Immaginate un uomo davanti a un’orchestra immensa, con centinaia di voci alle sue spalle e un organo pronto a far tremare le pareti. Non sta per cominciare un concerto qualsiasi, sta per chiedere alla musica qualcosa che sembra impossibile: parlare con una voce sola, quando a cantare sono in mille. È il sogno di Gustav Mahler nella sua “Ottava Sinfonia”, un’opera nata nell’estate del 1906 e destinata a diventare una delle creazioni più singolari e ambiziose del primo Novecento. Mahler vi riunisce orchestra, coro, solisti, organo e poesia, ma soprattutto mette in relazione due testi separati da molti secoli: l’antico inno latino “Veni, creator spiritus “e le ultime scene del “Faust” II di Goethe. A prima vista potrebbero sembrare mondi lontanissimi. In realtà, proprio nel loro accostamento si trova la chiave dell’intera Sinfonia. Il primo testo invoca lo Spirito creatore; il secondo racconta il cammino dell’anima verso una dimensione superiore. Nel mezzo c’è l’essere umano, con il suo desiderio di conoscere, di trasformarsi e di andare oltre i propri limiti. Mahler non costruisce quindi due episodi indipendenti. Fa della prima parte l’inizio di un percorso che la seconda porterà a compimento.

Nel 1906 Mahler si trova a Maiernigg, in Carinzia, Austria. Ha già composto sette sinfonie e porta con sé una lunga esperienza di direttore e compositore. La sua vita artistica è intensa, ma anche segnata da contrasti: il pubblico e la critica non sempre comprendono una musica che sembra voler superare continuamente le forme conosciute. Durante quell’estate arriva l’ispirazione per la nuova Sinfonia. Mahler incontra il “Veni, creator spiritus”, l’antico inno attribuito a Rabano Mauro del IX secolo e, vi riconosce qualcosa che cercava da tempo: non soltanto un testo religioso, ma una celebrazione della forza creatrice. La Sinfonia comincia con una delle aperture più immediate e potenti di Mahler: organo, orchestra e coro entrano quasi simultaneamente e le prime parole sono già una chiamata: “Veni, creator spiritus”, “Vieni, Spirito creatore.” Non è soltanto una preghiera rivolta verso l’alto, è l’invocazione con cui l’artista chiede che qualcosa venga alla luce. La musica procede attraverso grandi contrasti: momenti corali vigorosi, passaggi più raccolti, interventi degli ottoni, giochi timbrici dell’orchestra. L’organo amplia lo spazio e il coro diventa una presenza fisica, quasi architettonica. Mahler costruisce la prima parte come un grande movimento verso la manifestazione: ciò che viene invocato deve finalmente apparire, prendere forma, diventare suono. E qui si prepara già il passaggio a Goethe.
Perché se nella prima parte viene invocato lo Spirito creatore, nella seconda assisteremo alle conseguenze di quella forza nell’uomo. Dal creatore alla creatura, il filo che unisce i due testi. Prima c’è l’invocazione, poi c’è il cammino, il passaggio dal latino a Goethe diventa così quasi naturale, la preghiera si trasforma in poesia, la poesia in esperienza umana, e l’esperienza conduce alla intuizione spirituale. Per la seconda parte Mahler sceglie la scena conclusiva del “Faust” di Johann Wolfgang Goethe. Faust è ormai alla fine del suo lungo percorso terreno e la scena assume un carattere simbolico e visionario. Intorno a lui compaiono figure spirituali, penitenti e personaggi che partecipano a un processo di elevazione. Mahler trova in queste pagine il naturale seguito della sua invocazione iniziale, il grande slancio della prima parte lascia spazio a un racconto più ampio e articolato.
Gli otto solisti vocali acquistano un ruolo importante, mentre coro e orchestra costruiscono un paesaggio sonoro nel quale le immagini di Goethe sembrano prendere vita. Anche l’orchestrazione diventa straordinariamente ricca. Accanto ai legni, agli ottoni e agli archi troviamo pianoforte, celesta, armonium, arpe, percussioni e persino il mandolino. L’organo ritorna come presenza solenne, mentre alcuni ottoni collocati fuori scena contribuiscono a creare una particolare sensazione di profondità. Mahler utilizza questi timbri per accompagnare il passaggio dall’oscurità alla luminosità, dall’individuale al collettivo, dalla terra a una dimensione più spirituale.
Nel mondo di Goethe, e soprattutto nella scena finale del “Faust “, l’amore assume un significato molto più ampio di quello sentimentale è una forza capace di elevare. Mahler comprende perfettamente questa idea e la trasforma nel cuore della conclusione. Ciò che era stato invocato all’inizio come Spirito creatore ritorna ora sotto una forma diversa: come forza capace di trasformare l’uomo. In questo modo i due testi si rispondono a distanza di secoli.

Per realizzare questa visione Mahler ricorre a un organico enorme: una grande orchestra, organo, pianoforte, armonium, celesta, arpe, percussioni, otto solisti vocali, due cori misti e un coro di bambini, oltre ad alcuni strumenti collocati fuori scena. Il soprannome “Sinfonia dei Mille”, però, non fu inventato da Mahler. Fu l’impresario Emil Gutmann a utilizzarlo per la prima esecuzione, facendo riferimento al numero eccezionale di interpreti coinvolti. Mahler non amava particolarmente quel titolo, probabilmente perché temeva che l’attenzione si concentrasse sulla spettacolarità dell’organico invece che sul significato dell’opera. E il significato, infatti, è molto più interessante del numero. La prima esecuzione si svolge a Monaco di Baviera il 12 settembre 1910, sul podio c’è Mahler; davanti a lui, un complesso musicale di dimensioni raramente viste fino ad allora. In sala siedono importanti personalità della cultura europea, tra cui Richard Strauss, Camille Saint-Saëns, Thomas Mann, Max Reinhardt e Anton Webern. Quando inizia il” Veni, creator spiritus”, l’effetto deve essere stato impressionante. Ma il vero significato della serata si comprende soltanto seguendo l’intero percorso della Sinfonia: dalle prime parole dell’inno fino alla conclusione goethiana, Mahler accompagna il pubblico attraverso un’unica grande idea di trasformazione. L’esecuzione è un trionfo e l’applauso finale dura circa venti minuti. Per Mahler è uno dei momenti più felici della sua carriera.”Mille” non significa mille, il titolo è rimasto, ma il numero non deve essere preso come l’essenza dell’opera. Mahler non voleva dimostrare di poter scrivere la sinfonia più affollata della storia. Aveva qualcosa di molto più ambizioso in mente: ampliare la forma sinfonica fino a farle contenere la parola, il canto e la poesia. Il risultato è una composizione nella quale il gigantesco organico diventa il mezzo per raccontare un percorso interiore. La quantità degli interpreti è soltanto la parte più visibile. Dietro c’è una costruzione musicale estremamente raffinata.

La “Ottava” occupa un posto particolare anche nella biografia di Mahler; il compositore morirà a Vienna il 18 maggio 1911, meno di un anno dopo la prima della Sinfonia.
Quella serata di Monaco rappresentò quindi una delle ultime grandi soddisfazioni della sua vita artistica.
È difficile non pensare a questa coincidenza ascoltando oggi l’opera. Mahler non sapeva che il tempo gli sarebbe mancato così presto.
Ma aveva appena scritto una composizione che sembra guardare oltre il tempo individuale: parte da un antico testo religioso, attraversa la poesia di Goethe e termina in una visione nella quale l’amore e la forza spirituale conducono verso la redenzione.
La musica di Mahler trova la sua forza più autentica non nella quantità degli interpreti, non nell’effetto spettacolare dell’organo o dei grandi cori, ma nella capacità di trasformare un’antica invocazione e una pagina di Goethe in un unico racconto musicale.
Quando il finale raggiunge il suo culmine, sembra che tutto ciò che era stato annunciato all’inizio trovi finalmente una risposta. Il compositore aveva chiesto:” Veni, creator spiritus”.
E alla fine è come se quella invocazione fosse diventata realtà, la musica ha creato il proprio mondo.
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