Washington ha già deciso. Secondo Axios, Donald Trump ha chiuso a chiave la Situation Room con i suoi falchi e sul tavolo non ci sono trattative. Ci sono piani “devastanti” contro l’Iran. Una parola che vale come una condanna. Non si parla di deterrenza, non si parla di sanzioni. Si parla di colpire per annientare. È il ritorno secco alla dottrina del colpo forte, quella del 2020 con Soleimani. Solo che oggi il contesto è peggio. Teheran è più vicina alla bomba, Israele spinge, le milizie filoiraniane colpiscono le basi USA. E Trump sceglie la scorciatoia che conosce meglio: la forza. Peccato che l’Iran non sia l’Iraq del 2003. Non è un Paese svuotato. Ha 90 milioni di abitanti, missili balistici, droni, una rete di proxy che va dal Libano allo Yemen. “Devastante” per loro significa rispondere “devastante” per noi. Significa basi americane in fiamme nel Golfo, significa Israele sotto pioggia di razzi, significa petroliere affondate a Hormuz e petrolio a 200 dollari. Significa inflazione che riparte, bollette che esplodono, nuove ondate migratorie alle nostre porte. E significa una cosa ancora più grave: regalare al regime di Teheran esattamente ciò di cui ha bisogno. Un nemico esterno. Perché bombardare l’Iran oggi è come buttare benzina sui falchi interni. Le proteste dei giovani si spengono, i dissidenti tacciono, l’unità nazionale si salda davanti alle macerie. E il programma nucleare invece di fermarsi accelera. Se ti senti accerchiato e senza nulla da perdere, l’unica carta è correre alla bomba. Non per usarla domani, ma per non fare la fine di Gheddafi. È il paradosso della Situation Room: nel tentativo di evitare un Iran nucleare, rischiamo di costruirlo con le nostre mani. I russi applaudono da lontano, i cinesi comprano petrolio a sconto, e l’America si prepara a impantanarsi in un’altra guerra che non finirà più. Una guerra che non risolve nulla, ma apre dieci fronti nuovi.
E l’Europa dove sta? A guardare. A fare dichiarazioni di “massima moderazione” mentre a Washington si caricano i missili. Noi non possiamo permettercelo. L’Italia è in prima linea senza volerlo. Abbiamo 800 militari tra Iraq e Libano. Abbiamo Eni nel Golfo. Abbiamo rotte commerciali che dipendono da Hormuz. Abbiamo un Mediterraneo già in fiamme con Libia, Sahel e Gaza. Un conflitto con l’Iran ci travolge. Energia, migrazioni, terrorismo. Tutto insieme. Il compito di un governo responsabile non è fare il tifo. È dire basta prima che partano. È entrare nella stanza e dire agli americani: avete provato tutto? No. Allora riprovate. Anche umiliandosi. Anche negoziando con chi odiate. Perché l’alternativa al tavolo non è la pace. È il cimitero. L’Europa ha una sola arma: diplomazia ed economia. Offrire a Teheran uno spiraglio. Ispezioni vere, stop all’arricchimento, fine dei proxy. In cambio alleggerimento delle sanzioni e futuro economico. È sporco, è difficile, è pieno di compromessi. Ma è meglio di una guerra. Dire no oggi non è debolezza. È l’unico atto di forza che ci resta. Se lasciamo che sia Trump a decidere da solo, pagheremo il conto per i prossimi vent’anni. E il conto si chiama instabilità, povertà, paura.
La Situation Room è il luogo dove si firmano le sentenze. Lì dentro si decide della vita di milioni di persone che non sanno nemmeno che quella riunione esista. Trump ha costruito la sua immagine sulla promessa di “finire le guerre infinite”. Ora rischia di iniziarne una nuova, più grande, più sporca. Lo fa per sicurezza, lo fa per fermare il nucleare iraniano. Le ragioni si possono anche capire. I mezzi no. Un attacco “devastante” non chiude i conti. Li riapre per mezzo secolo. Genera odio, genera vendetta, genera un nuovo terrorismo. Consegna il Medio Oriente a Cina e Russia su un piatto d’argento. Il mondo nel 2026 non ha bisogno di altri funghi all’orizzonte. Ha bisogno di leader che abbiano il coraggio di essere pazienti. Di usare la testa prima delle bombe. Prima che quella porta si chiuda, qualcuno dovrebbe ricordare una verità banale: le guerre si decidono in una stanza climatizzata. Ma a morirci sono ragazzi di 20 anni e famiglie che in quella stanza non entreranno mai. “Devastante” non può essere l’unica parola. Ci deve essere anche “responsabilità”. Altrimenti tra poco non parleremo più di piani militari, ma di bare. E quella non sarà la sconfitta dell’Iran o dell’America. Sarà la nostra.
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