-Non chiamatemi Carsen. Carsen è il cognome che a 6 anni, a scuola, mi identificava con la mia famiglia. Chi sono? Non lo so. Sono gli altri a saperne più di noi. Non basta una vita per conoscersi. E’ proprio questa la meravigliosa avventura che viviamo-.
Si presenta così, dalla sua casa di Parigi, il regista dell’Antigone di Sofocle che, al Teatro greco di Siracusa lo scorso giugno, ha chiuso la saga dei Labdacidi dopo Edipo Re (2022) ed Edipo a Colono (2025), con il meritatissimo premio Eschilo d’Oro 2026, come migliore regia, tributatogli dalla Fondazione INDA. Partito come attore, Robert Carsen è uno dei registi e scenografi d’opera e teatro più acclamati al mondo. Vanta collaborazioni con le istituzioni operistiche e teatrali più prestigiose come l’Opéra National de Paris, il Teatro alla Scala di Milano, la Comédie Française, The Royal Opera, le Théâtre des Bouffes du Nord, il Metropolitan Opera, il Festival di Salisburgo e tanti altri enti. I suoi conclamati successi traggono ispirazione da una fedele interpretazione del testo classico, che diventa specchio delle tensioni contemporanee, e da una visione dell’estetica minimalistica, elegante, innovativa, carica di simbolismi. La monumentale scalinata grigia di 26 gradini crivellata di proiettili, ideata da Radu Boruzescu, che ha fatto da sfondo anche alle due precedenti tragedie, rappresenta la rovina fisica ed etica di un popolo da sempre in guerra. Lo stesso salire e scendere dei personaggi rappresenta la verticalità di un potere che non è mai assoluto, ma che può declinare in altre forme in qualsiasi momento. Antigone, straordinariamente impersonata da Camilla Semino Favro, “figlia feroce di un padre feroce“, un parallelismo sofocleo, citato dal capo coro maschile Rosario Tedesco, Elena Polic Greco e Maddalena Serratore le corifee del coro femminile, prima di scendere quelle scale, che la porteranno verso la morte, si denuda per indossare la veste bianca appartenuta alla madre Giocasta, fermata da una cintura che simboleggia l’accecamento del padre Edipo. La drammatica discesa della scalinata, rappresenta il baratro del dolore di ogni essere umano, di chi sa di essere nel giusto e combatte contro ogni forma di oppressione universale, da quella domestica, a quella di genere, nonchè politica o di uno Stato di polizia che rinnega i principi liberali di uno Stato di diritto. Il tutto magistralmente congegnato dal regista per una indagine introspettiva che, passando dal coro, raggiunga ogni singolo personaggio, evidenziandone fragilità e paure.

Maggio 2026, Teatro Greco di Siracusa, una scena di Antigone
– Antigone non ha paura, in lei prevale il coraggio, che non è ribellione. Si sente obbligata a contrapporsi a Creonte, Paolo Mazzarelli, perché sa di essere nel giusto,- afferma Robert Carsen – è il coro ad avere paura di manifestare il proprio dissenso contro la sentenza di morte di Antigone emessa dal tiranno Creonte -.
“Non esiste città che appartiene ad un uomo solo” “ Tu regneresti bene da solo in una terra deserta” sono le parole di Emone, Gabriele Rametta, che saggiamente sottolineano la tracotanza, l’hybris, con cui il padre Creonte cela la sua vera paura, quella di perdere il controllo sul popolo.
– Personalmente provo di non dare troppo spazio alla paura,- riprende Robert Carsen- in un certo senso tutto potrebbe fare paura, anche prendere un aereo o trovarsi in un posto ristretto, ma io provo di allontanarla da me per rimanere aperto alla vita e alle sue novità, che mi piace cogliere come sfide. E poi le paure cambiano nel tempo, quelle che restano diventano dei condizionamenti di vita. Piuttosto mi fa paura il mondo con la sua mancanza di valori, con la sua corsa al denaro, con i suoi continui attentati alla vita stessa e al pianeta. È banale fare una scala di valori, ma il rispetto per gli altri e per il nostro pianeta, devono farci riflettere quando anche il Nord Europa raggiunge temperature insopportabili. Faust, nel celebre dramma di Goethe, incarna l’uomo tormentato da una sete di conoscenza insaziabile, trovo che sia giusto, purché non gli sfugga di mano l’autocontrollo. Mi riferisco in particolare all’intelligenza artificiale, definita “coup de grace” dai francesi. L’arte in generale, nel caso specifico il teatro, inteso come collaborazione, ascolto, solidarietà, può aiutarci per trarre insegnamento anche dalla polis greca da dove tutto trae origine -.

- Quale messaggio ha voluto veicolare con Antigone?
– Antigone è un personaggio complesso che dà molti spunti. Volevo provare a essere all’altezza dell’opera ed essere più fedele possibile al testo. Dobbiamo imparare ad alzare la voce come Antigone, quando ce n’è di bisogno. I politici hanno distrutto la politica e allontanato da essa i giovani, che devono riprendere il controllo del mondo, per il loro futuro. Come? Partecipando alla res publica, alla cosa pubblica, alla democrazia oggi più che mai sotto minaccia. Lo stesso coro dei Tebani abbandona la paura per indignarsi di fronte alla morte di Euridice, Ilaria Geniatempo, ed Emone, causata dal tiranno Creonte, restituendo così il sacro alla sua sacralità. Il coro di Edipo re cercava l’autore della contaminazione, per poi trovarlo al loro interno. Probabilmente quando Sofocle nel 442 a.C. ha scritto e rappresentato per la prima volta l’Antigone ad Atene, durante le celebrazioni delle Grandi Dionisie, avrà pensato a degli avvenimenti, magari del passato, legati alla tirannide che lo hanno scosso. Se Antigone riesce a farci riflettere sulla realtà che ci circonda, sulla complessità della vita politica e sulla libertà, lo dobbiamo anche alla magistrale traduzione di Francesco Morosi.-

Premio Eschilo d’Oro 2026 a Robert Carsen per Antigone
- “Nel testo c’è già tutto” è una sua affermazione. Un regista troppo fedele al testo rischia di mettere in scena un prodotto preconfezionato? La ricerca dell’originalità fa del regista un visionario o un amante del rischio? Da che parte sta Robert Carsen?
– Il Teatro non è un mondo chiuso, al contrario è libertà, è un continuo divenire. Non esiste una verità assoluta. Ogni regista ha un modo proprio di lavorare. Io sono molto intuitivo, cerco di fare un Teatro giusto e di interpretare quello che è scritto nel testo. Ogni testo è diverso, la lirica di cui mi sono ampiamente occupato è diversa. Il Teatro greco per me era una avventura nuova che ho affrontato con curiosità, volevo solcare il mondo classico, della tragedia e imparare da questa civiltà. E’ stata una sfida. Lo spettacolo è una costruzione in fieri, quando creo tutto deve funzionare, non esistono piccole cose. All’inizio non avevo idea di fare indossare ad Antigone il vestito di Giocasta. Non sapevo nemmeno che avrei fatto la scena finale con Euridice ed Emone, entrambi cadaveri davanti a Creonte che li piange. Ascolto molto gli attori e mi piace lasciarli liberi nelle loro naturali forme espressive, dalle quali arrivano interessanti suggerimenti. Una volta stavo provando un’opera a la Scala, diretta da Riccardo Muti, e la gente non smetteva di farmi domande dettagliate su come sarebbe stata alla fine la messa in scena. Il maestro Muti disse loro di smettere di fare domande e di darmi la possibilità di sistemare le cose, dicendo: «Le prove servono a provare».
- Maestro ha ancora dei sogni?
–Ma certo che ho dei sogni. Ogni giorno tutto quello che la vita ci offre è un sogno. Gli amici, la famiglia, il lavoro, un progetto nuovo è un sogno, perché imparerò qualcosa di diverso -.

Maggio 2026, Teatro Greco, standing ovation per l’Antigone di Robert Carsen
Sulla scia dei sogni ci congediamo dal Maestro. La genialità si presenta così, in modo diretto, semplice, con l’umiltà di chi sa padroneggiare magistralmente la macchina teatrale, tanto da segnare una epifania teatrale che illumina il mondo artistico. Il rigore delle luci, che creano architetture e spazi vuoti, orientate dallo stesso regista in collaborazione con Giuseppe di Iorio, i vestiti a lutto di Luis Carvalho, i movimenti scenici del coro, diretti da Marco Berriel, che ritualizzano il dolore della guerra contrapponendosi alla rigidità del tiranno, l’onomatopea musicale di Cosmin Nicolae con i suoni amorfi della guerra, il climax, i parallelismi, le metafore, tutto è all’insegna della essenzialità, la chiave artistica della trilogia. Il tutto su uno scenario di guerra polveroso e grigio, dove Tiresia, Graziano Germano Piazza, l’indovino cieco, circondato da un coro gracchiante come uccelli, predice a Creonte l’imminente disastro, già preannunciato dal messaggero, Dario Battaglia e dalla guardia Pasquale De Filippo, quando coglie in flagrante Antigone nell’atto del seppellimento del fratello Polinice. Ma la vera lezione del Maestro passa attraverso Antigone, ossimoro vivente tra perseveranza e sventatezza, tra legge dell’uomo, nomos, e legge non scritta degli Dei, a differenza di Ismene, Mersila Sokoli, rassegnata obbedienza. E’ questa antitesi che deve indurci a riflettere, perché qualsiasi fase della storia dell’uomo ci impone di scegliere da che parte stare. E’ la stessa Antigone a infonderci una speranza per il futuro “Io non sono venuta al mondo per condividere l’odio, ma l’amore”.
E se Robert Carsen non ama definirsi, adesso siamo noi a saperne di più su di lui.
(foto di Copertina di Tommaso Le Pera)
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