Questa volta entriamo nel mondo di Hector Berlioz che, con il suo “Benvenuto Cellini “sembra trasformare Roma in un immenso palcoscenico romantico: carnevale, amore, rivalità, genialità, folla, campane e soprattutto quella musica ardente e visionaria che era così tipicamente sua. Sono diverse versioni dell’opera, perché la storia del Benvenuto Cellini è quasi affascinante quanto l’opera stessa. C’è un momento, nel “Benvenuto Cellini “di Hector Berlioz, in cui l’arte sembra letteralmente prendere fuoco. Non è soltanto una metafora. Siamo nella Roma del Carnevale, tra maschere, campane, popolo festante, amori contrastati e rivalità. E intanto, in una fonderia nei pressi del Colosseo, un artista lotta contro il tempo per dare forma alla propria opera più importante: il Perseo. Il metallo viene gettato nella fornace, le fiamme salgono, gli uomini lavorano febbrilmente; la musica accelera, si infiamma, sembra quasi uscire dai binari dell’orchestra. E Berlioz, compositore romantico per eccellenza, sembra riconoscersi in quell’uomo che vuole creare a ogni costo. Perché “Benvenuto Cellini “è in fondo, anche la storia di un artista che combatte contro il mondo per difendere la propria idea di arte.

Il soggetto nasce dall’autobiografia del celebre orafo e scultore fiorentino Benvenuto Cellini. Fu Alfred de Vigny a far conoscere a Berlioz le memorie dell’artista, e il compositore rimase affascinato da quella personalità impetuosa, avventurosa, spesso violenta, ma soprattutto geniale, ma non costruì un’opera biografica nel senso tradizionale; prese Cellini come figura romantica, l’artista insofferente alle regole, innamorato, orgoglioso, impulsivo, disposto a rischiare tutto pur di realizzare la propria opera e, lo mise dentro una Roma immaginaria e coloratissima: è Carnevale; Teresa, figlia del tesoriere papale Balducci, guarda dalla finestra la folla mascherata e cerca tra quella moltitudine l’uomo che ama: Cellini. Ma suo padre vorrebbe che sposasse Fieramosca, scultore rivale di Cellini. Da una parte l’amore, dall’altra l’interesse. E al centro, come sempre nelle grandi opere romantiche, l’artista contro il potere e contro la società. La musica di Berlioz: una tavolozza senza precedenti: fin dalle prime battute si capisce che non siamo davanti a un’opera convenzionale ; il compositore ha un modo tutto suo di pensare l’orchestra, la usa come un pittore usa i colori:ottoni splendenti, legni vivacissimi, percussioni, archi, corni, trombe, tromboni, arpe e perfino chitarre contribuiscono a creare un universo sonoro straordinariamente ricco. L’organico previsto dalla partitura è imponente e comprende, tra l’altro, quattro fagotti, quattro corni, quattro trombe, tromboni, oficleide, numerose percussioni, due arpe e due chitarre. L’orchestra è un personaggio, racconta la folla, il Carnevale, la notte, la paura, la passione, la confusione, la festa. E soprattutto racconta il carattere di Cellini. La scrittura vocale è altrettanto audace. Il protagonista è un tenore sottoposto a una parte di grande difficoltà, ricca di slanci, accenti eroici e momenti lirici. Non è l’eroe statico dell’opera tradizionale: è un uomo che corre, desidera, combatte, si arrabbia, ama e crea.
Una delle idee musicali più felici legate al “Benvenuto Cellini “è la celeberrima” Ouverture del Carnevale romano. Berlioz la ricavò dalla musica dell’opera e la trasformò in una pagina orchestrale autonoma ed è facile capire perché abbia conquistato le sale da concerto: è Roma vista attraverso gli occhi di un romantico, non la Roma immobile delle rovine, ma una Roma viva, rumorosa, colorata, quasi febbrile, il saltarello le dà un impulso irresistibile, gli strumenti sembrano inseguirsi, le melodie passano rapidamente da una sezione orchestrale all’altra; gli ottoni fanno brillare il paesaggio sonoro, gli archi danno movimento alla danza, le percussioni accentuano l’energia della festa. E poi arriva quella sensazione tipicamente berlioziana: l’orchestra sembra diventare troppo grande per il teatro, è musica che vuole uscire, correre per le strade, mescolarsi alle maschere e alla folla. Non sorprende che l’ouverture sia oggi molto più frequentemente eseguita dell’opera completa.
Ma sotto la superficie spettacolare c’è una storia d’amore. Teresa e Cellini si amano, il loro duetto “Quand des sommets de la montagne” è uno dei momenti più lirici dell’opera. Per un istante, la frenesia si placa, la musica diventa più intima, le voci si cercano e si rispondono, come se i due innamorati potessero finalmente costruire, almeno con la fantasia, un piccolo mondo lontano dalla confusione che li circonda. Ma in Berlioz la felicità non dura mai troppo a lungo. La realtà torna a bussare e torna con violenza.
Una delle caratteristiche più interessanti del “Benvenuto Cellini “è la sua mescolanza di generi. Berlioz mette insieme eroismo, amore, comicità, satira, scene popolari e momenti quasi farseschi. Fieramosca e Pompeo portano nell’opera una componente grottesca e movimentata, le situazioni precipitano, le identità si confondono, le maschere del Carnevale sembrano diventare una metafora dell’intera vicenda: nessuno è esattamente ciò che appare. Il compositore si diverte a far correre la musica dietro agli avvenimenti. Questa alternanza fra il sublime e il comico era una delle ragioni per cui l’opera apparve così difficile da comprendere al pubblico del suo tempo. Oggi, invece, possiamo riconoscere quanto fosse moderna.
Arriviamo al cuore della vicenda: Cellini è solo, deve realizzare il Perseo, ma tutto sembra congiurare contro di lui. La sua aria “Seul pour lutter” è quasi un autoritratto di Berlioz: un artista che si sente circondato dall’incomprensione, un uomo che deve difendere la propria libertà. E subito dopo arriva “Sur les monts les plus sauvages”, pagina nella quale Cellini sogna quasi una vita diversa, lontana dagli intrighi, dal potere e dalla città. È una delle grandi ironie dell’opera: l’artista che desidera la libertà è proprio colui che non può permettersi di fuggire, deve creare, deve terminare il Perseo, deve dimostrare al mondo di essere capace. Cellini è nella fonderia , il tempo stringe, il metallo non basta, gli operai chiedono altro materiale, la tensione cresce. Berlioz costruisce musicalmente questa scena come una gigantesca macchina teatrale: le voci si accavallano, il coro acquista una forza quasi fisica, l’orchestra aumenta la pressione e quando Cellini comprende che tutto sembra perduto, compie un gesto estremo: getta nella fornace gli oggetti e le opere che ha creato, per recuperare il metallo necessario. È il sacrificio dell’artista, per creare una grande opera, deve essere disposto a sacrificare tutto il resto; improvvisamente, la tensione esplode: Perseo è riuscito, la statua è salva e il coro celebra la vittoria dell’artista con “Gloire à lui!”. È un finale che sembra fatto apposta per Berlioz: monumentale, rumoroso, luminoso, quasi cinematografico prima ancora che il cinema esistesse.
Ma Parigi non capì, qui la storia dell’opera diventa quasi una seconda tragedia. ”Benvenuto Cellini” debuttò a Parigi il 10 settembre 1838, all’Académie Royale de Musique, sotto la direzione di François-Antoine Habeneck, con Gilbert Duprez nel ruolo di Cellini. Il pubblico non accolse bene l’opera e dopo poche rappresentazioni essa scomparve dalle scene; era forse troppo nuova, troppo irregolare, troppo difficile. Berlioz aveva scritto un’opera che sembrava non voler rispettare le abitudini del teatro lirico dell’epoca e la cosa ancora più curiosa è che lo stesso Berlioz continuò a modificarla.
Franz Liszt credette nell’opera e la riportò sulle scene di Weimar nel 1852. Berlioz intervenne nuovamente sulla partitura, e nacque la versione in tre atti che sarebbe stata poi ripresa anche a Londra. Per questo oggi non è del tutto semplice parlare di una sola versione “definitiva” del “Benvenuto Cellini”, esistono differenti stesure, legate alle revisioni dell’autore e alle vicende teatrali dell’opera. L’edizione critica curata da Hugh Macdonald e pubblicata da Bärenreiter nel 1996 ha riunito e studiato queste diverse testimonianze.
Berlioz si riconosceva in Cellini, ed è forse questo il dettaglio più affascinante: Cellini è uno scultore, lui un compositore. Ma entrambi sono artisti che vogliono creare secondo la propria visione. Entrambi conoscono il conflitto con le convenzioni, entrambi hanno bisogno di spazio, entrambi sembrano avere dentro una specie di fuoco che non permette loro di accontentarsi. Ecco perché ” Benvenuto Cellini “non è soltanto un’opera su un artista del Rinascimento. Forse, alla fine, possiamo immaginare Berlioz e Cellini nello stesso luogo: uno davanti alla fornace, l’altro davanti all’orchestra, il metallo incandescente da una parte, il suono incandescente dall’altra, Cellini cerca di dare una forma al bronzo, Berlioz cerca di dare una forma al tumulto. E mentre il Perseo nasce dalle fiamme, la musica sale, si espande, urla, ride, danza; Roma è piena di campane, le maschere attraversano le strade e, per qualche istante, sembra che tutto il mondo sia diventato una grande fonderia nella quale la vita stessa viene gettata nel fuoco per trasformarsi in arte.
Questo è il miracolo del “Benvenuto Cellini”’opera nata nel 1838, accolta allora con incomprensione, tormentata dalle revisioni e dalle difficoltà teatrali, ma capace ancora oggi di mostrarci il volto più audace, irrequieto e visionario di Hector Berlioz.
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