Traduci

VENEZUELA SPEZZATO – Quando la Terra non Chiede Permesso

Un Paese può reggere crisi economiche, blackout, esodi. Ma quando la terra trema due volte in 39 secondi, ogni fragile equilibrio crolla. È quello che è accaduto al Venezuela il 24 giugno 2026: un “doblete sísmico” di magnitudo 7,2 e 7,5 con epicentro nello stato di Yaracuy, a meno di 200 km da Caracas. Due colpi ravvicinati sulla Falla de Boconó, una delle faglie più attive del continente, che hanno lasciato dietro di sé un bilancio che continua a crescere e una domanda che attraversa tutta l’America Latina: quanto è pronta una società già provata a resistere alla forza bruta della natura? I numeri, per quanto parziali, raccontano già una tragedia di scala nazionale. Le autorità venezuelane parlano di almeno 1.430 morti e 3.238 feriti. L’ONU stima circa 50.000 dispersi, con migliaia di persone che probabilmente restano sotto le macerie di La Guaira, lo stato costiero vicino a Caracas dove il crollo di decine di edifici ha trasformato quartieri interi in cumuli di cemento.

Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha quantificato i danni preliminari in 6.700 milioni di dollari tra abitazioni, commerci, veicoli e infrastrutture. L’aeroporto internazionale di Maiquetía è rimasto bloccato, l’energia è saltata, le reti idriche e del gas si sono interrotte. In poche ore il nord del Paese è tornato indietro di decenni.Dal punto di vista tecnico, quello che è successo è raro e devastante. Un “doblete” non è una scossa principale seguita da réplicas. Sono due eventi di magnitudo elevata che si liberano sulla stessa faglia in pochi decimi di minuto. Il primo, 7,2, ha scaricato energia; il secondo, 7,5, ha colpito strutture già indebolite. L’effetto non è additivo, è esponenziale. Gli edifici che avrebbero retto al primo sisma sono crollati al secondo. La Guaira, costruita in gran parte su terreni costieri poco consolidati, ha subito liquefazione e cedimenti differenziali.

Caracas, più in alto ma densissima, ha visto crolli a catena e interruzioni dei servizi essenziali. L’allerta tsunami emessa per il Caribe è stata poi revocata, ma il danno sismico era già compiuto.Il Venezuela è un Paese ad altissimo rischio sismico: l’80% della popolazione vive su aree classificate come ad alta pericolosità. Eppure la vulnerabilità non è solo geologica. È edilizia, logistica, istituzionale. Molti palazzi colpiti non erano antisismici, o lo erano solo sulla carta. Le reti di emergenza sono sottofinanziate. Le strade di accesso a La Guaira sono poche e fragili. Quando crollano, i soccorsi arrivano tardi. Ed è qui che si misura la differenza tra un terremoto e una catastrofe.

Il quarto giorno dall’evento, la macchina degli aiuti si è messa in moto, ma con lentezza e con troppe incognite. L’ONU ha attivato tre ospedali da campo a La Guaira per non intasare gli ospedali di Caracas e sta allestendo “rifugi multiservizi” vicino alle comunità colpite, con bagni, cucine e acqua potabilizzata. Un primo aereo ha portato 20 tonnellate di materiali. La Spagna ha innalzato a 9 i propri cittadini deceduti e a 131 i dispersi, inviando l’UME, ingegneri e unità cinofile. L’Argentina ha schierato la Brigada Puma. Washington ha annunciato assistenza umanitaria. È un ponte internazionale che si costruisce mentre il tempo lavora contro: ogni ora riduce le probabilità di trovare vivi sotto le macerie.

Politicamente, il terremoto è diventato banco di prova per la presidente incaricata Delcy Rodríguez. Gestire la fase emergenziale, coordinare gli aiuti esteri senza perderne il controllo, assicurare trasparenza nella distribuzione: sono nodi che possono ridefinire equilibri interni. In contesti di crisi, la capacità di risposta pesa più di qualunque discorso. E il Venezuela, che negli ultimi anni ha esportato soprattutto instabilità, si trova a dover dimostrare di saper accogliere solidarietà senza disperderla.Resta il dato strutturale. Un Paese che ha vissuto crisi prolungate fatica a investire in prevenzione sismica. Le mappe di rischio ci sono, le norme pure. Manca l’applicazione diffusa, mancano controlli, mancano risorse per adeguare l’esistente. Il risultato è che un sisma forte non fa solo vittime: fa scuola. Insegna, con brutalità, che la sicurezza non è un lusso. È un’infrastruttura.

E allora la domanda finale non è quanti morti verranno contati a fine conteggio. È quanti errori verranno riconosciuti. Perché i terremoti non si fermano, ma le città sì, possono fermarsi prima. Possono essere costruite per reggere. Possono avere piani, scorte, vie di fuga, codici rispettati. Il Venezuela di oggi è sotto le macerie. Il Venezuela di domani deciderà se quelle macerie diventeranno fondamento o solo un altro strato di oblio.

Author Profile

Attilio Miani
Direttore responsabile

Autore:

Data:

28 Giugno 2026
Tagged:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *