Una società rivela la propria idea dell’uomo non tanto nelle parole con cui proclama i suoi valori, quanto nelle risposte che sceglie di dare alle proprie paure.
Quando i giovani ci inquietano, quando la violenza irrompe nelle nostre città, quando la cronaca ci costringe a fare i conti con comportamenti che non comprendiamo o che non possiamo accettare, la tentazione è quella di cercare una risposta immediata: una regola più severa, una sanzione più dura, un divieto in più. E, prima ancora, una vocabolo che ci permetta di riconoscere il problema e collocarlo a distanza di sicurezza.
Maranza. La parola è diventata familiare, quasi bastasse pronunciarla per evocare un mondo, spiegare una condotta, individuare un pericolo. Non è l’unica. Ci sono parole con cui definiamo chi trasgredisce, chi disturba, chi non si adegua e altre con cui descriviamo ragazzi che incontrano difficoltà, a scuola o nelle relazioni, fino a far coincidere quelle difficoltà con ciò che sono. Un comportamento diventa così un tratto permanente, un bisogno viene scambiato per un limite personale, una fase difficile rischia di trasformarsi in una condanna. Parole diverse, talvolta riferite a situazioni molto distanti tra loro, che possono tuttavia produrre lo stesso effetto: ricondurre una persona a una definizione, fino a far dimenticare che nessuna definizione può esaurire una persona.
Del resto, maranza non è un termine nato ieri. Circolava già negli anni Ottanta, quando indicava, grosso modo, il tamarro o il coatto. Poi è tornato alla ribalta, rilanciato dai social e caricato di nuove associazioni. Le parole, a quanto pare, seguono i tempi: cambiano le paure, cambiano i volti ai quali attribuirle.
Eppure, dietro ogni etichetta c’è un ragazzo. Non necessariamente innocente, non necessariamente vittima, non necessariamente inconsapevole delle proprie azioni. Un ragazzo che può sbagliare gravemente e deve risponderne, ma che non può essere ridotto per sempre al proprio errore.
Chiedere giustizia per chi ha subito violenza e riconoscere la possibilità di cambiamento in chi l’ha commessa non sono esigenze incompatibili. Proteggere le vittime non ci esime dal comprendere chi ha commesso la violenza; comprendere, a sua volta, non significa sottrarlo alle proprie responsabilità. Una società adulta dovrebbe saper sostenere queste necessità, senza usare l’una per mettere a tacere l’altra.
Di fronte alla violenza, chiedere protezione è legittimo. Chi subisce un’aggressione ha diritto alla giustizia e alla certezza che il proprio dolore non venga minimizzato. La legge ha una funzione indispensabile: stabilisce limiti, tutela le persone, definisce le conseguenze delle violazioni. Ma una risposta può essere necessaria, senza essere sufficiente. Può intervenire su una condotta; non può, da sola, ricostruire una relazione, restituire un senso di appartenenza, insegnare a governare il conflitto o garantire che un errore non si ripeta.
Non possiamo affidare all’inasprimento delle misure repressive la soluzione di questioni che chiamano in causa le responsabilità educative, sociali e istituzionali di una comunità.
È qui che dovremmo interrogarci sulla direzione delle nostre scelte. Quanto siamo disposti a investire per prevenire ciò che, una volta accaduto, chiediamo alla legge di sanzionare? Quali possibilità offriamo ai ragazzi prima che una difficoltà diventi un’emergenza? Quali luoghi, quali relazioni, quali occasioni di partecipazione mettiamo a loro disposizione? Se sappiamo intervenire quando il danno è compiuto, sappiamo anche riconoscere, per tempo, le condizioni che possono favorirlo?
Il disagio non conduce necessariamente alla violenza. Ignorare, tuttavia, le condizioni di isolamento, esclusione e mancanza di opportunità, che possono aggravare alcune situazioni, rende più difficile prevenirne gli esiti. La complessità non giustifica ogni comportamento; impone, piuttosto, di non confondere la spiegazione di un fenomeno con la sua accettazione.
Anche le parole contribuiscono a stabilire che cosa siamo disposti a vedere. Quando una definizione si impone, finiamo per riconoscere più facilmente ciò che la conferma e trascurare ciò che la smentisce. Maranza può diventare così una risposta prima ancora di essere una domanda: crediamo di avere individuato un fenomeno e rischiamo di convincerci di conoscere anche le persone che vi riconduciamo.
Che cosa sappiamo davvero di un ragazzo dal suo aspetto, dal linguaggio che usa, dal gruppo al quale pensiamo che appartenga? Che cosa abbiamo osservato e che cosa, invece, stiamo dando per scontato?
Le parole non vanno bandite, né occorre fingere che certi comportamenti non esistano. Il problema nasce quando il nome dato a un fenomeno diventa un sostituto della conoscenza delle persone che vi sono coinvolte.
Una categoria può aiutarci a osservare; diventa pericolosa quando si sostituisce all’osservazione. Quando il singolo scompare dentro un’immagine collettiva, ogni suo gesto finisce per confermare ciò che abbiamo già deciso di pensare. E la distanza che credevamo di aver preso da un problema si trasforma in distanza dalle persone.
È un rischio che riguarda anche la scuola. Un alunno può finire per essere identificato con il suo insuccesso, la sua difficoltà, il suo comportamento problematico. Una descrizione nata per riconoscere un bisogno può finire per trasformarsi in un’identità; ciò che dovrebbe orientare un intervento può diventare un ostacolo alla possibilità di cambiare. La scuola conosce bene questa contraddizione: deve riconoscere le difficoltà senza farne una condanna, porre limiti senza umiliare, chiedere impegno senza dichiarare qualcuno incapace di riuscire.
Ma non possiamo affidare alla scuola, da sola, il compito di riparare ciò che la società lascia deteriorare. E non possiamo pretendere che le famiglie affrontino ogni difficoltà senza sostegno, che gli insegnanti rispondano a situazioni complesse senza risorse adeguate, che i servizi intervengano soltanto quando il disagio è diventato visibile a tutti.
La responsabilità adulta si misura anche nella capacità di non lasciare che famiglie, scuole e servizi affrontino separatamente problemi che richiedono un impegno comune. Che cosa facciamo quando un adolescente manifesta un disagio? Ci fermiamo ad ascoltarlo, oppure aspettiamo che il suo comportamento diventi intollerabile? Quando una scuola segnala una difficoltà, trova interlocutori con cui costruire un intervento, oppure viene lasciata sola? Quando un ragazzo si allontana dalla scuola, trascorre le giornate senza prospettive, o trova nel gruppo l’unico luogo in cui sentirsi riconosciuto, chi se ne accorge abbastanza presto da poter fare qualcosa?
Le risposte non possono ridursi ad appelli alla sensibilità. Richiedono presìdi educativi accessibili, sostegno alle famiglie, servizi territoriali capaci di collaborare stabilmente con le scuole, occasioni reali di partecipazione, formazione, sport e cultura. Richiedono interventi tempestivi di fronte alla prevaricazione e tutela concreta di chi ne è vittima. Richiedono, soprattutto, continuità, perché non si può invocare la prevenzione soltanto dopo un episodio di cronaca e poi dimenticarla quando l’attenzione pubblica si sposta altrove.
La responsabilità degli adulti riguarda anche l’esempio che offriamo. Quale idea del rispetto trasmettiamo, quando umiliamo chi la pensa diversamente, quando trasformiamo il dissenso in un nemico, quando invochiamo il rispetto delle regole, ma consideriamo legittime le scorciatoie che ci fanno comodo? Non possiamo chiedere ai giovani di riconoscere il valore dell’altro se mostriamo loro, ogni giorno, che prevalere conta più di comprendere.
Ovviamente, le omissioni degli adulti non cancellano la responsabilità individuale dei ragazzi. Un giovane che commette un reato deve rispondere delle proprie azioni; la comunità, a sua volta, deve rispondere delle proprie omissioni. Sono responsabilità diverse, che non si compensano e non si escludono.
Il problema è se sappiamo chiedere conto a un ragazzo di ciò che ha fatto senza convincerci che quell’azione definisca interamente chi è e chi potrà diventare.
Non è indulgenza. È una forma più esigente di responsabilità che non si accontenta di individuare un colpevole, di pronunciare una condanna, o di allontanare da sé ciò che disturba. Si domanda che cosa occorra fare perché il male commesso sia riconosciuto, perché chi lo ha subito sia tutelato e perché a chi lo ha provocato non venga sottratta, insieme alla libertà, ogni possibilità di diventare altro.
Un ragazzo non è una storia già scritta. Non lo è quando sbaglia, non lo è quando delude le aspettative, non lo è quando la sua condotta ci costringe a intervenire. Riconoscerlo non significa ignorare ciò che è accaduto, ma rifiutare che il passato diventi l’unica misura del futuro.
I giovani non sono soggetti dai quali dobbiamo difenderci. Sono persone con cui condividiamo il presente, cittadini ai quali chiediamo di assumersi responsabilità e ai quali dobbiamo consentire di esercitarle.
Prima di chiederci che cosa fare dei nostri ragazzi, dovremmo domandarci se siamo ancora capaci di riconoscere, in ciascuno di loro, una possibilità che non abbiamo il diritto di dichiarare preclusa.
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