ORBAN ALL’ONU, IL PIANO CHE SCUOTE IL PALAZZO DI VETRO

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Washington, Mosca e Pechino alla prova del potere

L’ipotesi di una candidatura dell’ex premier ungherese alla guida delle Nazioni Unite apre uno scenario inedito. Dietro l’indiscrezione, la partita sul futuro dell’ordine internazionale, il possibile asse tra le grandi potenze e il rischio che la successione a Guterres diventi un negoziato sugli equilibri globali.

Viktor Orbán alla guida delle Nazioni Unite. Basta questa possibilità, ancora lontana dal tradursi in una candidatura ufficiale, per misurare la profondità delle divisioni che attraversano la diplomazia internazionale. L’ex primo ministro ungherese, rimasto al potere per sedici anni prima della sconfitta elettorale dell’aprile 2026, potrebbe diventare il nome attorno al quale Washington, Mosca e Pechino tenterebbero di costruire un’intesa per la successione ad António Guterres. È quanto riferisce il Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione di Donald Trump avrebbe sondato la disponibilità di Orbán e discusso l’ipotesi con interlocutori russi e cinesi. La notizia, ripresa anche da ANSA, non equivale a un accordo concluso: la candidatura non risulta formalizzata e il suo eventuale percorso resta pieno di ostacoli.

La questione, tuttavia, va ben oltre il destino personale di un leader che ha segnato a lungo la politica europea. Il punto è capire quale idea delle Nazioni Unite emergerebbe da una convergenza del genere e che cosa rivelerebbe sulle priorità delle tre potenze coinvolte. Se confermata nei suoi contorni essenziali, l’iniziativa mostrerebbe che la successione al vertice dell’organizzazione non viene considerata soltanto una scelta amministrativa o diplomatica, ma un passaggio attraverso cui influenzare gli equilibri della governance mondiale. Il segretario generale non dispone di un esercito proprio, non può imporre autonomamente decisioni agli Stati e non sostituisce il Consiglio di sicurezza. Eppure controlla uno spazio politico rilevante: può favorire la mediazione, richiamare l’attenzione sulle crisi, esercitare pressione diplomatica e rappresentare l’organizzazione nei momenti in cui le grandi potenze non riescono a parlarsi direttamente. È proprio questa funzione a rendere la successione tanto delicata.

Secondo le ricostruzioni attribuite al Wall Street Journal, il nome di Orbán sarebbe emerso nei colloqui americani con le controparti di Mosca e Pechino, fino a trasformarsi in una possibile candidatura condivisa. L’ipotesi avrebbe incontrato un atteggiamento favorevole da parte russa e cinese, mentre alcuni interlocutori americani avrebbero valutato la possibilità di raccogliere un sostegno sufficiente nel Consiglio di sicurezza. Si tratta, però, di informazioni attribuite a fonti non pubbliche, non di una posizione congiunta annunciata ufficialmente dai tre governi. Anche la presunta disponibilità di Orbán deve essere trattata con cautela: secondo le indiscrezioni, l’ex premier sarebbe interessato a valutare l’offerta, ma non vorrebbe partecipare senza concrete prospettive di successo.

Il significato politico dell’operazione, se dovesse prendere forma, sarebbe evidente. Trump troverebbe in Orbán un interlocutore che ha condiviso diverse priorità del conservatorismo nazionalista americano, a partire dalla restrizione dell’immigrazione e dalla critica a numerosi orientamenti politici dell’Unione europea. Mosca potrebbe guardare con favore a un candidato che ha mantenuto rapporti con Vladimir Putin e che, durante il suo mandato, ha contestato o rallentato alcune iniziative europee di sostegno all’Ucraina. Pechino, dal canto suo, avrebbe interesse a partecipare a un’intesa capace di ridurre l’isolamento diplomatico e di preservare margini di manovra nelle istituzioni multilaterali. Questi interessi non sono identici, né dimostrano l’esistenza di un’intesa strategica generale fra Stati Uniti, Russia e Cina. Potrebbero però convergere su un obiettivo circoscritto: trovare un nome accettabile per le tre capitali in una fase in cui il confronto internazionale rende sempre più difficile raggiungere accordi sulle questioni di fondo.

È qui che l’ipotesi Orbán diventa un caso politico di portata più ampia. Per decenni, il sistema delle Nazioni Unite ha cercato di mantenere uno spazio di cooperazione fra Stati con interessi e ordinamenti diversi. Questo spazio è sempre dipeso, in larga misura, dalla disponibilità delle grandi potenze a non trasformare ogni nomina in una prova di forza. La scelta del segretario generale, tuttavia, non è mai stata estranea ai rapporti di potere. Il candidato deve poter raccogliere un sostegno internazionale sufficientemente ampio e non incontrare l’opposizione decisiva di uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. L’eventuale convergenza di Washington, Mosca e Pechino sarebbe quindi rilevante, ma non conclusiva: Francia e Regno Unito dispongono dello stesso diritto di veto e potrebbero impedire che l’operazione arrivasse a compimento.

Londra e Parigi rappresentano infatti uno degli ostacoli principali a un’eventuale candidatura dell’ex premier ungherese. Il rapporto di Orbán con Putin, le sue posizioni sulla guerra in Ucraina e i conflitti politici accumulati con numerosi governi europei renderebbero difficile immaginare un consenso automatico. Non è possibile dare per scontato che entrambi eserciterebbero il veto, in assenza di decisioni ufficiali, ma la loro posizione sarebbe determinante. E la questione non riguarderebbe soltanto le simpatie politiche: un segretario generale deve essere in grado di mantenere canali aperti con governi che sono in conflitto fra loro, senza apparire vincolato agli interessi di una parte. La fiducia nell’imparzialità dell’ufficio è una risorsa diplomatica, e la percezione di una dipendenza da una singola area geopolitica può comprometterla prima ancora dell’insediamento.

C’è poi un elemento che rende il quadro ancora più complesso. La pagina ufficiale delle Nazioni Unite dedicata alla selezione del prossimo segretario generale elenca le candidature formalmente ricevute, ma non include Orbán tra i nomi registrati al momento della consultazione. Il suo nome appartiene dunque, per ora, al terreno delle indiscrezioni e delle manovre preliminari. Il processo ufficiale è già in corso e comprende figure con esperienza diplomatica e istituzionale, tra cui Rebeca Grynspan, Carolyn Rodrigues Birkett, Rafael Mariano Grossi e Lana Nusseibeh. Il loro percorso non può essere considerato automaticamente superato dall’emergere di un nome sostenuto, secondo fonti giornalistiche, da alcune grandi potenze. Per arrivare alla nomina servono passaggi formali, una raccomandazione del Consiglio di sicurezza e la successiva decisione dell’Assemblea generale.

In questo contesto si inserisce una seconda interpretazione, più delicata e ancora meno verificabile: l’eventualità che la candidatura di Orbán possa funzionare anche come strumento negoziale, utile a modificare gli equilibri della corsa e a favorire, direttamente o indirettamente, una soluzione di compromesso. Il possibile vantaggio per altri candidati, compresa la diplomatica emiratina Lana Nusseibeh, è un’ipotesi da valutare come tale, non un fatto accertato. In una competizione bloccata, la comparsa di un nome divisivo può cambiare il perimetro delle trattative, spingere i governi a riconsiderare le alternative o rendere più appetibile un candidato percepito come meno conflittuale. Ma attribuire a Washington un piano segreto già definito, senza prove documentali, significherebbe trasformare una chiave di lettura plausibile in una certezza che le fonti disponibili non consentono.

Il punto politico resta comunque sostanziale. La successione a Guterres arriva in una fase in cui le Nazioni Unite devono affrontare guerre, crisi umanitarie, difficoltà finanziarie e una crescente competizione fra le potenze. Il prossimo segretario generale erediterà un’organizzazione nella quale le aspettative sono alte, ma gli strumenti per soddisfarle dipendono in larga misura dalla volontà degli Stati membri. In questo scenario, una candidatura costruita soprattutto sulla convergenza dei membri permanenti rischierebbe di mettere in secondo piano la necessità di un consenso più ampio fra le altre nazioni. La procedura non è un dettaglio formale: è parte della legittimità politica di chi dovrà parlare a nome dell’intera comunità internazionale.

La vicenda dice anche qualcosa sull’Europa. Orbán ha rappresentato per anni un punto di frizione fra Budapest e le istituzioni comunitarie, soprattutto sulle politiche migratorie, sullo Stato di diritto e sul sostegno all’Ucraina. La sua eventuale candidatura alla guida dell’Onu trasferirebbe queste controversie su un terreno globale. Non sarebbe più soltanto una questione interna all’Unione europea, ma un test sulla capacità dei governi europei di far valere una posizione comune all’interno di un sistema nel quale ogni membro permanente dispone di strumenti decisivi. Un’eventuale divisione europea indebolirebbe il peso politico del continente; una posizione condivisa, invece, dovrebbe misurarsi con gli interessi divergenti degli altri membri permanenti e con la necessità di non ridurre la scelta a un semplice scontro fra blocchi.

Per Trump, infine, la partita potrebbe offrire un’occasione per riaffermare la propria influenza su un’istituzione che la sua amministrazione ha più volte criticato, contestandone costi, priorità e capacità di rispondere agli interessi americani. Ma promuovere un candidato non significa controllarne automaticamente l’azione una volta eletto. Il segretario generale risponde al mandato dell’organizzazione, opera entro i limiti della Carta e deve confrontarsi con una pluralità di governi. Anche un nome gradito a Washington, Mosca e Pechino sarebbe chiamato a gestire crisi nelle quali i loro interessi divergono profondamente. Il consenso iniziale, dunque, non garantirebbe una successiva disciplina politica.

Per ora, la cautela è d’obbligo: non c’è una candidatura ufficiale di Orbán, non è stato annunciato un accordo fra Stati Uniti, Russia e Cina e non esiste una decisione del Consiglio di sicurezza. Esiste una notizia giornalistica che apre uno scenario significativo e che merita di essere seguita senza confondere le indiscrezioni con gli atti formali. Ma già il fatto che questa ipotesi sia entrata nel dibattito rivela la posta in gioco: non soltanto chi occuperà l’ufficio lasciato da Guterres, bensì quale equilibrio di potere le grandi capitali intendano proiettare dentro le istituzioni internazionali.

Perché il Palazzo di Vetro non è un premio da assegnare a un alleato, né una poltrona da utilizzare per regolare i conti della politica europea. È il luogo nel quale il mondo, con tutte le sue fratture, dovrebbe ancora cercare una lingua comune. E se la scelta del prossimo segretario generale dovesse ridursi a un’intesa fra le potenze più forti, la domanda non sarebbe soltanto chi ha vinto la partita, ma quanto spazio resterebbe, dentro le Nazioni Unite, per tutti gli altri.

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Anna Stella Lobello
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