Durante i primi due anni di Università alla Facoltà di lettere di Torino,introdotto dal prof Cosmo allo studio dell’idealismo ed al movimento di riforma morale ed intellettuale avviato in Italia dal Croce,maturò il convincimento che l’uomo moderno poteva vivere senza alcun tipo di religione.
Nell’articolo “Socialismo e cultura”, pubblicato ne Il Grido del popolo del gennaio 1919, scrisse «Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.
Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri.
La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose.
L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo.
Gli è che solo a grado a grado, a strato a strato, l’umanità ha acquistato coscienza del proprio valore e si è conquistato il diritto di vivere indipendentemente dagli schemi e dai diritti di minoranze storicamente affermatesi prima. E questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione sociale.
Ciò vuol dire che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni.
Lo stesso fenomeno si ripete oggi per il socialismo.
È attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta formando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica.
Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito. “
Il 26 dicembre dello stesso anno scrisse sull’Avanti che “Una verità è feconda solo quando si è fatto uno sforzo per conquistarla. Essa non esiste in sé e per sé: è stata una conquista dello spirito, e in ogni singolo uomo bisogna che si riproduca quello stato di ansia che ha attraversato lo studioso prima di raggiungerla”.
La verità negli studi si conquistava attraverso faticose esperienze e ricerche, per cui la cultura diveniva un fattore di libertà Egli non accoglieva la riduttiva concezione economicistica del marxismo, per il quale il socialismo non doveva fondarsi tanto sull’istruzione, quanto sulle reali necessità della classe cui si apparteneva
La nuova fede che doveva superare quella tradizionale, era quella socialista, sostituendo al Dio trascendentale, la fiducia dell’uomo in se stesso e nelle proprie migliori energie, come un ‘unica realtà spirituale nelle coscienze delle masse. I socialisti ed il proletariato non erano degli infelici, dei poveri,anzi! “Non è una dottrina di schiavi in rivoltala nostra- scrisse- è una dottrina di dominatori che nella fatica quotidiana preparano le armi per il dominio del mondo”.
Per Gramsci l’attività culturale non doveva identificarsi né con l’ideologia corrente,né con i programmi del Partito né con quelli del Sindacato, bensì deve scaturire da un organismo culturale nazionale.
Nel 1918 sostenne che l’associazione nella cultura avrebbe reso l’uomo maggiormente degno del suo compito sociale, lo avrebbe educato a pensare bene, ne avrebbe migliorato lo spirito,potendo in tal modo partecipare al patrimonio di pensiero, di intelligenza, di bellezza del passato e del presente.
Nell’Italia del primo Dopoguerra, dove ancora era ancora assai diffuso l’analfabetismo, maggiore appariva il dovere del proletariato di istruirsi,onde poter acquisire il prestigio necessario per poter assumere la gestione sociale
Nel momento in cui il proletariato si istruiva,diveniva sempre più atto a rendersi protagonista della vita politica ed economica. Bastava osservare l’impegno profuso dai comunisti russi per moltiplicare le scuole, i teatri di prosa e di musica,le gallerie di arte, al fine di rendere accessibile a tutti la cultura nelle sue varie espressioni.
La rassegna culturale Ordine nuovo nel 1919 avrebbe dovuto essere funzionale ad uno sviluppo completo delle facoltà mentali, ad una vita più intensa ed elevata, più ricca di motivazioni ideali e di armonia,alfine di un arricchimento della propria personalità.
A fronte di coloro che nel mondo marxista sostenevano la prevalenza delle leggi economiche nel divenire storico,Gramsci affermò che “massimo fattore della storia non sono i fatti economici bruti, ma l’uomo,le società degli uomini,che si accostano fra di loro,si intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà)una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva ,che vive e si muove e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione,che può essere incanalata dove alla volontà piace,come alla volontà piace”.
In una successiva elaborazione del suo pensiero politico,Gramsci sostenne che l’educazione morale e civile delle masse era di competenza direttamente dello Stato, quale forza di coazione e di disciplina,che attraverso le sue istituzioni era chiamato ad organizzare la società e ad educare le coscienze, al fine di tramutare in consenso l’iniziale atto coattivo.
Fu l’acritica accettazione dell’ineluttabilità di un nuovo Stato totalitario sul modello sovietico,quale unico mezzo di salvezza per il proletariato italiano.
Con una clamorosa svolta, Gramsci arrivò a sostenete che”Ogni forma di potere politico non può essere storicamente concepita e giustificata,se non come l’organizzazione di difesa e la condizione di sviluppo di un determinato ordine nei rapporti di produzione e distribuzione della ricchezza”.
Era il ritorno ad una dimensione prettamente economicistica alla base della società, ben diversa da quella culturale originariamente e motivatamente da lui propugnata.
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