“Un’ora e mezza al telefono: quando la guerra si negozia tra tre fusi orari”Un’ora e mezza. Tanto è durato il colloquio telefonico tra Vladimir Putin e Donald Trump, il più lungo dall’inizio del nuovo mandato dell’ex presidente americano. Non è stato un comunicato di cortesia. È stato un tentativo di spostare l’asse della guerra in Ucraina dal campo di battaglia al tavolo diplomatico, con tre capitali in ascolto: Mosca, Washington e Kiev. Subito dopo, Volodymyr Zelensky è intervenuto dicendo che esiste una “chance reale di porre fine alla guerra”. Tre parole che pesano, perché arrivano da chi da tre anni combatte e sa che ogni parola di pace costa territorio, vite e sovranità.Dal punto di vista tecnico, una telefonata di 90 minuti tra due leader in guerra non è banale. Significa che gli staff hanno preparato dossier, mappe, proposte scritte e controproposte. Significa che si è andati oltre le dichiarazioni di principio. Le fonti che filtrano da entrambe le parti parlano di quattro blocchi affrontati: cessate il fuoco, confini e status dei territori occupati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, e revoca parziale delle sanzioni in cambio di impegni verificabili da parte russa.
Nessun accordo è stato chiuso, ma il fatto stesso che si sia parlato di “meccanismi di verifica” è un salto rispetto al 2022, quando i contatti si interrompevano dopo 10 minuti.Per Mosca il telefono con Washington è anche un modo per bypassare Bruxelles. Putin ha ribadito le condizioni già note: riconoscimento della Crimea e delle quattro regioni annesse, neutralità dell’Ucraina, smilitarizzazione, e revoca delle sanzioni. Ma ha aggiunto un elemento nuovo: la disponibilità a discutere “corridoi umanitari estesi e scambi di prigionieri su larga scala” già nelle prossime settimane. Tecnicamente è un’apertura tattica. Serve a testare la buona fede americana e a mettere pressione su Kiev, che si troverebbe a dover dire no a un cessate il fuoco umanitario.Per Trump il calcolo è diverso. Dopo mesi di campagna in cui ha promesso di “chiudere la guerra in 24 ore”, ha bisogno di un risultato visibile prima delle primarie. La sua frase chiave, trapelata dai collaboratori, è stata: “Se fermiamo i morti, poi parliamo di chi prende cosa”. È realpolitik allo stato puro: congelare il conflitto lungo la linea del fronte attuale, creare una zona smilitarizzata controllata da osservatori internazionali, e rimandare di anni la questione dello status giuridico di Donbass e Crimea. Dal punto di vista militare questo significherebbe per l’Ucraina rinunciare, almeno per ora, alla riconquista con le armi di Kherson, Zaporizhzhia e parte del Donetsk.
In cambio otterrebbe aiuti economici, garanzie di sicurezza non NATO ma bilaterali con USA, e la riapertura dei porti sul Mar Nero.Zelensky lo sa. Per questo la sua reazione è stata misurata: “Chance reale”, non “pace”. Kiev teme due cose. La prima è un accordo fatto sopra la sua testa, stile Yalta 2.0. La seconda è un cessate il fuoco che congeli la guerra a vantaggio della Russia, permettendo a Mosca di riarmarsi. Per questo l’Ucraina chiede che qualsiasi tregua sia accompagnata da tre condizioni tecniche: monitoraggio OSCE h24 con droni, sblocco immediato dei 300 miliardi di asset russi congelati per la ricostruzione, e un percorso chiaro, anche se lungo, verso l’adesione all’UE. Senza questi paletti, “chance reale” diventa solo una pausa.Sul terreno intanto nulla si ferma. I droni continuano a colpire, l’artiglieria spara 5.000 colpi al giorno, e le linee del fronte nel Donbass si muovono di poche centinaia di metri. Una telefonata non ferma i missili. Ma cambia la logistica della guerra. Se Washington rallenta le consegne di ATACMS e Patriot in attesa di un esito negoziale, Kiev perde capacità di colpire in profondità. Se Mosca accetta una pausa umanitaria, guadagna tempo per rifornire le truppe e consolidare le difese.
È qui che si gioca la partita: chi usa meglio il tempo guadagnato al telefono.Il vero nodo resta la fiducia, o meglio la sua assenza. Nessuno crede che Putin e Trump si fidino. Si usano. Trump usa Putin per dimostrare di saper fare ciò che Biden non ha fatto. Putin usa Trump per rompere l’unità occidentale. Zelensky usa entrambi per ottenere garanzie che non ha mai avuto. È un triangolo instabile, ma è l’unico che in questo momento parla.Alla fine di un’ora e mezza di colloquio non è nata la pace. È nata una possibilità. E in guerra la possibilità è già una merce rara. Se questa telefonata servirà solo a fotografare le posizioni, tra un mese saremo punto e a capo, con più morti. Se invece riuscirà a trasformarsi in un cessate il fuoco verificabile, anche imperfetto, anche ingiusto, allora avremo imparato una lezione amara: che a volte la fine di una guerra non inizia con un trattato firmato, ma con due uomini che restano in linea abbastanza a lungo da non riagganciare.
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