LA COMPASSIONE – Seconda Parte

Nell’articolo precedente abbiamo visto come il termine “compassione” rappresenti la capacità di empatizzare con la sofferenza altrui e di rispondere attivamente per alleviarla.

In ambito religioso, specialmente nel cristianesimo, la compassione è un concetto centrale, come dimostra il passaggio dell’Esodo in cui Dio si preoccupa del popolo d’Israele e decide di intervenire per liberarlo.

La Passione di Cristo incarna l’apice della compassione, mostrando che Dio condivide il dolore umano e se ne faccia carico.

A questo punto è lecito chiedersi: 

“La sofferenza ha un senso?” 

“No, è un male!”. Questa denuncia dell’assenza di senso della sofferenza è molto diffusa, ma non è l’unico punto di vista. In effetti, alcuni si chiedono se la sofferenza non possa essere un percorso misterioso verso l’amore se non, addirittura, un cammino di salvezza.

Dobbiamo considerare due aspetti.

Da un lato, la sofferenza ci invita a combatterla, sia quella che viviamo noi che quella altrui. Questo approccio rifiuta l’idea di accettare passivamente il dolore. L’importante è impegnarsi attivamente per ridurre la sofferenza, seguendo l’esempio di Gesù, che ha sempre cercato di guarire le persone.

Dall’altro, unire le nostre sofferenze a quelle di Gesù può darci la forza di affrontarle. Qui si intrecciano il desiderio di trovare un senso nel dolore e quello di trasformarlo in qualcosa di positivo

Che ne è, dunque, della sofferenza?

Gesù ha sempre lottato contro la sofferenza, stando vicino a chi incontrava lungo il suo cammino. Tuttavia, “il discepolo non è più grande del suo maestro. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. (Gv 15,20)

Non fraintendiamo, però. Non è seguire l’esempio di Cristo che rende i discepoli tali, ma è la fede in lui. 

Fin dai primi tempi del cristianesimo, si è diffusa l’idea che il martirio possa rendere qualcuno un vero discepolo di Cristo. Ignazio d’Antiochia ha scritto pagine sconcertanti su questo tema, aprendo la strada a una deriva che ancora oggi esercita un certo fascino, ma che contrasta con l’insegnamento di Gesù e di Paolo. Non è il martirio a darci la libertà dei figli di Dio, come suggerisce Ignazio, ma è la fede in Cristo, anche se questa fede può  portarci al sacrificio.

La croce, per chi è disposto ad affrontarne la durezza, avvia un cammino di ricerca e di confronto con il dolore e l’incertezza.  Il confronto con la croce, scandito dagli assillanti interrogativi: “perché?” e “per che cosa?”, diventa una lotta simile a quella di Giacobbe al guado dello Jabbok. (Gen 32,23+)

Sulla croce, infatti, si infrangono le nostre illusioni di potere e invulnerabilità, e questo confronto ci trasforma, portandoci a lasciare i sogni infantili per affrontare la dura realtà della vita. La croce ci riporta con i piedi per terra e ci conduce in un’avventura di fede che è rischio e scommessa. Nella fede, non cerchiamo di capire tutto, ma ci apriamo all’Altro in cui riponiamo la nostra fiducia.

Di fronte alla sofferenza, lo sguardo cristiano deve essere di compassione, conforto e perdono, riflettendo l’amore di Gesù. Come dice la Bibbia, se vediamo qualcuno in difficoltà e non lo aiutiamo, come può rimanere l’amore di Dio in noi? (cfr 1 Gv 3,17). 

Seguendo il cammino di Gesù, impariamo ad aprire il nostro cuore e a diventare capaci di accogliere e portare il peso della miseria del mondo davanti a Dio. Tuttavia, il cuore umano è fragile e tende a chiudersi per proteggersi dal dolore. È proprio questo cuore, però, che è chiamato ad amare e a mostrare compassione, ma può farlo solo unendosi al divino. Questo richiede una purificazione dal male che ci abita.

Come si può comprendere questa connessione tra Gesù e le persone che soffrono?

Origene suggerisce che la risposta risiede nella compassione di Cristo: Egli è venuto sulla terra per amore dell’umanità e ha sofferto le nostre pene anche prima di affrontare la Croce, prima di prendere su di sé la nostra natura umana. 

La Passione per noi è una passione d’amore.

Ma cosa significa realmente “compassione”? 

San Gregorio di Nissa la descrive come un intenso sentimento di sofferenza condivisa per le afflizioni altrui. La vera compassione implica mettersi nei panni degli altri, cercando di comprendere le loro difficoltà e offrendo aiuto, fino a condividere la loro esistenza. Non è un sentimento passivo e non implica alcuna rassegnazione, ma spinge a combattere contro le ingiustizie e le oppressioni.

È una forma di tenerezza verso l’essere umano. 

La compassione ci invita a  essere testimoni dell’amore di Dio nel mondo. In questo modo, possiamo diventare strumenti di speranza e di cambiamento, portando conforto a chi soffre e lottando insieme per un futuro più giusto e umano.

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Simona HeArt
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