Erano passate 72 ore dall’annuncio. “Siamo vicini a un accordo”, avevano detto i mediatori del Qatar. “Manca solo la firma”, avevano ripetuto da Washington. Poi sono tornate le esplosioni.
A Gaza, a luglio 2026, il cessate il fuoco è ancora una parola scritta sui comunicati, non una realtà vissuta per strada. La trattativa va avanti a Doha da settimane.
Sul tavolo ci sono tre punti: rilascio degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, ingresso di aiuti umanitari senza blocchi, e ritiro graduale delle truppe israeliane da alcune aree del nord. Sembra poco. È tutto. Israele chiede garanzie sulla sicurezza e vuole mantenere il controllo su un “corridoio” al centro della Striscia. Hamas chiede la fine definitiva delle operazioni e la liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi.
In mezzo ci sono 2,2 milioni di civili, ospedali che funzionano a generatori, e un’ONU che parla di “catastrofe umanitaria senza precedenti”. Ogni volta che i negoziatori si avvicinano, succede qualcosa. Un razzo lanciato da Gaza. Un raid su Rafah. Un tweet. Un’intervista. E si riparte da capo.
Gli Stati Uniti premono su Israele. L’Egitto preme su Hamas. L’Europa chiede corridoi umanitari. Ma nessuno ha la chiave. Nel frattempo la gente aspetta. Aspetta l’acqua, aspetta il pane, aspetta una notizia. I bambini giocano tra le macerie perché non sanno cos’altro fare. I medici operano senza anestesia. Gli insegnanti hanno trasformato le scuole in rifugi. La comunità internazionale è divisa. Alcuni paesi riconoscono lo Stato di Palestina. Altri rafforzano gli accordi di sicurezza con Israele.
La Nato, riunita ad Ankara, ha ribadito il diritto di Israele a difendersi ma ha chiesto “massima moderazione”. Tradotto: fate piano, ma fate. Il problema vero è la fiducia. Zero. Nessuno crede più all’altro. Israele non crede che Hamas deporrà le armi. Hamas non crede che Israele se ne andrà. E in mezzo c’è una generazione intera che sta crescendo con l’idea che la pace sia solo una pausa tra una guerra e l’altra. I mediatori dicono che “siamo vicini”. Lo dicono da mesi. Forse è vero.
Forse manca solo un dettaglio. O forse manca la volontà politica di chiudere. A Gaza intanto la vita va avanti. Tra blackout, code per l’acqua e funerali. Tra la speranza che domani sia l’ultimo giorno di guerra e la paura che non lo sia. Il cessate il fuoco non è solo un accordo su carta. È il suono del silenzio dopo mesi di bombe. È la possibilità di seppellire i morti senza paura di altri morti. È il diritto di ricominciare. Finché quel silenzio non arriva, la tregua resta quello che è oggi: un miraggio.
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