IL DECLINO DI UN’ICONA E L’ALBA DI UNA NUOVA MEMORIA

Il 2026 segna una soglia temporale di profondo valore simbolico.
Oltre alla ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Italiana e del primo suffragio femminile, il calendario ricorda il venticinquennale dell’avvento dell’Euro; il fatto che ha praticamente, decretato il definitivo congedo della Lira: un simbolo. Non solo una valuta od un mezzo di scambio, ma un emblema identitario che, all’indomani del 1946, seppe resistere allo “stralcio” dei riferimenti sabaudi e, restando in auge, ha traghettato l’Italia verso la modernità. (Rieti – Monumento alla Lira)
C’È UN DETTAGLIO, IN PARTICOLARE, CHE LEGA IL DESTINO DELLA LIRA
A QUELLO DELLA REPUBBLICA APPENA NATA
All’indomani della proclamazione, nel 1946, vennero aboliti o cancellati dai documenti ufficiali tutti i simboli e i riferimenti sabaudi. Un solo emblema resistette allo “stralcio”: la prima serie di monete dedicate alla Lira, che dopo il referendum del 2 giugno 1946 continuò a circolare come valuta nazionale della nuova Italia repubblicana.
LA LIRA DELLA RINASCITA
Tra il 1946 e il 1950, dalla Zecca di Roma uscirono monete coniate in “Italma”, una lega leggera a base di alluminio. Portavano con sé il profumo di un’Italia ancora contadina, legata al grappolo d’uva, alla spiga di grano, al ramoscello d’olivo: erano i simboli scelti per il taglio da 1 lira (l’arancia), da 2 lire (la spiga), da 5 lire (il grappolo) e da 10 lire (l’olivo). Monete che parlavano di pace e di ricostruzione, il compagno di viaggio quotidiano di una popolazione che, tra mille difficoltà, cercava di guardare avanti. La vicenda della prima emissione del 1946 è in questo senso emblematica: i coni, inizialmente battuti con la sola scritta “ITALIA”, furono aggiornati dopo la proclamazione della Repubblica e la fine della monarchia sabauda per riportare la dicitura “REPUBBLICA ITALIANA”. Non fu una semplice modifica tecnica, ma il suggello di un passaggio di stato.
DAI CAMPI ALLE FABBRICHE: LA LIRA DEL BOOM

Solo nella seconda metà degli anni Cinquanta, accanto ai simboli agricoli della tradizione, comparvero i segni di un Paese che si stava industrializzando. Sulle monete presero forma Minerva, dea della saggezza e delle arti, la cornucopia dell’abbondanza, la bilancia della giustizia, e Pegaso, con la Repubblica personificata nell’atto di reggere la fiaccola della libertà. Se le monete scandivano il ritmo del quotidiano, fu la carta moneta a diventare la vera vetrina culturale del Paese. Ristampare le banconote negli anni Sessanta con i volti di Verdi, Raffaello, Michelangelo e Leonardo non fu un vezzo estetico, ma una precisa scelta pedagogica: ridisegnare – letteralmente, anche nelle dimensioni dei tagli, per ragioni di praticità – il portafoglio degli italiani, inserendovi i pilastri della cultura nazionale. Dagli anni Settanta, con l’introduzione delle prime tecnologie antifalsificazione, fino agli anni Novanta, la Lira visse un’incessante evoluzione tecnica, prima di consegnarsi definitivamente alla storia.
LE RADICI LONTANE: DA VENEZIA AL REGNO D’ITALIA

La storia della Lira, però, è molto più antica dei suoi ultimi decenni novecenteschi. Per comprendere la portata di questo addio bisogna tornare fino alla Serenissima. L’onore del primo conio spetta alla Repubblica di Venezia e al suo 68° Doge, Nicolò Tron (1399-1473), che nel 1472 emise la prima moneta da 240 denari per far fronte alla svalutazione del sistema carolingio: la cosiddetta “lira tron”, in argento 948‰, recante sul dritto la scritta “TRONVS DVX NICOLAVS” e sul rovescio il Leone di San Marco in moleca. Da quel momento Venezia non creò soltanto una moneta, ma un’unità di conto che si diffuse in tutti i maggiori Stati italiani, ciascuno con il proprio peso e la propria Lira: Milano dal 1474, Genova dal 1498, Firenze dal 1539, il Ducato di Savoia dal 1561. Le prime banconote italiane in lire furono emesse nel Regno di Sardegna il 26 settembre 1745, per decreto di Carlo Emanuele III di Savoia, anche se per tutto il Settecento la Lira continuò a convivere, come semplice unità di conto, con sistemi monetari diversi e spesso incompatibili tra loro. Fu il Regno d’Italia napoleonico, nel 1806, ad adottare la lira italiana come valuta ufficiale secondo un sistema decimale bimetallico. Sopravvissuta alla Restaurazione e riproposta da diversi Stati del Risorgimento, la Lira divenne infine la moneta ufficiale del Regno d’Italia nel 1861, proseguendo la propria storia – sabauda prima, repubblicana poi – fino alle soglie del Duemila.
IL PASSAGIO DEL TESTIMONE TRA LA LIRA E L’EURO
L’Euro nacque ufficialmente il 1° gennaio 1999 come moneta virtuale per le transazioni finanziarie. Entrò però nella vita quotidiana degli italiani solo il 1° gennaio 2002, quando sostituì fisicamente la Lira al tasso di conversione di 1.936,27 lire per un euro, chiudendo così un ciclo durato oltre cinque secoli.
UNA MONETA PER RACCONTARE 80 ANNI DI REPUBBLICA E IL PRIMO VOTO DELLE DONNE

A questo lungo filo rosso guarda oggi la nuova emissione commemorativa.
Promossa dal Ministero dell’Economia e dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (IPZS): è una moneta da 6 euro in argento 999‰, coniata in versione fior di conio, che unisce in un solo progetto due passaggi fondamentali della storia democratica italiana – la nascita della Repubblica e il primo voto delle donne, entrambi datati 1946.
Secondo l’IPZS, l’iniziativa rende omaggio a un cammino fatto di libertà, partecipazione e progresso, attraverso un’opera che combina memoria storica, simbolismo e ricerca artistica: un pezzo destinato in particolare agli appassionati di numismatica e ai collezionisti. Sul dritto compare l’Italia trionfante, ispirata al celebre fregio di Montecitorio realizzato da Giulio Aristide Sartorio: la figura tiene tra le mani la Stella d’Italia a cinque punte, da cui si irradiano raggi luminosi che richiamano forza, speranza e grandezza. La composizione è racchiusa in un cerchio e in un quadrato, a simboleggiare rispettivamente il cielo e la terra, oltre a evocare stabilità e potenza. Sul verso, l’autrice Silvia Ciucci ha scelto di raffigurare tre volti femminili di diverse generazioni, a testimoniare il cammino di emancipazione politica avviato con il suffragio del 1946.
Un ponte tra passato e futuro
Più che un semplice oggetto da collezione, questa moneta celebrativa si propone come un viatico: un racconto visivo che, nel ricordare la nascita della Repubblica, sottolinea come la libertà non sia un punto di arrivo, ma un percorso. Un percorso che dai Dogi di Venezia arriva fino a noi, tracciato moneta dopo moneta, anno dopo anno — nella consapevolezza che, anche quando le valute cambiano, la storia che esse portano con sé resta l’unico, vero patrimonio inalienabile di una nazione.
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