Non era in programma un vertice storico. Era una cena NATO, una di quelle con i tovaglioli bianchi e i discorsi di circostanza. Eppure la foto che resterà di Ankara 2026 è quella: Giorgia Meloni e Donald Trump seduti uno accanto all’altra, che parlano. A lungo. Senza comunicati, senza urla, senza le barriere che negli ultimi mesi avevano alzato metà d’Europa. Alla fine la premier è uscita dalla sala e ha scelto una parola che in diplomazia vale più di un trattato: “Con il presidente Trump i rapporti sono cordiali”. Due aggettivi. Detti con calma. E dietro c’è tutto il lavoro di mesi per rimettere l’Italia al centro del tavolo che conta.
Dentro il vertice si discuteva di numeri. Trump ha ripetuto la sua tesi, quella che ripete dal primo mandato: il 2% del PIL per la difesa non basta più. Serve di più, e serve subito. Meloni ha annuito, poi ha portato i suoi di numeri. L’Italia il 2% lo ha raggiunto. Ha già scritto in legge il 2,5% per il 2028. Ma ha girato la richiesta: se dobbiamo spendere di più, decidiamo anche come. Più commesse all’industria europea, più produzione in Italia, più autonomia strategica. Non solo assegni da staccare a Washington. Il secondo tema era l’Ucraina. Lì non ci sono state divisioni. Sostegno pieno a Kiev, armi, sanzioni, ricostruzione. Ma Meloni ha spostato l’attenzione qualche centinaio di chilometri più a sud. Ha parlato di Mediterraneo, di Sahel, di Libia, di Tunisia. Ha detto che la NATO non può guardare solo a est. Che il fianco sud è sotto attacco ibrido ogni giorno: ondate migratorie usate come arma, basi russe che si allargano in Africa, la Cina che compra porti.
“La sicurezza dell’Alleanza comincia anche a Lampedusa”, è stato il senso. E Trump, che di confini e muri ne sa qualcosa, ha ascoltato.Poi c’è stato il commercio. L’elefante nella stanza. I dazi, le tensioni, l’acciaio, l’agroalimentare, il made in Italy che rischia di pagare il conto delle guerre commerciali. Non è uscito un accordo. Non era quello il luogo. Ma è uscita una promessa: tenere aperto il canale diretto. Parlare prima di colpire. Evitare che USA ed Europa si facciano del male da soli mentre gli altri guardano.Perché questa cena conta? Perché negli ultimi mesi molti leader europei hanno scelto il silenzio. Hanno delegato, hanno aspettato, hanno commentato da lontano.
Meloni ha scelto l’opposto. Si è seduta. Ha parlato. Ha portato la voce di un Paese che vuole essere alleato affidabile ma non subalterno. E Trump, che premia chi gli parla senza giri di parole, ha ricambiato con toni distesi. Nessuna punzecchiatura, nessuna uscita. Solo confronto.Il risultato non si misura in un comunicato. Il comunicato di Ankara è uguale a tutti gli altri: unità, coesione, deterrenza. Il risultato si misurerà nei prossimi mesi, quando la NATO dovrà decidere i nuovi obiettivi di spesa e soprattutto dove quei soldi andranno. Se finiranno solo in grandi sistemi americani o se una parte tornerà anche nelle fabbriche di La Spezia, di Torino, di Roma.
Se nel nuovo concetto strategico dell’Alleanza ci sarà scritto anche “Mediterraneo” con la stessa enfasi di “Baltico”.Meloni torna a Roma con poco in mano e tanto da fare. Ha in tasca la foto, ha la parola “cordiali”, ha la certezza di essere stata ascoltata. Ora deve trasformare tutto questo in influenza vera. In contratti per la difesa italiana. In più attenzione al nostro mare. In meno dazi sulle nostre imprese.La politica internazionale è fatta così: prima ti siedi, poi parli, poi ottieni. Ad Ankara è finita la prima parte. La seconda è cominciata ieri sera. La terza si gioca da oggi.
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