente, la Legge n. 260 del 27 maggio 1949 ne ha cristallizzato il valore quale “Festa della Liberazione e della Resistenza”. Non fu scelta una data casuale: alle ore otto del mattino di quel 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale. In quel preciso istante, l’Italia rivendicò la propria dignità, ergendosi contro l’oppressore nei territori ancora occupati.
LA LIBERTÀ: BENE SUPREMO CHE IMPLORA GRATITUDINE PERENNE
La libertà è il nostro bene più prezioso, un’essenza che ogni cittadino sente il dovere di onorare nel ricordo di chi spezzò le catene di un’oppressione violenta e inumana.
A quegli uomini e a quelle donne coraggiose, la nostra gratitudine non verrà mai meno. “Il 25 Aprile deve essere un giorno di festa per tutti, senza etichette e colori politici; una festa che unisce nel ricordo di chi si sacrificò per noi, indistintamente dalle appartenenze sociali o religiose.” (… del Presidente Sergio Mattarella ) A vincere fu la Resistenza di un intero popolo: di chi imbracciò le armi e delle donne – pensiamo alle madri, alle nonne e alle giovani spose con figli da sostentare mentre il consorte era in trincea – che hanno garantito la sopravvivenza, difendendo focolari e creature tra i lutti e le privazioni, per permetterci oggi di respirare l’aria della democrazia.
SIMBOLO D’UNITÀ NELLE DIVERSITÀ DEGLI ANIMI
Con il 25 Aprile si conclusero vent’anni di dittatura e cinque di strazio bellico. Questa data rappresenta il crogiuolo della nostra fierezza, l’atto di nascita della Repubblica e il preludio alla Costituzione. Per i combattenti, fu l’orgoglio del successo dopo infiniti patimenti; per la nazione intera, fu la fine della fame e dei bombardamenti, il ritorno alla pace e la volontà di rialzare il capo per costruire un’ Italia nuova, operosa e rispettata nel consesso delle nazioni. Grazie al sostegno degli Alleati e alla lungimiranza dei padri costituenti, il Paese ritrovò la via delle libere istituzioni, una via che oggi percorriamo con rinnovata consapevolezza.
LA STORIA IN PRIMO PIANO: L’ONORE DELLE ARMI E DEL DOVERE

Dal frastuono del conflitto emerge, vivida, l’immagine dei nostri soldati: cittadini nobilitati dall’uniforme e dal rispetto di una disciplina severa e condivisa. Ricordiamo i fratelli caduti sui monti della Grecia, nelle sabbie africane, tra i ghiacci di Russia o nel buio della prigionia. Rammentiamo il fiero rifiuto di Cefalonia e la difesa di Porta San Paolo con il martirio nei lager. Una situazione lacerante e drammatica che si protrasse, dura e cruda, fino all’aprile 1945. Sicché, mentre per alcuni fu “Resistenza”, per altri fu “Guerra di Liberazione”. Un paradosso difficile da spiegare. Ma anche come si sia potuto verificare che un esercito, catapultatosi nella nostra Penisola come invasore, si sia poi trasformato in “liberatore”. Tale fu infatti, al di là ed oltre gli schemi propagandistici, il ruolo che l’opinione pubblica italiana si fece dei combattenti Alleati e degli USA durante la tragica vicenda compresa tra il settembre 1943 e l’aprile 1945.: venti mesi cruciali che hanno portato alla festa del 25 aprile.
LE TRE ANIME DELLA RESISTENZA – L’IMPEGNO DELLE FORZE ARMATE

La reazione ai nazisti da parte dei tanti militari, che non andarono a casa, fu immediata:
Lo testimonia la prima M.O.V.M. (Medaglia d’Oro al Valor Militare) concessa al Gen. Ferrante Gonzaga del Vodice, [1] trucidato la stessa sera dell’ 8 settembre per essersi rifiutato di consegnare le armi della sua Divisione ai tedeschi. Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, la reazione all’occupazione tedesca si articolò su tre fronti complementari:
- Guerra di liberazione delle Forze Armate regolari (527.000 militari, di cui 413.000 dell’Esercito, 83.000 della Marina e 31.000 dell’Aeronautica):
- Lotta partigiana (80.000 combattenti):
- Resistenza passiva (senza armi) degli I.M.I. (internati nei campi di lavoro (590.000 militari).
- Soldati fati prigionieri e deportati nei lager per essersi rifiutati di collaborare con il nemico. Un contributo a lungo sottovalutato, quindi riconosciuto come pilastro della rinascita nazionale.
IL COSTO A ricordarlo sono i monumenti di Porta San Paolo a Roma, dove sono incise le cifre di un sacrificio che costò al Paese 87.000 caduti in combattimento, segnato dalla concessione di 299 Medaglie d’Oro al Valor Militare concesse durante la guerra di liberazione.

Successivamente l’Esercito, a tappe ristrette, venne impegnato a fianco degli Alleati anglo-americani, ampliando gradualmente la sua cobelligeranza attraverso: -una Brigata- il “1° raggruppamento motorizzato – nella fornace della battaglia del Garigliano nel dicembre 1943; La Marina e l’Aeronautica operarono sotto il Tricolore a fianco degli Alleati su tutti i fronti. Al di sopra delle righe, l’inclusione dell’Arma dei Carabinieri che, attraverso la capillarità delle sue Stazioni, salvaguardò l’intelaiatura dello Stato e il primato della legge. A questi uomini, baluardo sicuro nella bufera e simbolo autentico della Patria, va oggi il nostro pensiero deferente. Il loro onore militare è la colonna portante che ha permesso alla democrazia di affermarsi nei momenti più oscuri.
DALLO SBANDO ALLA CONCORDIA
L’8 settembre 1943, con la fuga della Corona e il collasso delle istituzioni, aveva gettato l’Italia in un vuoto di potere. Eppure, proprio da quel caos – e da episodi emblematici come la battaglia di Porta San Paolo o il martirio della Divisione “Acqui” a Cefalonia – nacque una rinnovata coscienza nazionale. Soldati regolari, partigiani e semplici cittadini, spesso divisi in passato da appartenenze politiche contrapposte (“camicie nere” contro “fazzoletti rossi”), si ritrovarono uniti nell’obiettivo comune di cacciare l’invasore. A ottantun anni di distanza, storici e reduci sottolineano come il tempo abbia ricomposto quelle lacerazioni. “Le contrapposizioni appartengono ormai alla dialettica della storia”, si legge in una nota commemorativa. “Oggi conta una sola certezza: la Concordia. Di cui la Patria ha tanto bisogno”.
LA GUERRA È FINITA: WWW LA LIBERTÀ E LA PACE
L’abbraccio finale 81 anni dopo: un fil Rouge che lega il 25 aprile 1945 al 25 aprile 2026. Con la resa delle unità tedesche e della Repubblica Sociale Italiana avvenne l’ indimenticabile lungo abbraccio tra i soldati con i combattenti legittimi che, scesi dalle montagne, sfilarono armati tra il delirio della popolazione e dei militari inquadrati nelle Forze Regolari. Non importa di che colore fosse il fazzoletto che portavano al collo; avevano tutti combattuto per lo stesso ideale. In quei giorni si compì il magnifico disegno che fu per anni sognato e preparato: la fine della guerra, la libertà e la pace.
IL MONITO – L’ ABBRACCIO E L’INVITO ALLE NUOVE GENERAZIONI

Il momento simbolo rimane quello dei giorni successivi al 25 aprile 1945: l’abbraccio tra i partigiani scesi dalle montagne e i soldati delle Forze Regolari, mentre la popolazione in delirio salutava la fine dell’incubo. Un fil Rouge che idealmente lega quella primavera del 1945 al 25 aprile 2026. Non manca, tuttavia, un monito. La pace e la libertà di cui oggi godiamo non sono scontate. Il loro prezzo è stato pagato anche da giovanissimi, come i 43 “ragazzini martiri” di Rovetta (Bergamo – foto a lato), fucilati il 26 aprile 1945, di età compresa tra i 15 e i 22 anni. “Orrori da non dimenticare” –ricordano le associazioni combattentistiche, perché la memoria di quelle stragi e del coraggio di chi si oppose – resti “eredità preziosa da tramandare”. Un invito alla vigilanza democratica che, a 81 anni dalla Liberazione, conserva intatta la sua forza.
INELUDIBILI E DOVEROSO UN CENNO AL SECONDO RISORGIMENTO
Il 25 aprile 1945 ha suggellato il nostro “Secondo Risorgimento”. In quei giorni nacque un nuovo senso di Patria che le pur legittime contrapposizioni ideologiche non riuscirono mai a scalfire. Gli italiani si ritrovarono uniti da un sentimento di appartenenza che, mentre rivendicava i diritti di libertà, accettava con maturità il dovere della responsabilità politica. È su queste fondamenta che poggia, solida e luminosa, la nostra Repubblica.
Mentre il 1° Risorgimento è carico del ricordo di contrasti tra piccoli Stati, contese fratricide e guerricciole; “ Il 2° Risorgimento” ha ricondotto il nostro Paese alla pace, alla prosperità ed al progresso, di cui beneficiamo da 81 anni.
In questa visione di ricomposta pace a 81 anni di distanza non muta il valore e la gloria di chi lottò per la libertà, non muta la condanna della dittatura, di ogni dittatura. Non è il ricordo di quanto fecero amici e nemici che divide, perché la verità, se la rispettiamo, se ne siamo custodi, non divide mai. L’amore rappacifica e ci riscopre fratelli, ma la pacificazione non muta la realtà, non muta, né può mutare, i fatti così come si sono compiuti.
Verità e pacificazione o vivono insieme o insieme muoiono e solo il loro culto può essere base sicura per rafforzare l’unità di ogni popolo. La stessa, condizione essenziale che ha portato all’unità la nostra Patria.
Fu grave follia la guerra, lo sterminio, le stragi; fu eroismo l’aver obbedito al forte richiamo della libertà per l’Italia.
“È la libertà il più grande diritto dell’uomo e il maggior vanto è la sua dignità.”
EROI SENZA VOCE … SIMBOLI DELL’ONOR MILITARE E DELL’ ESEMPIO

Un evento che adesso, nell’ 81° anniversario, sta rivivendo una nuova stagione e suscitando rinnovata curiosità. Un conflitto vero, senza risparmio di colpi, la Resistenza fu combattuta per 20 lunghissimi mesi, in città, sui monti e in campagna, e non risparmiò nessuno.
<< La Resistenza – si legge in una pubblicazione edita dall’E.I. – fu… un complesso movimento di opposizione, attiva e passiva, al nazismo, in cui confluirono culture politiche ed aspirazioni sociali estremamente diverse: l’obiettivo comune di pervenire alla liberazione del patrio suolo dalla dittatura non impedì che all’interno del movimento stesso si verificasse una compresenza tra le differenti visioni della società che avrebbe caratterizzato gli anni post-bellici. >> In realtà, l’armistizio dell’8 settembre venne accolto dagli italiani come una dolorosa necessità. L’operazione, condotta dal Governo Badoglio, in sinergia con la Casa reale, portò allo sfaldamento dell’apparato statale italiano e ad una terribile stagnazione generalizzata. Uno scenario apocalittico in cui l’Italia, priva di qualsiasi guida (fatta salva la rassicurante presenza dei militari effettivi rimasti al loro posto), si ritrovò lacerata in due tronconi e con una guerra interna combattuta su tre fronti:
Il primo, quello della miseria che il “mercato nero, le tessere ed il razionamento”, non riuscirono neppure a lenire.
Il secondo dei combattimenti su tutti i versanti tra bande e truppe in ritirata, insanguinato da cruente rappresaglie.
Il terzo ha senz’altro riguardato le incursioni, le requisizioni e le razzie indiscriminate che la Gestapo compiva contro inermi cittadini, per appropriarsi anche di quel poco che essi avevano risparmiato per sopravvivere; per reclutare ostaggi da inviare nei campi di lavoro d’oltralpe.
Finché, con la “Liberazione”, ritornammo a respirare l’aria di casa nostra.
Un’epopea che tutti debbiamo conoscere, approfondire e interiorizzare
per le “Perle” di verità che offre e per le variegate informazioni concrete che contiene:
“Sospesi tra speranza e dolore:
un giorno di terrore sembrava eterno! “ Quasimodo
[1] – Gen. Ferrante Gonzaga del Vodice, nato a Torino nel 1889, ucciso a Buccoli di Conforti (Salerno) l’8 settembre 1943, Generale di Brigata, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
