LA VOCE DI UNA GENERAZIONE CHE NON VUOLE PIU’ ASPETTARE

Sabrina Brizzola è la voce di una generazione che non vuole più aspettare.

I suoi ultimi interventi pubblici esprimono un sentire condiviso: la contestazione di un Paese nel quale, per una parte crescente delle nuove generazioni, studiare, trovare una casa e immaginare un’indipendenza economica stanno diventando obiettivi sempre più difficili da raggiungere.

Coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Brizzola è intervenuta nelle proteste studentesche davanti a Montecitorio e, il 16 ottobre, nella trasmissione Otto e mezzo su La7. Il giorno successivo, nella mobilitazione romana promossa dalla CGIL e dalla rete La Via Maestra, ha riportato al centro del dibattito il rapporto tra disuguaglianze sociali, diritto allo studio e responsabilità delle istituzioni. La Repubblicae La7 hanno documentato questi passaggi.

Il significato dei suoi interventi va però oltre la cronaca delle manifestazioni. La questione sollevata è più ampia: quale spazio offre oggi la società italiana ai giovani che vogliono formarsi, lavorare e costruire la propria autonomia senza dipendere necessariamente dalle possibilità economiche della famiglia?

Il diritto allo studio non finisce davanti alla porta dell’università

Uno degli aspetti più rilevanti del discorso di Brizzola è il legame che stabilisce tra università e condizioni materiali di vita. Il diritto allo studio, nella sua prospettiva, non può essere considerato garantito soltanto perché esistono atenei, corsi di laurea e procedure d’iscrizione.

Per frequentare un’università servono anche una stanza a un prezzo sostenibile, trasporti accessibili, libri, pasti e risorse sufficienti per affrontare le spese quotidiane. Quando questi costi diventano proibitivi, la possibilità formale di studiare rischia di trasformarsi in una possibilità concreta riservata a chi può permettersela.

È questo il nucleo della mobilitazione dell’Unione degli Universitari, tornata nelle tende davanti a Montecitorio nell’ottobre 2026 con la campagna «Cara Italia, quanto ci costi?». L’organizzazione chiede maggiori investimenti nelle borse di studio, nuovi alloggi pubblici, una progressiva riduzione delle tasse universitarie e misure di welfare studentesco. La Stampa.

Il tema, quindi, non è semplicemente quello del caro affitti. È il rischio che la condizione economica di partenza determini sempre più profondamente le opportunità di una persona. Se uno studente è costretto a rinunciare a un corso, a un trasferimento o a un percorso di specializzazione perché non può sostenerne i costi, la disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza nelle possibilità di vita.

«Crescere e aspettare»: il conflitto sul riconoscimento dei giovani

Un secondo elemento decisivo riguarda il rapporto tra le nuove generazioni e il potere politico.

Durante il presidio degli studenti a Montecitorio, il confronto con Giovanni Donzelli, esponente di Fratelli d’Italia, ha assunto un significato emblematico. Alla richiesta degli studenti di essere ascoltati, il deputato ha risposto invitandoli ad aspettare e sostenendo che, crescendo, avrebbero capito come funziona il mondo. La vicenda è stata raccontata dal Fatto Quotidiano il 13 ottobre.

Al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti, quell’episodio mette in luce una questione politica importante: quando una richiesta di ascolto viene liquidata come inesperienza giovanile, il confronto rischia di trasformarsi in una contrapposizione tra chi ritiene di avere già compreso le regole del sistema e chi ne denuncia le conseguenze.

La risposta di Brizzola e degli studenti non consiste soltanto nel contestare una determinata decisione del governo. Consiste nel rivendicare la legittimità di partecipare alle scelte che condizioneranno il loro futuro.

In questo senso, la protesta assume anche una dimensione generazionale. Non perché tutti i giovani condividano le medesime idee politiche, ma perché problemi come il costo dell’abitare, la precarietà e l’accesso all’istruzione attraversano esperienze e orientamenti differenti.

Il messaggio è semplice: l’età non può diventare un argomento per rinviare indefinitamente le risposte.

Dalle tende alla televisione: la protesta diventa una questione pubblica

La partecipazione di Brizzola a Otto e mezzo segna un altro passaggio significativo. Le tende piantate davanti alle istituzioni rendono visibile il disagio; la televisione porta quel disagio dentro il dibattito nazionale, mettendolo a confronto con le posizioni di chi governa e di chi sostiene politicamente l’esecutivo.

Quando Brizzola afferma che il governo non rappresenta i giovani, la frase ha un significato politico preciso, ma non va interpretata come una descrizione statistica dell’intera popolazione giovanile. È una presa di posizione pronunciata da una rappresentante studentesca che contesta le politiche dell’esecutivo e sostiene di dare voce alle istanze emerse nelle mobilitazioni.

Il suo valore consiste soprattutto nel riportare l’attenzione sulle conseguenze concrete delle scelte pubbliche. Il dibattito sulla spesa pubblica, sugli investimenti e sulle priorità di bilancio può sembrare astratto; diventa immediatamente comprensibile quando si traduce nella possibilità di pagare un affitto, ottenere una borsa di studio o proseguire un percorso universitario.

Naturalmente, la denuncia da sola non basta. Le rivendicazioni devono confrontarsi con la disponibilità delle risorse, con i tempi di realizzazione degli interventi e con la necessità di verificare se le misure proposte producano risultati effettivi. Ma proprio per questo la risposta istituzionale dovrebbe entrare nel merito delle richieste, anziché fermarsi alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione.

Una critica al governo, ma anche al modello di società

Sarebbe riduttivo leggere gli interventi di Brizzola soltanto come una contestazione al governo Meloni. Il conflitto riguarda anche il modello di società che si vuole costruire.

Da una parte c’è un sistema nel quale l’accesso a servizi essenziali può dipendere in misura significativa dalla capacità individuale di pagare. Dall’altra c’è l’idea che l’istruzione e le condizioni necessarie per accedervi debbano essere sostenute da politiche pubbliche capaci di ridurre gli ostacoli economici.

La questione degli alloggi universitari è particolarmente indicativa. Aumentare il numero dei posti letto è importante, ma non basta se i prezzi rimangono fuori dalla portata degli studenti con minori risorse. Il risultato va misurato anche in termini di accessibilità economica, distribuzione territoriale e disponibilità di strutture realmente utilizzabili da chi ne ha bisogno.

Lo stesso vale per le borse di studio: il loro obiettivo non dovrebbe essere soltanto riconoscere formalmente un diritto, ma permettere a chi ne ha i requisiti di esercitarlo concretamente.

Su questo terreno, le proposte dell’UDU rappresentano una piattaforma politica riconoscibile e discutibile nel merito. Il confronto democratico richiede infatti sia la possibilità di avanzare rivendicazioni ambiziose sia la responsabilità di valutarne costi, strumenti e risultati.

La domanda che resta aperta

Il significato più profondo degli ultimi interventi di Sabrina Brizzola sta forse in una domanda che precede ogni appartenenza politica: quanto deve essere difficile diventare adulti in un Paese che chiede ai giovani di investire nella propria formazione, ma non sempre offre loro condizioni accessibili per farlo?

La richiesta di autonomia non coincide con la pretesa di ottenere tutto senza sacrifici. Significa chiedere che l’impegno personale abbia un rapporto ragionevole con le opportunità disponibili e che il futuro non sia determinato quasi interamente dalle risorse della famiglia d’origine.

Le tende davanti a Montecitorio, le parole pronunciate in televisione e gli interventi nelle piazze sono strumenti diversi per rendere visibile questa contraddizione. Possono suscitare consenso o dissenso, ma pongono una questione alla quale la politica non può rispondere soltanto con slogan contrapposti.

Il punto, in definitiva, non è stabilire se Sabrina Brizzola abbia ragione su ogni singola proposta. È capire se le difficoltà denunciate dagli studenti siano affrontate con misure verificabili e con un confronto serio sulle responsabilità delle istituzioni.

Perché una generazione non chiede soltanto di essere ascoltata. Chiede di poter immaginare il proprio futuro senza considerare l’indipendenza economica, l’istruzione e la possibilità di costruirsi una vita dignitosa come privilegi destinati a pochi.

Ed è su questa distanza tra diritti dichiarati e diritti realmente accessibili che gli ultimi interventi di Brizzola invitano a riflettere.

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Antonella Giordano
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