INGEGNIERI INTROVABILI – L’industria italiana cerca competenze che non arrivano – Oltre 7mila posti difficili da coprire

Il Centro Studi CNI fotografa il divario tra domanda e offerta: su 14.200 ingegneri richiesti a metà 2026, più della metà è difficile da reperire. Per gli industriali la quota sale al 56,3%. Sotto i numeri, la sfida di formazione, orientamento e condizioni di lavoro.

Le imprese italiane cercano ingegneri, ma una parte consistente delle posizioni rischia di rimanere scoperta. A metà 2026, secondo un’analisi del Centro Studi del Consiglio nazionale degli ingegneri (CNI), oltre 7.000 professionisti risultavano difficili da reperire su un fabbisogno di 14.200 figure richieste dal sistema produttivo. Il tasso complessivo di difficoltà raggiunge il 52,5%: più di un’assunzione su due, dunque, incontra ostacoli nella ricerca del candidato. Il dato emerge da elaborazioni basate sul Sistema informativo Excelsior e restituisce un problema che riguarda da vicino la capacità dell’industria di sostenere innovazione e crescita.

La situazione cambia a seconda dell’indirizzo di specializzazione, ma resta critica in tutti i principali ambiti. Gli ingegneri industriali sono quelli per cui le imprese segnalano una difficoltà di reperimento del 56,3%, su 4.400 figure richieste. Per gli ingegneri civili la quota è del 50,9%, su 4.030 richieste; per gli ingegneri elettronici e dell’informazione raggiunge il 48%, su 3.990 posizioni. Gli altri indirizzi registrano una difficoltà del 56,8%, su 1.780 figure ricercate. Non è quindi una carenza confinata a una singola specializzazione: il disallineamento attraversa l’intero universo dell’ingegneria.

La prima distinzione da fare è tra domanda di lavoro e disponibilità di candidati. La difficoltà di reperimento non significa necessariamente che le persone selezionate siano prive delle competenze richieste. Secondo i dati richiamati dal CNI, il problema più frequente è il numero insufficiente di candidature. Una differenza importante, perché suggerisce che la risposta non possa limitarsi a corsi di aggiornamento per chi è già sul mercato: occorre anche rendere più efficaci l’orientamento scolastico, la scelta universitaria e il collegamento tra formazione e imprese.

Il fenomeno si inserisce in una trasformazione industriale che richiede professionalità capaci di operare tra automazione, progettazione, transizione energetica, digitalizzazione e gestione di sistemi complessi. Le aziende hanno bisogno di competenze tecniche sempre più articolate, mentre gli atenei devono confrontarsi con l’evoluzione delle tecnologie e dei processi produttivi. Il rischio è che il tempo necessario a formare nuove generazioni di specialisti non coincida con la velocità con cui cambiano le esigenze del mercato.

Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto alla formazione. Anche le condizioni offerte dalle imprese possono incidere sulla disponibilità dei candidati: retribuzioni, prospettive di carriera, qualità dei contratti, localizzazione delle sedi e possibilità di crescita professionale influenzano la scelta di accettare un impiego. Il CNI aveva già evidenziato, in precedenti analisi, l’importanza di un confronto più stretto tra università e sistema produttivo, oltre alla necessità di condizioni economiche adeguate alla complessità delle mansioni.

Il quadro nazionale conferma che il mismatch non riguarda soltanto l’ingegneria. Nel primo semestre del 2026, secondo il rapporto di CNEL e Unioncamere, le imprese avevano programmato 2,869 milioni di assunzioni, ma nel 44,8% dei casi prevedevano difficoltà nel reperire il personale necessario. Il problema coinvolge quindi diversi settori e si intreccia con la partecipazione al lavoro, la mobilità professionale e il potenziale inutilizzato di persone che potrebbero entrare nel mercato.

Per ridurre il divario servono interventi coordinati: orientamento scientifico già nella scuola, percorsi universitari aggiornati, formazione tecnica continua e collaborazione strutturata tra imprese e atenei. Allo stesso tempo, le aziende devono rendere le opportunità professionali più accessibili e competitive, senza dare per scontato che la disponibilità di laureati coincida con la disponibilità di candidati disposti ad accettare qualsiasi proposta.

I numeri non raccontano soltanto una difficoltà di reclutamento. Descrivono una questione strategica per la competitività italiana: senza le competenze necessarie, investimenti e innovazione rischiano di rallentare. E un Paese che cerca gli ingegneri senza riuscire a trovarli rischia, prima ancora di perdere talenti, di perdere tempo.

Fonti

  • CNI — Consiglio Nazionale degli Ingegneri;
  • UC — Unioncamere,Rapporto sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

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Giulia Angela Lorusso
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