TINTO BRASS – Oltre i corpi nudi il linguaggio della provocazione

Il 4 novembre 2026 e’ morto  Tinto Brass.

Tinto Brass è stato molto più del regista che ha fatto dell’erotismo il proprio marchio di fabbrica. Dietro l’immagine del provocatore, spesso liquidato attraverso la sola esposizione dei corpi femminili, si nasconde una figura più complessa: un autore che ha attraversato stagioni diverse del cinema italiano, sperimentato linguaggi e forme narrative, frequentato le avanguardie e fatto della trasgressione una cifra riconoscibile, non sempre priva di contraddizioni.

Nato a Milano nel 1933 con il nome di Giovanni Brass, deve il suo soprannome al nonno Italico, che lo chiamava Tinto in riferimento al pittore Tintoretto. Dopo gli studi, si trasferisce a Parigi, dove frequenta la Cinémathèque e si avvicina al fermento culturale che avrebbe accompagnato la nascita della Nouvelle Vague. Sono anni decisivi per la sua formazione: entra in contatto con un cinema libero dalle convenzioni, capace di mettere in discussione le regole della narrazione tradizionale e di sperimentare nuove possibilità espressive.

Tornato in Italia, lavora anche come assistente di Roberto Rossellini e Joris Ivens, esperienze che contribuiscono a consolidare il suo interesse per un cinema personale e anticonvenzionale. Il debutto alla regia arriva nel 1963 con Chi lavora è perduto, opera che già rivela la sua insofferenza per le strutture sociali e culturali del tempo. Non è ancora il Brass dell’erotismo, ma c’è già il gusto per la provocazione, per il linguaggio irregolare e per uno sguardo insofferente verso le certezze borghesi.

Negli anni successivi continua a muoversi tra sperimentazione, commedia e cinema di genere. Realizza cortometraggi sperimentali nell’ambito di un progetto legato a Umberto Eco, dirige Il disco volante, Yankee e Col cuore in gola, quest’ultimo con la collaborazione grafica di Guido Crepax. Sono lavori diversi tra loro, ma accomunati dalla ricerca di uno stile visivo riconoscibile, dal montaggio dinamico e da una certa insofferenza per le convenzioni cinematografiche.

Brass ha raccontato anche di aver avuto un ruolo, seppure indiretto, nella nascita di Arancia meccanica: secondo il suo aneddoto, Stanley Kubrick avrebbe preso in considerazione alcune sue intuizioni e suggestioni visive. Un episodio che restituisce l’ambizione internazionale di un regista che, ben prima di diventare sinonimo di cinema erotico, cercava un dialogo con le avanguardie e con le forme più audaci del linguaggio cinematografico.

La svolta più controversa arriva con Caligola, produzione tormentata e segnata da forti contrasti tra il regista e i produttori. Il film, uscito in una versione profondamente condizionata dagli interventi esterni, diventa uno dei casi più discussi della storia del cinema. Da quel momento l’immaginario di Brass si lega sempre più esplicitamente all’erotismo, fino a trasformarsi in un marchio riconoscibile. Titoli come La chiave, Così fan tutte e Paprika consolidano una poetica in cui il desiderio, il voyeurismo e la libertà sessuale diventano elementi centrali della narrazione.

Al suo fianco, nella vita e nel lavoro, c’è stata per anni Carla Cipriani, conosciuta come Tinta, figura importante nella costruzione del suo percorso artistico e personale. Dopo la sua scomparsa, Brass ha condiviso una nuova fase della propria vita con Caterina Varzi, poi diventata sua moglie.

Ridurre Tinto Brass a un regista di donne nude sarebbe dunque semplicistico. La sua carriera racconta un percorso che parte dalla sperimentazione, attraversa il cinema d’autore e approda a un erotismo sempre più riconoscibile, capace di conquistare un pubblico vasto e di suscitare polemiche durature. 

Ma quanto della sua trasgressione è stata davvero liberazione e quanto, invece, si è trasformato in una formula?

Brass ha rivendicato a lungo la centralità del desiderio e la possibilità di sottrarre il corpo alla morale repressiva. 

Eppure, con il passare degli anni, la sua provocazione ha rischiato di diventare un rituale prevedibile: corpi esibiti, sguardi indiscreti, donne trasformate spesso nel fulcro di un immaginario costruito soprattutto per lo spettatore maschile. 

La libertà proclamata non sempre coincide con una reale messa in discussione dei rapporti di potere che attraversano quello stesso immaginario e questa è la contraddizione che resta al centro della sua eredità.Brass ha saputo sfidare il perbenismo ma non sempre ha superato i limiti culturali che diceva di voler abbattere. Se ha ha fatto dello scandalo una forma di riconoscibilità e della trasgressione una cifra commerciale nel contempo talvolta ha finito per ripetere proprio quei meccanismi che la sua opera sembrava voler mettere in crisi.

La sua importanza nella storia del cinema italiano non può essere negata, così come non si possono ignorare la curiosità intellettuale degli esordi e la ricerca visiva di alcune opere. Ma riconoscere il valore di un percorso non significa sottrarlo al giudizio critico perché scandalizzare non significa essere rivoluzionari e spogliare un corpo non basta a mettere a nudo una società. 

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Antonella Giordano
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