Negli ultimi mesi due fatti di cronaca hanno riportato l’attenzione su una violenza che, per la sua natura, appare quasi incomprensibile. A Calimera, in provincia di Lecce, una madre di trentacinque anni è stata trovata accanto al corpo del figlio di otto anni, con segni di strangolamento e ferite da taglio; il padre, che aveva già avvisato le autorità dei timori della donna, era convinto che la sua compagna potesse “essere responsabile” di quanto potesse accadere. Pochi giorni dopo, a Muggia, vicino a Trieste, una donna di cinquantacinque anni, in cura presso un centro di salute mentale, ha ucciso il figlio di nove anni. Questi episodi si inseriscono in una serie di infanticidi che, sebbene rappresentino una piccola percentuale degli omicidi familiari, continuano a riempire le pagine dei giornali.
Le statistiche raccolte dall’associazione Federico nel Cuore mostrano che, dal 2000 a oggi, sono stati registrati 558 omicidi di minori, con una media di circa un caso ogni quindici giorni. Questi crimini costituiscono il 12,7 % degli omicidi commessi in ambito familiare. Se da un lato l’infanticidio in senso stretto è più spesso associato alla figura materna nelle ore immediatamente successive al parto, il figlicidio – l’uccisione di un figlio di qualsiasi età – è prevalentemente maschile: l’87 % dei casi è attribuito al padre, mentre solo il 13 % alla madre. Alcune ricerche, però, indicano che circa sei neonati su dieci sono uccisi dalla madre, suggerendo che nei primi giorni di vita la pressione psicologica sulla donna possa essere particolarmente intensa ¹.
Dal punto di vista giuridico, l’infanticidio è definito come l’uccisione volontaria del neonato al momento della nascita o subito dopo, sia per azione diretta (soffocamento, strangolamento) sia per omissione (abbandono, mancata assistenza). La normativa italiana, contenuta nell’art. 578 del Codice penale, prevede una pena più lieve rispetto all’omicidio semplice, da quattro a dodici anni, a condizione che la madre agisca immediatamente dopo il parto e in presenza di “condizioni di abbandono materiale e morale”. Questa attenuante è il risultato di un lungo percorso storico: nell’antica Grecia e a Roma l’infanticidio era tollerato, poiché il bambino era considerato proprietà del pater familias; solo con l’avvento del Cristianesimo il reato fu equiparato all’omicidio volontario e punito severamente.
La psicoanalisi ha tentato di dare un nome a questi comportamenti. Franco Fornari parlava di “paranoia primaria”, una pulsione persecutoria verso il neonato che, per il semplice fatto di essere nato, può minacciare la vita della madre. In ambito psicologico si è anche evocata la “sindrome di Medea”, metafora che descrive il gesto di un genitore che uccide il figlio per vendetta o per esercitare un controllo assoluto. Gli esperti sottolineano che le motivazioni sono quasi sempre multifattoriali: alla base possono esserci disturbi mentali, traumi pregressi, condizioni di vita precarie, depressione post‑parto o psicosi puerperale. Tuttavia, solo una piccola percentuale delle donne che commettono questi crimini presenta patologie mentali gravi; più spesso si riscontrano disturbi della personalità, negligenza, estrema solitudine e un senso di profonda trascuratezza.
Il pedagogista Daniele Novara, intervistato da Demografica Adnkronos, ha evidenziato come l’isolamento e la solitudine siano fattori di rischio estremamente pericolosi per le neomamme. In una società sempre più individualista, la mancanza di reti di supporto – siano esse familiari, comunitarie o istituzionali – può trasformare la vulnerabilità in pericolo concreto. Novara propone di mettere a disposizione assistenti all’allattamento, forme di accompagnamento economico e un welfare che valorizzi il ruolo dei nonni, come avviene in Olanda, per ridurre la pressione sulle madri appena tornate a casa.
Le dinamiche sociali e psicologiche che portano a questi gesti estremi richiedono un approccio integrato. È necessario, da un lato, potenziare la formazione degli operatori sanitari affinché riconoscano i segnali di disagio perinatale e, dall’altro, creare percorsi di supporto concreto che includano counseling, assistenza domiciliara e programmi di reinserimento sociale. Alcuni progetti già in corso, come i gruppi di sostegno per neomamme e le iniziative di “parenting” condiviso, dimostrano che è possibile intervenire prima che la situazione degeneri.
In conclusione, i casi recenti di Calimera e Muggia non sono episodi isolati, ma la punta di un iceberg che affonda le sue radici in una combinazione di fattori psicologici, sociali e legislativi. La risposta collettiva deve andare oltre la condanna e la curiosità mediatica: deve tradursi in una rete di protezione reale, capace di ascoltare la fragilità di chi si trova a gestire la maternità in condizioni di estrema solitudine. Solo così si può sperare di spezzare quel silenzio che, troppo spesso, avvolge le vittime e le loro madri, trasformando la tragedia in un monito per una società più accogliente e responsabile.
