Ottant’anni esatti dopo la prima seduta dell’Assemblea Costituente a Montecitorio, Sergio Mattarella è tornato lì dove nacque la Repubblica per ricordare che quella non fu una data da calendario, ma una scelta di sopravvivenza. “Fu una Costituzione capace di garantire l’indipendenza dell’Italia. In quelle aule si affermarono i diritti sociali”, ha detto il presidente della Repubblica, davanti alle più alte cariche dello Stato, in un’aula che più volte si è alzata in piedi.
Era il 25 giugno 1946. L’Italia usciva da vent’anni di fascismo, da una guerra persa, da città bombardate e da una frattura civile che sembrava insanabile. In quell’aula si sedettero insieme uomini e donne che si erano sparati addosso durante la Resistenza, ex monarchici, comunisti, socialisti, democristiani, liberali, azionisti. Non si amavano. Ma decisero che l’Italia valeva più dell’odio.
E fu da quella decisione che nacque la Carta. Mattarella ha voluto partire dal “prezzo alto” pagato per arrivare a quel giorno. Ha ricordato che alla Liberazione partecipò anche la Brigata ebraica, soldati che avevano combattuto per un Paese che ancora non riconosceva pienamente i loro diritti. Poi ha pronunciato i nomi che il fascismo aveva cercato di cancellare. È arrivata la standing ovation quando ha evocato “la memoria di martiri assassinati dal fascismo: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gramsci, Carlo e Nello Rosselli”.
Li ha detti uno per uno, senza retorica, come se li chiamasse all’appello. E l’emiciclo ha risposto in piedi, perché quei nomi non sono storia da manuale: sono la ragione per cui esiste quella seduta. Il cuore del discorso è stato la Costituzione come patto di libertà e giustizia. Mattarella ha sottolineato che la Costituente non si limitò a definire poteri e istituzioni. Scelse di scrivere diritti. Il lavoro come fondamento della Repubblica, l’uguaglianza formale e sostanziale, la tutela della salute, l’istruzione, la libertà di espressione, laicità dello Stato, il ripudio della guerra.
Scelte che nel 1946 suonavano rivoluzionarie e che oggi rischiano di sembrare scontate solo perché ci viviamo dentro. “In quelle aule si affermarono i diritti sociali”, ha ripetuto. E li ha messi sullo stesso piano dell’indipendenza nazionale, perché senza diritti la sovranità è vuota. Il presidente ha parlato anche al presente, senza fare nomi di partiti ma tracciando un confine chiaro: la Costituzione è “un patrimonio di tutti”. Non è un testo da aprire quando conviene e da richiudere quando dà fastidio. È una bussola. E una bussola funziona solo se la usi anche quando il mare è calmo, non soltanto nella tempesta.
Ha difeso l’idea di una Repubblica che tiene insieme libertà e solidarietà, autonomia e unità, memoria e futuro. Ha ricordato che la democrazia non è solo votare ogni cinque anni, ma il modo in cui si trattano i più deboli, i detenuti, i migranti, le donne, i lavoratori precari, le minoranze. Il riferimento alla Brigata ebraica e ai martiri antifascisti non è stato un omaggio formale. È stato il modo di dire che la Repubblica nasce da chi ha pagato con la vita il diritto degli altri di dissentire. Matteotti ucciso per un discorso in Parlamento, i fratelli Rosselli per le loro idee, Gramsci per le sue parole, don Minzoni perché prete e antifascista.
Mattarella li ha messi lì, in mezzo all’aula, per ricordare che la libertà non è un’eredità passiva. È un debito. Fuori da Montecitorio il Paese è diviso su tutto: tasse, giustizia, autonomia, sanità, scuola, guerra, povertà, clima. Dentro, per un’ora, c’era solo un testo scritto a mano, con emendamenti, discussioni notturne, compromessi dolorosi. Un testo che ha tenuto in piedi l’Italia quando tutto crollava e che ancora oggi regge perché nessuno è riuscito a riscriverlo meglio.
La Costituente finì il suo lavoro e si sciolse. Consegnò la Carta e tornò a fare altro. Ma lasciò una domanda aperta, più attuale di ottant’anni fa: se un Paese in macerie seppe trovare il coraggio di darsi regole comuni, noi che viviamo in un tempo di abbondanza di parole e carenza di responsabilità, che scusa abbiamo per non difenderle? Quando l’ultimo applauso si è spento, Mattarella non ha lasciato un ricordo. Ha lasciato una misura. E la misura è questa: l’Italia che siamo è nata lì. Se la perdiamo, non sarà per un colpo esterno. Sarà perché abbiamo smesso di meritarla.
Author Profile
Latest entries
Primo Piano26 Giugno 202680ANNI FA NACQUE L’ITALIA CHE SIAMO – Mattarella e la Costituente che Tenne in Piedi un Paese in Macerie
Scienze Umane23 Giugno 2026ADOLESCENTI IN RIVOLTA – L’Allarme che Nessuno Vuole Sentire – ‘Non mi capite’
Politica Nazionale23 Giugno 2026HERITAGE INCORONA MELONI – “È Lei la Destra che Comanda in Europa – Con Noi Ricucirà l’Italia”
Natura ed Ambiente22 Giugno 2026LA SCATOLA NERA DELLA FINE DEL MONDO – La Tasmania Inciderà la Nostra Condanna Climatica
