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MELODIA DELL’INCOMPIUTO

Qualche sera fa, mentre assistevo ad uno spettacolo televisivo che ospita in sede stabile un talentuoso pianista jazz, è giunta la notizia della morte del celebre cantante italiano Peppino Di Capri.

Osservavo le mani del pianista. I pensieri si associavano a quelle dita incalzanti, affioranti dallo schermo; sembravano sfiorare, bianchi e neri, i nostri giorni. Riflettevo sulla nostra fragilità, sulla fine.

Quando le mani corrono veloci e precise, leggere e determinate, distinte e sinergiche, sulla lunga tastiera di un pianoforte, non è difficile sorprendersi sospesi, rapiti da pensieri, immagini, sogni, desideri che solo la musica, ora grave, ora sussurrata, riesce a suscitare e a sostenere.

Allo stesso modo, il pianista, senza spartito, legge facilmente melodie che nascono limpide e immediate in chi sa chiudere gli occhi, pronto a chinarsi, obbediente e in silente ascolto, su acque feconde che portano in superficie armonie sommerse, che solitamente abitano silenzi profondi, notti oscure, spazi illimitati, sorprese di luce.

Di fronte a ciò che è buono, dinnanzi a ciò che appaga in sovrabbondanza di bellezza e di sapore, sembra incredibile anche solo pensare, ancorché accettare, che tutto possa… finire.

L’esperienza del quotidiano ci pone frequentemente, nostro malgrado, di fronte alla misura del limite, del finito, del limitato, dell’incompleto.

Eppure, il nostro cuore, la nostra mente, i nostri passi, i nostri desideri cercano preferibilmente ciò che può durare e durare per sempre. Come mani che si muovono instancabili e creative su una tastiera abbondante di tonalità e suoni insaziabili – frammenti di tempo, di vita, di relazioni, di incontri, talora casuali, pur tuttavia familiari, intimi, amicali – gli occhi continuano a inseguire rapidi e assetati orizzonti definitivi, pieni, appaganti.

A fatica, lasciamo andare mani che ci hanno fatto conoscere tenerezza, accoglienza, custodia, protezione.

Perché? Perché interrompere? Perché lasciare che venga interrotto ciò che sembra appagare e condurre a baie sicure, dove diventa facile, anzi possibile, trovare e costruire pace…nel cuore?

A questo prepara la vita: ad ascoltare, a stupire, a tacere, ad accogliere, a lasciare, a crescere, a lasciare gli ormeggi, a prendere il largo, ad andare…a cominciare.

“…l’amore mi si offrì, e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti – scrive Edgar Lee Masters nell’”Antologia di Spoon River” – eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita. Ora so che bisogna alzare le vele e farsi portare dai venti della sorte dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può sfociare in follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vago desiderio, è una barca che anela al mare ardentemente, eppure lo teme”.

L’inquietudine resta la sorella ultima per quanti non hanno il coraggio di affrontare il mare grande e le vette alte: la vita. Non c’è fine al desiderio, al volo alto, che nasce dallo stupore silente, nell’ascolto accogliente, nella melodia eloquente. Quando si comincia ad assecondare la temerarietà di dare corpo ai desideri, di dare presente ai sogni, facilmente lo stupore comincia ad abitare spazi interiori: e tutto ciò che sembra esterno, tutti coloro che sembrano esserci strappati o che comunque sembrano allontanarsi dal nostro esserci…cominciano ad abitare proprio i nostri spazi più intimi, dove nulla e nessuno potrà mai spegnere il battito del loro cuore.

A questo siamo chiamati: a cominciare, ad andare, a portare dentro al nostro il cuore dell’altro, il cuore della vita e permettere a tutto ciò che è limitato, finito, incompleto di diventare, piuttosto, “incompiuto”, frammento di umana realtà e di una pienezza che verrà, che troverà compimento nella Vita, anzi nel Vivente.       

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Fausto Corsetti

Data:

15 Luglio 2026
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