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ZUPPI IN UCRAINA – Missione di Pace tra i Prigionieri – Il Papa Prega per Voi

Torna in Ucraina da inviato del Papa. Non con armi, non con sanzioni, ma con un portachiavi in mano e una frase: “che torniate presto a casa”. È la diplomazia della Chiesa che prova a riaprire spiragli dove la politica ha alzato muri. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, è atterrato di nuovo in Ucraina per una missione di quattro giorni, accompagnato dal nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas. La prima tappa non è stata Kyiv, ma la regione di Leopoli. Zuppi ha voluto andare a Zakhid-1, centro di detenzione dove sono reclusi i militari che hanno combattuto nell’esercito russo. Immagini che fanno rumore: un cardinale italiano che entra in un carcere di guerra, parla con i detenuti, ascolta. A tutti ha portato dei doni. Il più simbolico: un portachiavi. “Segno di speranza – ha spiegato – che torniate presto a casa”. E poi ha consegnato il messaggio di Leone XIV: “Il Papa prega per voi”. Tre parole che in un luogo di prigionia valgono più di mille dichiarazioni. Non è un messaggio politico. È un messaggio umano. È dire a uomini che hanno combattuto su fronti opposti: voi non siete dimenticati. Da Leopoli il porporato si è poi spostato a Kyiv. La capitale, sotto i missili da oltre due anni, accoglie Zuppi per la seconda volta. La prima missione risale al 2023, quando il Papa lo nominò inviato speciale per la pace.

Perché Zuppi torna? Perché la Santa Sede continua a credere che la diplomazia vaticana possa fare quello che i canali ufficiali non riescono più: parlare con tutti. Il mandato è chiaro: portare la vicinanza del Papa al popolo ucraino che soffre, ma anche non dimenticare nessuno. Vittime civili, famiglie dei dispersi, prigionieri di guerra da entrambe le parti. La visita a Zakhid-1 è il segno più forte. In tempo di guerra è facile dividere il mondo in buoni e cattivi. La Chiesa sceglie un’altra strada: la vicinanza anche a chi ha sbagliato, anche al “nemico”. Non per giustificare, ma per ricordare che ogni vita ha una madre che aspetta, una casa dove tornare. “Finisca presto la guerra”. È il ritornello che Zuppi ha ripetuto in ogni incontro. Una frase semplice, quasi banale. Ma detta da un inviato del Papa in un bunker, in un ospedale, davanti a una fossa comune, assume il peso di una preghiera pubblica. Siamo al terzo anno di guerra. L’Ucraina è un Paese stremato. Le città dell’est sono macerie. Al centro e a ovest si vive con le sirene e i blackout. L’economia regge grazie agli aiuti, ma la fatica sociale è enorme. E intanto i morti aumentano, i prigionieri si accumulano, i bambini crescono senza sapere cosa sia la pace.

In questo scenario la missione di Zuppi ha due obiettivi. Il primo è pastorale: portare conforto. Nelle parrocchie, negli ospedali da campo, nei centri per sfollati. I vescovi ucraini chiedono alla Chiesa italiana aiuto concreto: medicine, generatori, accoglienza per i profughi. Il secondo è diplomatico: tenere aperto un canale. Il Vaticano non ha smesso di parlare con Mosca e con Kyiv. Il Papa ha ricevuto delegazioni di entrambi i Paesi. Zuppi è l’uomo dei ponti. Non negozia trattati, ma prepara il terreno perché un giorno qualcuno possa sedersi a un tavolo. La visita ai prigionieri russi a Leopoli va letta anche così. È un segnale: la Chiesa non abbandona nessuno. E forse, proprio partendo da gesti umanitari come lo scambio di prigionieri, si può ricominciare a parlare. In un conflitto dove le posizioni sembrano cristallizzate, un gesto di vicinanza a un detenuto diventa un atto politico nel senso più alto: riconoscere l’umanità dell’altro. Il messaggio che Zuppi porta è quello di Leone XIV: “Il Papa prega per voi”. Una frase breve che mette al centro la preghiera e la compassione. Il Pontefice da mesi chiede “una tregua che porti alla pace”. Non sceglie schieramenti, sceglie le vittime. E chiede che si fermi la mattanza. La CEI, con Zuppi, segue questa linea. Niente equidistanza tra aggressore e aggredito, ma sì a una vicinanza totale al dolore. Ecco perché si va a Kyiv, ma anche a Leopoli. Ecco perché si incontrano i vescovi ucraini, ma anche si portano doni ai prigionieri russi. È una posizione che in Italia fa discutere. C’è chi chiede più armi, chi chiede più negoziato. Zuppi risponde con i fatti: io vado dove c’è sofferenza e porto il nome del Papa. E lo fa senza telecamere puntate, senza proclami. Lo fa entrando in un carcere e dando un portachiavi a un uomo che forse non rivedrà la sua famiglia da anni.

Alla fine della missione Zuppi tornerà a Roma con un dossier di storie. Di madri che non sanno dove sono i figli. Di preti che celebrano messa nei rifugi. Di soldati che stringono un portachiavi e chiedono di poter scrivere a casa. Non porterà accordi di pace firmati. Non è il suo compito. Porterà però la testimonianza che in mezzo alla guerra qualcuno ha pensato agli ultimi. “Finisca presto la guerra”. È una richiesta che in Ucraina nel 2026 suona come un’utopia. Ma è anche l’unica parola che tiene insieme credenti e non credenti, ucraini e russi, europei e americani. La diplomazia della Chiesa è lenta, silenziosa, spesso invisibile. Ma è l’unica che continua a bussare a tutte le porte. Anche a quelle di un carcere. Zuppi lascia l’Ucraina dopo quattro giorni. Lascia doni, abbracci, e una frase. La stessa con cui è arrivato: “Finisca presto la guerra”. Perché finché non finisce, nessuno può davvero tornare a casa. E finché ci sono uomini in un centro di detenzione con in mano un portachiavi, c’è ancora una speranza che quel “presto” arrivi.

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Giuseppe Capano

Data:

15 Luglio 2026
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