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IL PLATONOV DI CECHOV – Conquista il Festival dei Due Mondi

Un connubio vincente quello tra Peter Stein e il  “Platonov” di Anton Cechov (1860-1904) andato in scena il 29 Giugno presso la chiesa sconsacrata di San Simone, in occasione del sessantanovesimo Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Abbiamo potuto godere, infatti, della prima assoluta di questo lavoro giovanile del drammaturgo russo la cui storia è affascinante: durante i tumulti della Rivoluzione russa del 1917, la sorella di Cechov, Maria, si preoccupò di proteggere molti manoscritti del fratello riponendoli in una cassetta di sicurezza a Mosca. Tale cassetta venne riaperta solo quattro anni dopo, mettendo alla luce un’opera teatrale completamente sconosciuta e senza nome in quanto era andato perduto il frontespizio contenente il titolo. Tale opera venne composta negli anni 1880-81 quando lo scrittore si era trasferito da poco a Mosca, dalla nativa Taganrog, per iscriversi alla facoltà di medicina.

Questo testo inedito rappresenta il fallimento, da parte dell’autore, dell’illusione di poter rappresentare la complessità della vita umana, con tutte le sue infinite sfaccettature e complicati intrecci e meccanismi. Ne scaturisce un lavoro incompleto ma ricchissimo di azione, personaggi (nella stesura di Stein sono quindici gli attori in scena), tematiche affrontate. Ciò ha fatto sì che quest’opera fosse spesso ritenuta non rappresentabile, se non altro per la lunghezza temporale che ammonta a cieca sei ore totali. La sintesi ultima del dramma è la constatazione che la felicità non appartiene a questo mondo, sintesi incarnata dai personaggi stessi che rappresentano uomini e donne incompleti, esistenzialmente non risolti, resi fragili dal loro “voler essere” che si scontra, invece, ineluttabilmente con quello che sono nella realtà quotidiana.

Già da ragazzo, quindi, Cechov evidenziava quell’eccezionale talento di saper osservare acutamente il genere umano sapendone cogliere, con intensa profondità, gli aspetti più nascosti, dolorosi e contraddittori.

L’adattamento cui abbiamo assistito a Spoleto – come già scritto –  porta la firma di Peter Stein, grande maestro della regia del secondo Novecento, fondatore della leggendaria Compagnia Schaubuhne che, insieme all’omonimo teatro di Berlino, è divenuta uno dei riferimenti nella storia di tutto il teatro moderno. Il “Platonov” di Stein ha calamitato l’attenzione della platea per ben 270 minuti (spezzati da un intervallo di circa mezz’ora creato per dare respiro anche alla compagnia impegnata in scena), trasportando gli spettatori in un mondo sospeso tra la complessa classicità del testo e la rilettura dello stesso in chiave contemporanea, il tutto incorniciato da un immaginario scenico attuale ed accattivante, ma ugualmente capace di mantenere intatta la complessità del dramma. A tale scopo Stein ha immaginato e realizzato cinque spazi diversi che si trasformano in scena e che hanno il fine di ricordare i mutevoli stati d’animo dei personaggi: una grande veranda (dove si svolgono i primi incontri), un parco notturno illuminato da fuochi d’artificio (che rappresentano un’illusione di felicità), un tratto di ferrovia (simbolo di un progresso che però non salva), l’interno di una piccola scuola di campagna (luogo di idealismo ma anche frustrazione), per finire con una sontuosa stanza con armi alle pareti, dove si consumerà il tragico epilogo del racconto.

“Platonov” è la storia di un uomo, Mikhail Platonov appunto, dotato di talento e fascino ma incapace di realizzare il vero scopo della sua vita e trovare un suo posto nel mondo. Egli è amato da quattro donne ma non sa scegliere: si perde infantilmente nei suoi pensieri, alternando desideri e paure, fino ad arrivare a detestarsi e a meditare il suicidio. Proprio quando sembra avere conquistato il coraggio di vivere, verrà ucciso da Sofja, una delle donne che lo amano, che gli pianterà in petto la pallottola che lui non aveva avuto il coraggio di sparare. Accanto a lui, sulla scena, si muovono, bellissimi, gli altri personaggi dell’opera, mirabilmente descritti da Cechov (come è nella tradizione di un po’ tutta la letteratura russa d’autore), ciascuno in lotta con le proprie contraddizioni, con i problemi economici, emotivi ed affettivi.

 La compagnia degli attori in scena, ha magistralmente interpretato tali personaggi rendendoli potentemente espressivi – anche grazie alla sapiente direzione – rispettando perfetti tempi teatrali i quali, nonostante la lunghezza dell’opera, hanno mantenuto un ritmo in grado di tenere gli spettatori attenti, senza mai annoiare.

Suonate dal vivo le musiche originali composte da Andrea Nicolini ed eseguite dallo stesso Nicolini con Davide Lorino.

Traduzione e adattamento di Peter Stein

Scene di Ferdinand Woegerbauer

Costumi di Anna Maria Heinreich

Ci auguriamo di poter assistere ad una replica di questo capolavoro.

                                                

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Emanuela Mari

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1 Luglio 2026
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