Sembrava un momento storico: alla Camera, un raro accordo bipartisan aveva portato all’approvazione unanime di una norma che introduceva per la prima volta nel Codice penale italiano il concetto di consenso esplicito nei rapporti sessuali. Ma l’intesa si è infranta al Senato, dove la Commissione Giustizia, guidata dalla senatrice Giulia Bongiorno, ha riscritto il testo, spostando l’asse della norma: non più l’assenza di consenso, ma la presenza di un dissenso espresso.
La nuova formulazione distingue tra atti sessuali compiuti “contro la volontà” della vittima e quelli accompagnati da violenza, minaccia o abuso di autorità. Le pene previste si abbassano: da 4 a 10 anni nel primo caso, da 6 a 12 nel secondo. Una modifica che ha scatenato la reazione delle opposizioni, che parlano di un “passo indietro enorme” e di un ritorno alla logica secondo cui chi subisce deve dimostrare di aver resistito.
La riforma nasce con l’intento di aggiornare l’articolo 609-bis del Codice penale, che oggi punisce la violenza sessuale solo se accompagnata da costrizione fisica o psicologica. Un modello giudicato inadeguato, perché non tutela chi, per paura o shock, non riesce a opporsi. Il nuovo impianto avrebbe dovuto riconoscere come stupro ogni atto sessuale privo di un consenso libero e attuale, indipendentemente dall’uso della forza.
Il percorso legislativo era iniziato nel febbraio 2024 con una proposta della deputata Laura Boldrini. La svolta era arrivata con un confronto diretto tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che avevano trovato una sintesi tra l’esigenza di innovazione culturale e quella di rafforzare le pene. Il risultato: un emendamento condiviso che sembrava destinato a segnare una nuova era.
Ma l’unità si è spezzata al passaggio in Senato. Bongiorno ha motivato la riscrittura del testo con la necessità di evitare un’inversione dell’onere della prova, che avrebbe potuto obbligare l’imputato a dimostrare di aver ottenuto un consenso esplicito. Una posizione che ha trovato il sostegno di Forza Italia e Noi Moderati, che parlano di una proposta “saggia” ed “equilibrata”.
Di tutt’altro avviso le opposizioni. Per Ilaria Cucchi, dell’Alleanza Verdi e Sinistra, “il consenso c’è o non c’è, non è un’interpretazione da valutare caso per caso”. Secondo i critici, il nuovo testo rischia di vanificare la portata innovativa della riforma, tornando a un impianto che non tutela adeguatamente le vittime.
L’Italia, del resto, non è sola in questo dibattito. Ventuno Paesi europei hanno già adottato leggi che definiscono lo stupro come un atto sessuale privo di consenso. In Spagna, il caso de “La Manada” del 2016 — in cui una ragazza rimase paralizzata dallo shock durante una violenza di gruppo — ha portato all’approvazione della legge del “solo sì è sì” nel 2022. In Francia, la vicenda di Gisèle Pelicot, drogata dal marito per essere abusata da altri uomini, ha spinto il Senato a varare una norma che definisce stupro ogni atto sessuale non consensuale.
Il passaggio da un modello basato sulla costrizione a uno fondato sul consenso è ormai considerato un caposaldo nella lotta alla violenza di genere in Europa. Ma in Italia, il cammino verso questa svolta appare ancora in salita.
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