Traduci

L’AUTUNNO ADDOSSO

Lungo vie affollate di passi frettolosi, tra volti curiosi che sfiorano appena il nostro sguardo, storie sconosciute passano accanto senza fermarsi, occhi inafferrabili e labbra chiuse in un silenzio che pesa più di mille parole.

Dentro percorsi urbani traboccanti di folle anonime, immersi in città senza identità, confuse, sconosciute, dove si finisce per essere loquaci solo con chi è lontano, con chi non c’è, con chi abita un altrove irraggiungibile… può capitare di perdersi davvero, di scoprirsi soli, smarriti, quasi strappati a noi stessi e lasciati ai margini del nostro stesso cuore.

Ci si può smarrire… dentro il vortice delle cose che “si devono” fare, quelle che ci costringono a inseguire un tempo sempre più sfuggente, che sembra non bastare mai, o che ci conducono dove non abbiamo scelto di andare; coinvolti in obiettivi importanti solo per altri, trascinati avanti da chi ci sta dietro, spinti oltre verso una meta che, il più delle volte, non ci somiglia e non ci appartiene.

Autunno: fuori e dentro di noi, sulla pelle e nei pensieri.

Dicono che l’autunno è bello, perché è dolce, intimo, pieno di colori forti, di foglie accese come piccole fiamme, di cieli più bassi e di silenzi che invitano a restare. È vero, ma inesorabilmente, inevitabilmente parla anche di tramonto. È passata l’estate, è finita quella fantastica sinfonia di cielo che è l’alba, l’aurora d’estate, così veloce a restituire il sole, la luce dopo la notte breve, come se il mondo non potesse attendere di ricominciare.

La mente si ostina a riproporre immagini sbiadite, eppure ancora calde; sembra voler trattenere vivi solo i ricordi di sole, di mare, di monti, di verde, d’azzurro. C’è la voglia tenera e un po’ malinconica di mettere in fila i ricordi, di fare il consuntivo dei giorni goduti da poco e già tanto lontani, come coriandoli raccolti al ballo e custoditi in tasca per non dimenticare.

Sì, c’è tristezza. Una tristezza quieta, che arriva senza clamore e si posa addosso come una luce più debole.

E sorprende pensare a questo sentimento che, strano a dirsi, può non essere triste come appare; può anzi contenere una sua segreta dolcezza, una forma discreta di verità.

A prima vista, l’idea che la tristezza possa essere considerata un’emozione positiva sembra bizzarra e priva di qualsiasi fondamento. Eppure, se si torna con la mente a certe fasi della giornata o a certi periodi della vita nei quali si è sperimentata quell’indesiderata trepidazione, ci si accorge che le impressioni accumulate in quei momenti hanno assunto nel ricordo una colorazione intensa e significativa. Forse non è un caso: la tristezza di solito viene associata al buio ed è proprio nell’oscurità che si diventa più vigili, che si tende l’orecchio al minimo rumore, che si ascolta il battito delle cose e si attivano tutti i nostri sensi per favorire ed esaltare la percezione.

Essere tristi può rendere più lucidi, creare una capacità di interpretazione degli eventi più sottile ed efficace.

Chi è triste diventa, suo malgrado, più attento e più critico; guarda con occhi meno distratti, distingue ciò che resta da ciò che passa.

La scala delle priorità si modifica e ciò che normalmente sembra importante e irrinunciabile può diventare marginale ed emotivamente neutro.

Al contrario, fatti ed emozioni che in uno stato normale sembravano di “seconda mano” possono porsi al centro delle proprie reazioni emotive, acquistando voce, peso, presenza.

Nei rapporti d’amore, nelle relazioni di amicizia, per esempio, un momento di tristezza può diventare una sorta di filtro attraverso il quale far passare possibili incomprensioni, trattenendo l’impulso e lasciando emergere ciò che davvero conta: la cura, la memoria, il desiderio di non perdere l’altro dentro il rumore delle parole mancate.

Quanto detto, naturalmente, non intende tessere l’elogio della depressione, che resta comunque uno stato patologico preoccupante, da temere e combattere con serietà, attenzione e rispetto.

Riflettere sulla tristezza non significa, altresì, che la si debba preferire all’allegria — chi mai lo farebbe? — ma è solo un invito a scorgere, anche nei risvolti meno felici della vita, i segni della propria crescita interiore, quelle tracce silenziose che ci rendono più umani, più veri, più capaci di accogliere ciò che siamo.

Dunque, un momento prima di dirle, in musica o in prosa, “per favore va’ via”, sarà opportuno usare la tristezza come una lente d’ingrandimento per guardare bene dentro e fuori di sé, per riconoscere ciò che abbiamo trascurato, ciò che abbiamo amato, ciò che ancora chiede ascolto.

È sempre meglio che l’allegria, quando torna da un esilio lungo o breve, trovi una dimora più consapevole, più ampia, più pronta ad accoglierla; trovi in noi non solo il desiderio di sorridere, ma anche una più profonda gioia di vivere.

Bentornato autunno, con il tuo passo lieve, con la tua malinconia luminosa, con la promessa segreta di insegnarci ancora qualcosa di noi.

Author Profile

Fausto Corsetti

Data:

21 Settembre 2026
Tagged:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *