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SE N’E’ ANDATO IL CUSTODE DELLA STAGIONE DEI VALORI – Addio a Camillo Ruini, il Cardinale che Parlò all’Italia

A 95 anni si è spento Camillo Ruini, il cardinale che per due decenni è stato voce, volto e bussola della Chiesa italiana. Lo hanno portato via i problemi di salute che da tempo lo accompagnavano, discreti come il suo stile negli ultimi anni, lontani dai riflettori che un tempo lo inseguivano. Con lui se ne va un pezzo intero di Seconda Repubblica, quella in cui la politica cercava sponde e la società cercava argini.

E lui, da presidente della Cei, seppe essere entrambe le cose.Ruini non è stato solo un principe della Chiesa. È stato l’uomo che ha traghettato il cattolicesimo italiano fuori dalla balena bianca della Dc e dentro il mare aperto di un Paese che cambiava pelle.

Eletto alla guida dei vescovi nel 1991, confermato da Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI, ha tenuto la barra per 16 anni. Anni in cui l’Italia discuteva di aborto, di fecondazione assistita, di scuola, di famiglia, di laicità. Anni in cui ogni referendum, ogni legge eticamente sensibile, ogni passaggio culturale passava dal suo giudizio. Non si limitava a commentare. Orientava, mobilitava, costruiva consenso.

Il suo “progetto culturale” non era uno slogan. Era una macchina organizzativa che teneva insieme parrocchie, associazioni, intellettuali, giornali. Un partito senza simbolo, ma con un popolo.Il cardinale Vicario di Roma, Baldassare Reina, lo ha salutato così: “Grati per la lunga e proficua vita cristiana e per il suo servizio alla Chiesa, ha guidato transizioni culturali con fierezza cattolica”. Poche parole che fotografano il metodo Ruini. Fierezza, mai arroganza. Dialogo, mai resa. Sapeva che la Chiesa non doveva inseguire il mondo, ma nemmeno fuggirlo.

Doveva parlarci, anche a muso duro. E lui lo fece. Sul referendum del 2005 sulla procreazione assistita invitò all’astensione e vinse. Sulle unioni civili alzò il muro, ma senza mai chiudere la porta al confronto personale. Sulla scuola paritaria combatté battaglie che oggi sembrano scontate. Era un intellettuale prestato alla pastorale. Emiliano, di Sassuolo, con la laurea alla Gregoriana e il dottorato in teologia, aveva la testa da professore e il polso da generale.

Da vescovo ausiliare di Reggio Emilia a segretario della Cei, poi Vicario di Roma e presidente dei vescovi: ogni gradino lo salì con la consapevolezza che il potere ecclesiale serve se diventa servizio. E servizio, per lui, significava dare ai cattolici italiani una grammatica pubblica. Non rinchiuderli in sacrestia. Non farne una lobby. Farne coscienza critica del Paese.

Non tutti lo amarono. La sinistra laica lo dipinse come il grande avversario, il regista di un’ingerenza clericale. Una parte del mondo cattolico progressista gli rimproverò eccesso di realpolitik, troppa vicinanza ai governi di centrodestra, poca profezia. Ma anche i critici gli riconoscevano lucidità e visione. Sapeva leggere i tempi. Capì prima di altri che il crollo dei partiti di massa avrebbe lasciato un vuoto di rappresentanza.

E provò a riempirlo con la rete delle diocesi, con le Settimane Sociali, con i documenti della Cei che diventavano agenda politica.Negli ultimi anni si era ritirato. La malattia lo aveva reso fragile nel corpo, non nello spirito. Continuava a studiare, a scrivere, a ricevere. Rispondeva alle lettere, seguiva il dibattito, soffriva per una Chiesa che faticava a parlare al Paese come aveva fatto lui.

Non ha mai rinnegato le sue battaglie, ma non ha mai trasformato il passato in un totem. Sapeva che ogni stagione ha il suo linguaggio. Il suo era stato quello della chiarezza. Con Ruini se ne va l’ultimo dei grandi cardinali novecenteschi che hanno fatto i conti con la democrazia italiana senza complessi. Martini era il dubbio, Silvestrini la diplomazia, Poletti la tradizione.

Lui fu la sintesi politica. L’uomo che tenne insieme il Papa polacco e l’Italia del bipolarismo, il Giubileo del 2000 e le piazze del Family Day, il catechismo e i talk show. Roma lo piange, la Cei lo ricorda, la politica lo cita. Ma il suo testamento sta in quella “fierezza cattolica” che Ruini ha richiamato. Non l’orgoglio di chi si sente assediato. La fierezza di chi sa di avere qualcosa da dire a tutti, credenti e non.

Oggi che la Chiesa italiana cerca una nuova voce e il Paese cerca nuovi punti cardinali, la sua lezione resta lì. La fede non è un fatto privato quando interpella la vita pubblica. E la politica è povera quando non sa ascoltare chi parla in nome di un orizzonte che non finisce alle prossime elezioni.Ruini ha chiuso gli occhi a 95 anni. Ma ha lasciato aperto un metodo. Perché le transizioni culturali non si subiscono. Si guidano.

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Anna Stella Lobello

Data:

17 Giugno 2026
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