‘IN BOCCA AL LUPO’ – Perhè auguriamo qualcosa di così strano?

Immaginate la scena.

Un amico sta per affrontare un esame importante, qualcuno deve sostenere un colloquio di lavoro, un attore sta per salire sul palcoscenico oppure una persona cara si prepara a vivere un momento particolarmente impegnativo.

Noi, con le migliori intenzioni, gli diciamo: «In bocca al lupo!»

E lui, prontamente, risponde: «Crepi!».

Ora, fermiamoci un momento. Auguriamo a qualcuno di finire nella bocca di un animale feroce e, come risposta, ci auguriamo addirittura che quell’animale muoia!

Ma perché? Da dove nasce questa strana abitudine? E soprattutto, come ha fatto una frase che sembra quasi una minaccia a trasformarsi in uno degli auguri più diffusi della lingua italiana?

La risposta ci porta indietro nel tempo, quando il lupo non era soltanto un animale selvatico, ma rappresentava una delle paure più concrete per chi viveva nelle campagne e nei territori boschivi.

Per secoli, questo animale è stato considerato un pericolo reale: poteva attaccare il bestiame, avvicinarsi agli insediamenti umani e rendere rischiosi gli spostamenti attraverso boschi e campagne.

Non a caso, nella tradizione popolare e nella letteratura, il lupo è diventato spesso il simbolo del pericolo, dell’inganno e della ferocia. Pensiamo alla favola di Cappuccetto Rosso o ai numerosi proverbi che ancora oggi utilizziamo.

Del resto, espressioni come «finire in bocca al lupo» o «mettersi in bocca al lupo» hanno da tempo un significato inequivocabile: andare incontro a un pericolo.

E non si tratta di un’immagine nata ieri. L’Accademia della Crusca documenta l’espressione «andare in bocca al lupo» già nel 1294, in un testo di Guittone d’Arezzo, con il significato di incorrere in un pericolo o cadere in potere del nemico.

Secondo l’interpretazione riportata dall’Accademia della Crusca e da diversi dizionari, l’espressione «in bocca al lupo» potrebbe derivare da un’antica formula augurale utilizzata nel linguaggio dei cacciatori.

Il suo funzionamento sarebbe stato quello dell’antifrasi: dire qualcosa intendendo, in realtà, il suo contrario. È un meccanismo che ritroviamo in molte credenze popolari.

Non dimentichiamo che, per le culture del passato, le parole non erano considerate soltanto strumenti per comunicare. In determinate circostanze si attribuiva loro un vero e proprio potere simbolico, quasi magico.

L’espressione si sarebbe poi estesa dal mondo dei cacciatori a tutte quelle situazioni in cui una persona si trova ad affrontare una prova difficile o rischiosa.

Naturalmente, questa è l’interpretazione storica più accreditata, ma non possiamo considerarla una certezza assoluta sull’origine della formula.

E perché rispondiamo «crepi»?

Eccoci al secondo mistero.

Se qualcuno ci augura di finire nella bocca del lupo, rispondere «crepi» significa, letteralmente, augurarsi che il lupo muoia.

Anche questa risposta appartiene alla tradizione scaramantica: si contrappone al presunto pericolo una formula di scongiuro, con l’intento di neutralizzare la cattiva sorte.

Il verbo crepare, in questo caso, non è quindi una semplice imprecazione, ma fa parte di un meccanismo linguistico nel quale la parola viene utilizzata per allontanare un evento temuto.

La Crusca ricorda che lo stesso principio si ritrova in altre espressioni popolari, come «Crepi l’avarizia!».

Ma non c’era anche la lupa di Romolo e Remo?

Certo! E qui entra in gioco un’altra interpretazione molto suggestiva.

Secondo una lettura popolare, finire nella bocca di un lupo potrebbe non essere necessariamente qualcosa di negativo. Il riferimento sarebbe alla lupa che, secondo la leggenda, allattò Romolo e Remo, salvandoli e contribuendo così alla nascita di Roma.

In questa prospettiva, essere accolti nella bocca del lupo significherebbe trovare protezione anziché pericolo.

È un’immagine affascinante, ma non esistono prove linguistiche sufficienti per considerarla la vera origine dell’espressione. 

E se invece dicessimo «viva il lupo»?

Negli ultimi anni si è diffusa anche l’abitudine di rispondere «viva il lupo!», soprattutto per sensibilità nei confronti di questo animale e per evitare una formula che ne auspica la morte.

È una risposta del tutto comprensibile, ma non è la correzione di un errore linguistico: «crepi» rimane la risposta tradizionale coerente con l’origine scaramantica dell’augurio.

In fondo, possiamo scegliere liberamente come rispondere. La lingua vive anche attraverso le nostre abitudini e le nostre sensibilità.

Una frase che sembra augurare una disgrazia è diventata, nel corso del tempo, un gesto di affetto, incoraggiamento e vicinanza. Non vogliamo che qualcuno finisca davvero tra le fauci di un lupo: vogliamo semplicemente dirgli che facciamo il tifo per lui.

La prossima volta che pronuncerete «in bocca al lupo», ricordatevi che state utilizzando una formula antica, nata in un mondo in cui le parole, le paure e le superstizioni avevano un peso molto diverso da quello che attribuiamo loro oggi.

E TU LO SAPEVI?

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Simona HeArt
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