Due boati dalla pancia della terra e il Venezuela si ferma. Due scosse violentissime, una dietro l’altra, hanno spezzato Caracas e il nord del Paese nelle prime ore di oggi. Il bilancio ufficiale parla per ora di 32 morti e 700 feriti, ma è un numero che trema quanto il suolo.

Lo Us Geological Survey è glaciale nella sua stima: c’è il 44% di probabilità che le vittime siano più di 10mila. Una forbice che racconta l’abisso tra ciò che si vede e ciò che si teme sotto le macerie.Le strade della capitale sono un tappeto di vetri e calcinacci. Palazzi sventrati, ospedali evacuati, gente che scava a mani nude perché i soccorsi non arrivano ovunque.
La prima scossa ha colpito all’alba, la seconda pochi minuti dopo, quando la gente era già fuori, in strada, nel panico. Il Paese, già piegato da anni di crisi economica e blackout, scopre di non avere difese. Manca tutto: ruspe, ambulanze, sacche di sangue. Mancano notizie dai villaggi della costa, isolati perché ponti e strade sono crollati. È lì, dicono i sismologi, che il conteggio potrebbe esplodere.
La comunità internazionale si muove a fatica. I primi team di soccorso sono partiti, ma il Venezuela è chiuso, diffidente, con aeroporti in tilt e burocrazia che rallenta anche l’emergenza. L’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni De Vito, fa sapere che per ora non risultano vittime tra i connazionali. La Farnesina ha attivato l’unità di crisi e invita chi si trova nel Paese a segnalare la propria posizione. Gli italiani in Venezuela sono migliaia, molti con doppia cittadinanza, molti nei quartieri popolari dove i palazzi costruiti senza criteri antisismici sono venuti giù come castelli di carte.

Il paradosso è tutto nei numeri. 32 morti accertati contro una stima di 10mila. Significa che il 99% della tragedia è ancora sepolto. Significa che ogni ora che passa senza scavare, senza tirarne fuori uno vivo, quel 44% di probabilità diventa certezza. Significa che il Venezuela non sta contando i morti. Sta ancora cercando i vivi.
Per ora si scava con le mani, si piange in silenzio, si prega senza luce. Il mondo guarda, aggiorna i grafici dell’Usgs, aspetta. Ma sotto quelle macerie non ci sono statistiche. Ci sono padri, madri, bambini. E un Paese che rischia di scoprire di aver perso una città intera senza nemmeno averla vista crollare. Quando la polvere si poserà, il bilancio vero farà più paura del terremoto.
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