Il 26 giugno è già una data rossa sul calendario di Montecitorio. La legge elettorale arriva in Aula e l’opposizione sale sulle barricate. Non è un voto qualsiasi. È la partita che ridisegna il potere per i prossimi anni, e la tensione si taglia con il coltello. Il tentativo di mediazione di Lorenzo Fontana è durato lo spazio di una capigruppo. Il presidente della Camera aveva messo sul tavolo uno slittamento di qualche giorno, una tregua per provare a cucire.
Risposta: porte chiuse, microfoni aperti, accuse incrociate. La mediazione è naufragata prima ancora di salpare.La maggioranza va avanti a testa bassa. Calendario blindato, tempi contingentati, emendamenti che rischiano la tagliola. Per il centrodestra la riforma è questione di coerenza: promessa in campagna elettorale, va portata a casa. Per le opposizioni è un blitz, un colpo di mano per cristallizzare i rapporti di forza prima che il vento cambi.
PD, M5S e Terzo Polo parlano di strappo istituzionale, di regole del gioco cambiate in corsa mentre la partita è già iniziata. Accusano Fontana di essere garante a metà, presidente solo di una parte. Dalle file del governo replicano: ostruzionismo, alibi, paura del voto.Il nodo non è tecnico, è politico. Si decide se premiare la governabilità o la rappresentanza, se spingere verso il bipolarismo o tenere aperto lo spazio ai terzi.
Ogni virgola vale collegi, ogni percentuale sposta deputati. E mentre i leader si rimpallano responsabilità, l’Aula si prepara a notti di dichiarazioni di voto al vetriolo, richiami al regolamento, bagarre sul filo dell’espulsione. Fontana ha provato a smorzare, a guadagnare tempo, a evitare l’immagine di un Parlamento spaccato sulle regole stesse della democrazia. Non c’è riuscito.
La fiducia è già sul tavolo come arma di riserva, l’Aventino delle opposizioni come minaccia.Fuori dal Palazzo il Paese guarda distratto, stretto tra bollette, liste d’attesa e l’ennesima estate di emergenze. Ma chi ha memoria sa che le leggi elettorali scritte di corsa, a colpi di maggioranza, durano poco e avvelenano tanto. Sono micce, non ponti. E il 26 giugno rischia di accenderne una nuova.Fontana voleva mediare. Ha ottenuto la guerra.
Ora la riforma corre verso l’Aula con l’opposizione pronta a tutto e la maggioranza decisa a non fermarsi. Non si discute più di soglie e collegi. Si combatte per stabilire chi scrive le regole e chi le subisce. E quando la democrazia diventa un ring, a perdere non è mai solo chi va al tappeto.
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