EX ILVA, L’ITALIA DELL’ACCIAO SI RIPRENDE TARANTO – Federacciai Sfida Jindal e Prepara la Svolta

La partita dell’ex Ilva cambia finalmente passo. Dopo anni di commissariamenti, promesse, trattative e piani industriali rimasti spesso sospesi tra Roma e Taranto, arriva una mossa concreta: Federacciai ha formalizzato la manifestazione di interesse per gli stabilimenti dell’ex Ilva insieme a quattordici imprese associate. È un passaggio ancora preliminare, non un’offerta vincolante, ma politicamente e industrialmente pesa molto. Perché per la prima volta il sistema siderurgico italiano si presenta compatto davanti alla possibilità di prendere in mano il destino di uno dei simboli più controversi dell’industria nazionale.

La cordata comprende alcuni dei nomi più importanti dell’acciaio italiano: da Arvedi a Feralpi, da Marcegaglia a Lucchini, passando per Duferco, Acciaierie Venete, Beltrame e altre realtà del settore. Non è dunque una semplice manifestazione d’interesse sulla carta, ma il tentativo di costruire una risposta italiana a una crisi che rischia di avere conseguenze ben oltre i cancelli dello stabilimento tarantino.

Il momento è delicatissimo. La decisione della Corte d’Appello di Milano sullo stop dell’area a caldo ha modificato profondamente il quadro della procedura di vendita. La cordata di Federacciai guarda infatti agli stabilimenti e alle attività che possono essere sviluppate nel nuovo scenario industriale, mentre proprio l’area a caldo di Taranto resta il nodo più complesso, per ragioni ambientali, tecniche e occupazionali.

Ed è qui che si comprende la vera portata della mossa. La manifestazione di interesse consente agli industriali di accedere alla cosiddetta data room, cioè alla grande quantità di informazioni necessarie per capire cosa ci sia realmente dentro il dossier ex Ilva: produzioni, occupazione, impianti, costi, flussi industriali e potenzialità future. Solo dopo questa fase potrà arrivare un’offerta vera e propria.

Il confronto potrebbe diventare quindi quello che molti attendevano: da una parte la proposta di Jindal, che ha confermato il proprio interesse anche dopo il nuovo scenario giudiziario; dall’altra una possibile offerta costruita dall’industria siderurgica italiana. E settembre potrebbe essere il mese decisivo per mettere finalmente le carte sul tavolo di Palazzo Chigi e consentire al Governo e ai commissari di valutare quale progetto abbia davvero le gambe per riportare Taranto a una produzione industriale sostenibile.

Ma sarebbe un errore raccontare questa vicenda soltanto come una gara tra pretendenti. In gioco non c’è semplicemente la proprietà di un impianto. C’è una parte della politica industriale italiana. L’acciaio è materia prima strategica per la manifattura, per la meccanica, per l’automotive, per le costruzioni e per una lunga filiera che attraversa il Paese. Perdere definitivamente la capacità di produrre acciaio a Taranto significherebbe rendere l’Italia più dipendente dalle importazioni proprio mentre l’Europa discute di autonomia strategica e sicurezza delle proprie catene produttive.

La cordata italiana, inoltre, porta con sé un’idea precisa: rilanciare la siderurgia attraverso un modello più moderno e progressivamente decarbonizzato, con il ruolo centrale dei forni elettrici. L’obiettivo indicato nelle scorse settimane è ambizioso: arrivare a una capacità complessiva di circa sei milioni di tonnellate tra semilavorati e prodotti finiti. Ma per farlo serviranno energia a prezzi competitivi, investimenti giganteschi, infrastrutture adeguate e soprattutto un quadro regolatorio stabile.

E qui torna la responsabilità della politica. Gli industriali possono metterci capitali, competenze e coraggio. Ma alcune condizioni non possono essere create da un consiglio di amministrazione. Servono decisioni del Governo, garanzie, tempi certi e una strategia nazionale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione. Il salvataggio dell’ex Ilva non può diventare né un assegno in bianco né l’ennesima emergenza da rinviare.

Per Taranto, per i lavoratori e per l’intera industria italiana, questa potrebbe essere finalmente la partita decisiva. Non sappiamo ancora chi vincerà. Ma una cosa è certa: dopo anni in cui l’Italia ha assistito alla crisi della propria più grande acciaieria, oggi gli italiani dell’acciaio hanno deciso di giocare la partita. E questa volta, per il futuro di Taranto, non basta più promettere: bisogna vincere.

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Anna Stella Lobello