Oggi a Roma va in scena un pezzo di politica estera che pesa più di quanto sembri. Giorgia Meloni incontra a Palazzo Chigi il premier giapponese Takaichi, in visita ufficiale nella capitale. Non è una passerella diplomatica. È il tagliando operativo a un rapporto che i due Paesi stanno trasformando da cordiale a strategico, e l’obiettivo dichiarato è chiaro: verificare dove siamo arrivati dopo la missione di Meloni a Tokyo del 16 gennaio scorso e capire quali altre iniziative mettere sul tavolo in vista del G20 di dicembre.
L’incontro arriva in un momento caldo. Il G7 di Evian è appena iniziato, e l’asse Roma-Tokyo serve a entrambi. Per l’Italia è la conferma di un protagonismo indo-pacifico che Meloni insegue da inizio mandato: non più spettatori della partita asiatica, ma partner credibili del Giappone, l’alleato che Stati Uniti e UE considerano chiave per contenere la Cina e stabilizzare le rotte commerciali.
Per Takaichi, succeduta a Kishida con una linea altrettanto atlantista, è l’occasione di blindare il fronte europeo mentre il Giappone spinge su difesa, tecnologia e sicurezza energetica.Sul tavolo oggi ci sono i dossier aperti a gennaio. Primo, la difesa. Italia e Giappone sono già insieme nel GCAP, il programma per il caccia di sesta generazione con Regno Unito. Ma l’intesa va oltre il velivolo: interoperabilità, cyber, spazio, scambio di informazioni. Takaichi vuole accelerare, Meloni vuole portare a casa commesse per l’industria italiana.
Leonardo, Fincantieri, Avio: il comparto difesa guarda a Tokyo come a un mercato da 50 miliardi. Secondo punto, l’energia. Il Giappone ha riacceso il nucleare e cerca partner per le piccole centrali modulari e per l’idrogeno. L’Italia offre il know-how di Ansaldo e Eni, e in cambio chiede gas e investimenti. Terzo capitolo, i semiconduttori e la catena tecnologica. Tokyo è ossessionata dalla dipendenza cinese, Roma vuole rientrare nella partita dei chip. L’intesa firmata a gennaio su ricerca e materiali critici oggi diventa operativa: laboratori congiunti, scambio di ricercatori, investimenti incrociati.
Ma il vero motivo per cui l’incontro conta è dicembre. Il G20 sarà in Sudafrica e rischia di essere il vertice più spaccato degli ultimi anni. Stati Uniti e Cina ai ferri corti sui dazi, Russia-Ucraina senza sbocchi, Medio Oriente in fiamme dopo la firma Iran-Usa prevista venerdì in Svizzera. In questo caos, Italia e Giappone si parlano per non arrivare impreparati. Meloni vuole costruire un blocco di Paesi medi che tenga insieme Atlantico e Pacifico, che parli di regole, di sicurezza marittima, di corridoi commerciali liberi.
Takaichi condivide l’agenda: il Giappone ha bisogno che il Mar Rosso e Hormuz restino aperti, ha bisogno che l’Europa non ceda sulla libertà di navigazione, ha bisogno di alleati che non barcollino se Trump alza la voce sui dazi.Per questo l’incontro di oggi non è solo bilaterale. È la prova generale del G20. I due premier metteranno a punto la linea su tre fronti: condanna dell’uso della forza per cambiare lo status quo, sostegno a catene di approvvigionamento resilienti, impegno sul nucleare civile come ponte per la decarbonizzazione. Temi su cui Roma e Tokyo sono già allineate, ma che vanno tradotti in proposte concrete da portare a dicembre. Perché al G20 non basta dire no a Cina e Russia. Bisogna dire sì a qualcosa, e quel qualcosa Italia e Giappone vogliono scriverlo insieme.
Non mancheranno i gesti simbolici. La cultura, il turismo, l’export agroalimentare: il Made in Italy in Giappone vola, e Takaichi sa che l’immagine conta. Ma la sostanza è geopolitica. Con la guerra in Ucraina che non arretra e Putin che non fa passi indietro, con l’Indo-Pacifico che diventa il baricentro del secolo, Roma e Tokyo si scelgono. Meloni vede nel Giappone il partner che legittima l’Italia come potenza G7 a pieno titolo. Takaichi vede nell’Italia la porta sul Mediterraneo, l’anello che lega l’Asia all’Africa e all’Europa. L’incontro di oggi dirà se la missione di gennaio era una promessa o un piano. Dai comunicati usciranno le solite parole: rafforzare, approfondire, rilanciare.
Ma il segnale è nei dettagli: se partiranno i gruppi di lavoro su difesa e chip, se ci saranno date per le missioni industriali, se Meloni e Takaichi firmeranno memorandum pronti per il G20. In quel caso, l’asse Roma-Tokyo non sarà più un’intenzione.E il finale, stavolta, è geografico. Mentre a Evian si discute di Trump e a Ginevra si firma con l’Iran, l’Italia e il Giappone disegnano la loro mappa. Una mappa che passa da Roma, sale a Tokyo e punta dritta a dicembre. Perché il G20 non si vince con le foto. Si vince con gli alleati.
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