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COMUNI ITALIANI – La parità cresce, ma il potere resta ancora maschile

Nella primavera del 1946, l’Italia cercava di ricostruirsi non solo nelle città distrutte, ma anche nei suoi valori. Con il voto universale, per la prima volta le donne entrarono pienamente nella vita democratica del Paese, non più soltanto come elettrici ma anche come protagoniste. Le prime sindache aprirono allora un varco in un sistema che non era pensato per loro, affrontando un percorso difficile e quasi inesplorato. Oggi, a distanza di decenni, quel sentiero si è allargato, ma non abbastanza: le donne sono sempre più presenti nelle amministrazioni locali, ma restano ancora lontane dai vertici.

I dati parlano chiaro. Le amministratrici rappresentano poco più di un terzo del totale, una quota importante ma che si riduce drasticamente proprio nei ruoli di comando. Tra i sindaci, la presenza femminile è ancora molto bassa: poco più del 15%. Questo significa che la grande maggioranza dei comuni italiani continua a essere guidata da uomini. Nei ruoli intermedi la situazione migliora, con una presenza più consistente tra vicesindaci e assessori, dove si sfiora quasi la parità, ma senza mai raggiungerla del tutto. Anche nei consigli comunali e nelle presidenze, le donne restano comunque in minoranza.

Il paradosso emerge osservando l’apparato amministrativo: qui le donne sono tutt’altro che marginali. Anzi, costituiscono la maggioranza tra i dipendenti comunali e occupano in misura crescente ruoli di responsabilità tecnica e gestionale. In altre parole, contribuiscono in modo determinante al funzionamento delle istituzioni locali, ma raramente ne guidano le scelte politiche.

Le ragioni di questo squilibrio sono profonde. Prima ancora delle elezioni, il problema nasce nella selezione delle candidature: le donne sono ancora una minoranza tra coloro che vengono proposte per il ruolo di sindaco. Di conseguenza, anche le probabilità di elezione restano basse. Le misure introdotte negli ultimi anni per favorire la parità hanno prodotto risultati visibili soprattutto negli organi collegiali, ma incidono poco sulle posizioni apicali, dove il potere decisionale è concentrato in una sola figura.

A questo si aggiungono fattori legati ai percorsi personali e professionali. Le amministratrici sono mediamente più giovani e spesso più qualificate dal punto di vista formativo, ma incontrano maggiori difficoltà nel consolidare carriere lunghe e continuative nei ruoli di vertice. Con l’avanzare dell’età, la loro presenza diminuisce sensibilmente, mentre quella maschile resta stabile. Persistono inoltre stereotipi che tendono a indirizzare le donne verso ambiti legati al sociale e alla cura, limitandone la visibilità in settori strategici e decisionali.

Anche la distribuzione geografica riflette queste dinamiche. Alcune aree del Paese mostrano una maggiore apertura e una presenza femminile più significativa nelle istituzioni locali, mentre altre restano più indietro. Il divario territoriale si intreccia così con quello di genere, rendendo il quadro ancora più complesso.

Nonostante tutto, i segnali di cambiamento non mancano. Rispetto a qualche decennio fa, il numero delle sindache è cresciuto in modo significativo e sempre più comuni hanno sperimentato una leadership femminile. In alcune realtà si affermano modelli amministrativi più equilibrati, e nuove generazioni di donne iniziano a farsi spazio con maggiore determinazione.

La direzione è tracciata, ma la meta non è ancora raggiunta. Il vero cambiamento arriverà quando una donna alla guida di un comune non sarà più percepita come un’eccezione, ma come una possibilità normale, frutto naturale di competenze e capacità, senza che il genere rappresenti ancora un ostacolo da superare.

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Carmen Salerno

Data:

24 Marzo 2026