Il ministro degli Esteri russo esce allo scoperto e lancia un nuovo attacco frontale all’Europa.
“L’Europa non è imparziale, è parte in causa del conflitto”, dice senza giri di parole.
La frase arriva durante un briefing a Mosca, davanti alle telecamere di tutto il mondo.
Non è un incidente diplomatico.
È una posizione studiata, pesata, rilanciata per spaccare il fronte occidentale.
Per Lavrov il punto è chiaro. Bruxelles invia armi, addestra soldati ucraini, finanzia Kiev con miliardi, approva pacchetti di sanzioni.
Quindi non può raccontarsi come mediatore neutrale.
Agli occhi del Cremlino, l’Unione Europea ha scelto un campo e lo difende.
Ogni dichiarazione di solidarietà, ogni euro stanziato, ogni sistema missilistico consegnato diventa per Mosca la prova di una cobelligeranza di fatto.
Il ministro russo sa dove colpire.
Sa che in Europa il dibattito sulla guerra è vivo. Sa che l’unità dei 27 è tenuta insieme con il nastro adesivo dei compromessi.
Ungheria e Slovacchia frenano, Germania e Francia spingono, i Paesi Baltici chiedono di più.
Lavrov inserisce il cuneo proprio lì, nella contraddizione europea. Se volete la pace, dice in sostanza, smettete di armare la guerra.
Se armate Kiev, non potete sedervi al tavolo da arbitri.
Da Bruxelles la risposta è gelida.
L’Alto rappresentante ribadisce la linea: l’Europa sostiene l’Ucraina perché è stata aggredita.
Aiutare chi si difende non significa entrare in guerra, significa difendere il diritto internazionale.
Ma le parole di Lavrov restano.
Restano nei verbali, nei notiziari, nelle cancellerie. Restano perché fotografano un cambio di passo russo.
Mosca non parla più solo all’America.
Parla direttamente all’Europa, la chiama in causa, la tratta da avversario politico e militare. È il tentativo di ribaltare la narrazione.
Per due anni l’Europa si è presentata come l’attore che vuole la pace, che lavora alla ricostruzione, che sanziona per fermare i carri armati.
Lavrov rovescia il tavolo.
Dice che le sanzioni sono guerra economica, che l’invio di armi è guerra per procura, che i consiglieri militari sono stivali sul terreno.
E ogni giorno che passa senza negoziato, aggiunge, l’Europa si avvicina al punto di non ritorno.
Il messaggio è doppio.
All’esterno serve a compattare il fronte interno russo e a parlare al Sud globale. All’interno dell’Ue serve a dividere, a far emergere le stanchezze, a dare fiato ai partiti che chiedono stop alle armi.
Non è solo retorica.
È una strategia per trasformare il sostegno a Kiev da scelta morale in costo politico. Intanto sul campo la guerra non rallenta.
I missili continuano a cadere, le trincee non si svuotano, i morti aumentano.
La diplomazia è ferma perché nessuno riconosce all’altro lo status di interlocutore credibile.
Lavrov dice che con l’Europa non si tratta perché l’Europa spara.
L’Europa risponde che con Mosca non si tratta perché Mosca invade.
E in mezzo resta l’Ucraina, che di questa partita è il campo. Le parole di Lavrov pesano perché mettono l’Europa davanti a uno specchio.
Dopo due anni di aiuti, di vertici, di bandiere blu e gialle, la domanda è nuda. Siamo ancora mediatori che aiutano una nazione aggredita, o siamo già parte di una guerra che non abbiamo dichiarato?
La risposta non è nei comunicati.
È nel silenzio che segue ogni nuovo carico di armi spedito a Kiev.
Perché quando Lavrov dice che l’Europa è parte in causa, non lancia solo un’accusa.
Lancia una sfida.
E le sfide, prima o poi, chiedono un prezzo.
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