Traduci

LA FIDUCIA INTERPERSONALE NEL MONDO

  • La fiducia interpersonale resta bassa globalmente, con forti differenze tra Paesi e macroaree socioeconomiche mondiali.
  • Nord globale e Occidente mostrano livelli superiori, trainati soprattutto dai Paesi nordici ad alta fiducia.
  • Nel tempo prevale un lieve calo, ma con traiettorie nazionali molto diverse e talvolta opposte.

La fiducia interpersonale costituisce una delle dimensioni fondamentali per comprendere il grado di coesione di una società, la qualità delle relazioni collettive e il funzionamento delle istituzioni. Essa indica la propensione degli individui a considerare gli altri affidabili, cooperativi e non opportunisti. Nel dataset analizzato, tale fenomeno è misurato attraverso l’indicatore “Trust in others”, che esprime la percentuale di persone che dichiarano di potersi fidare degli altri. Questo indicatore non descrive soltanto atteggiamenti individuali, ma riflette anche condizioni più ampie di natura economica, politica, sociale e culturale.

Il dataset comprende 426 osservazioni relative a 118 Paesi, distribuite tra il 1984 e il 2022. La copertura temporale non è uniforme, poiché alcuni Paesi dispongono di numerose rilevazioni, mentre altri compaiono soltanto in uno o pochi anni. Di conseguenza, l’analisi deve essere interpretata soprattutto come una comparazione internazionale e macro-regionale, più che come una serie storica perfettamente equilibrata. Nonostante questo limite, i dati permettono di individuare differenze molto nette nella distribuzione globale della fiducia.

Nel complesso, il valore medio dell’indicatore è pari al 26,7%, mentre la mediana si attesta al 23,6%. Ciò significa che, in più della metà delle osservazioni, meno di una persona su quattro dichiara di fidarsi degli altri. La fiducia generalizzata appare quindi una risorsa relativamente scarsa. La distanza tra il valore minimo, pari al 2,1%, e il massimo, pari al 74,9%, conferma inoltre l’esistenza di profonde differenze tra i Paesi. Il primo quartile è pari al 15,5% e il terzo al 35,6%, perciò metà delle osservazioni si concentra all’interno di questo intervallo.

Solo una minoranza dei casi raggiunge livelli molto elevati. Su 426 osservazioni, 74 superano il 40%, 40 oltrepassano il 50% e soltanto 16 sono superiori al 60%. Al contrario, 55 osservazioni si collocano sotto il 10%. I valori più alti appartengono soprattutto ai Paesi nordici. La Danimarca registra il massimo del dataset nel 2010, con il 74,9%, e raggiunge ancora il 73,9% nel 2022. La Norvegia arriva al 73,3% nel 2010 e al 72,1% nel 2022, mentre la Finlandia tocca il 68,4%. Anche Svezia, Islanda, Svizzera e Paesi Bassi mostrano livelli molto elevati.

All’estremo opposto si trovano contesti nei quali la fiducia sociale è estremamente fragile. Nel 2022 lo Zimbabwe registra il 2,1% e l’Albania il 2,8%. Tra i valori più bassi compaiono anche Brasile, Filippine, Trinidad and Tobago, Perù, Nicaragua e Colombia. In questi Paesi, talvolta meno di cinque persone su cento dichiarano di potersi fidare degli altri. Il divario rispetto ai Paesi nordici è quindi enorme e suggerisce che la fiducia dipenda dalla stabilità delle istituzioni, dalla percezione della sicurezza, dal livello di disuguaglianza e dalla qualità dei rapporti sociali.

Considerando l’ultima osservazione disponibile per ciascun Paese, la media scende al 23,7% e la mediana al 20,1%. Solo 32 Paesi su 118 raggiungono almeno il 30%, mentre appena 10 superano il 50%. Nelle rilevazioni più recenti, ai vertici si collocano Danimarca, Norvegia, Finlandia, Cina, Svezia, Islanda, Svizzera, Paesi Bassi e Nuova Zelanda. La Cina rappresenta un caso rilevante, poiché nel 2022 raggiunge il 63,5%, dimostrando che l’alta fiducia non è una caratteristica esclusiva dell’Europa settentrionale.

Il confronto tra Occidente e Oriente evidenzia un vantaggio medio dell’Occidente esteso, inteso come Europa, Nord America, Australia, Nuova Zelanda e Giappone. Considerando tutte le osservazioni, l’Occidente registra una fiducia media del 32,1%, contro il 24,8% dell’Oriente. Anche la mediana conferma il divario, con il 28,5% per l’Occidente e il 21,8% per l’Oriente. Se si considera l’ultima rilevazione disponibile per ciascun Paese, la distanza aumenta ulteriormente: 32,0% contro 22,3%.

Tuttavia, nessuna delle due aree è omogenea. L’Occidente è trainato dai Paesi nordici, dalla Svizzera, dai Paesi Bassi, dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, che nel 2022 raggiunge il 48,5%. Il Giappone si colloca in una fascia intermedia, con il 33,7%. Accanto a questi casi, esistono Paesi occidentali con livelli molto bassi, come Albania, Cipro, Grecia e Bosnia-Erzegovina. L’Italia occupa una posizione intermedia: passa dal 24,5% nel 1984 al 32,8% nel 1993, per poi scendere gradualmente fino al 26,6% nel 2022.

L’Oriente presenta una polarizzazione ancora più marcata. Da una parte, Cina, Macao, Singapore e Corea del Sud mostrano valori medio-alti o elevati. Dall’altra, Indonesia, Filippine, Iraq, Libano, Egitto e altri Paesi dell’area MENA registrano percentuali molto contenute. Questa distribuzione suggerisce che la distinzione tra Oriente e Occidente non debba essere interpretata in modo rigido. La principale differenza riguarda piuttosto la struttura interna delle due aree: l’Occidente include un gruppo consistente di Paesi ad alta fiducia, mentre l’Oriente combina pochi casi molto positivi con numerosi contesti di forte debolezza sociale.

Un quadro simile emerge dal confronto tra Nord globale e Sud globale. Nel Nord globale la fiducia media è pari al 31,9%, mentre nel Sud globale si ferma al 19,1%. Le mediane sono rispettivamente del 28,7% e del 15,9%. Considerando soltanto l’ultima osservazione disponibile, il Nord globale mantiene una media del 31,9% e una mediana del 29,6%, mentre il Sud scende a una media del 16,4% e a una mediana del 14,3%.

Anche in questo caso esistono forti differenze interne. Il Nord globale comprende i Paesi con i livelli più alti, ma anche realtà dell’Europa sud-orientale caratterizzate da fiducia molto bassa. Il Sud globale presenta invece una situazione mediamente più critica: soltanto quattro Paesi superano il 30% nell’ultima rilevazione, mentre diciotto si collocano sotto il 10%. Tuttavia, la Cina, l’Arabia Saudita, lo Yemen e l’Uzbekistan rappresentano eccezioni significative, mostrando che l’appartenenza al Sud globale non determina automaticamente bassi livelli di fiducia.

L’analisi temporale indica una tendenza moderata al peggioramento. La media delle osservazioni disponibili era del 35,8% nel 1984 e del 32,7% nel 1993. Successivamente scende al 25,0% nel 1998, risale leggermente nel 2004 e nel 2010, cala al 23,0% nel 2014 e si attesta al 24,9% nel 2022. Questa traiettoria deve essere letta con cautela, perché la composizione del campione varia nel tempo. Tuttavia, il confronto tra la prima e l’ultima rilevazione di ciascun Paese conferma una lieve prevalenza delle diminuzioni: 54 Paesi peggiorano, mentre 40 migliorano.

La variazione media è di circa -1 punto percentuale e quella mediana di -1,2 punti. Non emerge quindi un crollo globale, ma un leggero deterioramento accompagnato da forti divergenze. La Svizzera cresce di 32 punti, la Danimarca di 27,9 e l’Islanda di 21,7. Al contrario, l’Indonesia perde circa 41 punti, l’Iraq 35, l’Iran 34,8 e l’Egitto 30,1. Nel Nord globale la variazione media risulta positiva, mentre nel Sud globale è negativa.

Nel complesso, la fiducia interpersonale appare una risorsa sociale distribuita in modo fortemente diseguale. I livelli più elevati si concentrano soprattutto nei Paesi caratterizzati da istituzioni solide, stabilità politica, servizi pubblici efficienti, minori disuguaglianze e un capitale sociale consolidato. I livelli più bassi si osservano invece più frequentemente nei contesti segnati da fragilità istituzionale, crisi economiche, conflitti, polarizzazione e insicurezza.

La principale conclusione è che la fiducia non costituisce un tratto fisso o puramente culturale. Essa può crescere, diminuire o stabilizzarsi in relazione alle trasformazioni del contesto. Lo studio della fiducia interpersonale consente quindi di comprendere non soltanto come gli individui percepiscono gli altri, ma anche quanto una società sia capace di cooperare, costruire relazioni prevedibili e mantenere coesione nel tempo. Per questo motivo, l’indicatore rappresenta uno strumento utile per interpretare la qualità della convivenza sociale e il funzionamento delle società contemporanee.

Link: https://ourworldindata.org/

Fonte: Our World in Data

Author Profile

Angelo Leogrande

Data:

12 Luglio 2026
Tagged:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *