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IL FAIR PLAY FINANZIARIO GARANTISCE DAVVERO L’EQUITA’ SPORTIVA? – La Premier e il PSG Spendono Miliardi, la Serie A può Solo Vendere per Comprare

Ad un mese circa dalla chiusura del calciomercato estivo, la sensazione generale è che ci sia una netta differenza tra il volume delle trattative e i trasferimenti reali. Arriva la conferma, inoltre, della difficoltà dei club italiani nel concretizzare affari di un certo rilievo economico. Una tendenza che testimonia la minore disponibilità finanziaria della Serie A rispetto ai top campionati esteri. Fanno eccezione, tuttavia, i trasferimenti di Gonçalo Ramos e Kolo Muani – arrivati entrambi dal PSG – passati rispettivamente al Milan per 74 milioni di euro e alla Juventus per circa 50 milioni complessivi. Due colpi importanti che, di fatto, non possono cancellare le difficoltà economiche in cui versano le squadre italiane, costrette ad accontentarsi degli ‘scarti’ (ormai a fine carriera) delle corazzate europee e a sfruttare al massimo l’ingegno dei propri dirigenti per essere ugualmente competitive.

Analizzando gli acquisti realizzati negli ultimi cinque anni dai giganti della Premier League e dal PSG (nella Ligue 1), in particolare, il gap con la Serie A diventa davvero impressionante. Nel Regno Unito, per esempio, la spesa ha raggiunto cifre inimmaginabili trascinata da ben tre squadre sopra la soglia del miliardo di euro – come il Tottenham (1,17 mld), il Manchester City (1,13 mld), il Manchester United (1,05 mld) – e da due club vicini a quel tetto come il Liverpool (941,63 mln) e l’Arsenal con 903,5 mln. Il Chelsea, invece, fa gioco a sé avendo superato addirittura i 2 mld di euro. Non da meno, in terra francese, il PSG con 968,62 mln (dati riportati da Sky Sport.it, fonte transfermarkt.it al 3 agosto 2026).

Cifre importanti e decisamente lontane dai capitali investiti dai maggiori club italiani. Nello stesso periodo, infatti, la Juventus si ferma a 628,8 mln, il Milan a 610,82 mln e il Napoli a 568,12 mln, fino ad arrivare all’Inter che ha speso appena 356,58 mln.

In questo modo diventa arduo pensare di poter vincere una competizione prestigiosa come la Champions League o la meno ricca Europa League. 

Come si fa, dunque, a competere con questi colossi?

Un freno a queste spese folli lo ha messo, indubbiamente, il comitato esecutivo UEFA nel settembre del 2009 introducendo il Fair Play Finanziario (recentemente modificato), una norma che mira – anche con le recenti modifiche – all’autosostenibilità finanziaria dei club. Ad oggi, i punti chiave di questa riforma sono essenzialmente tre: il rispetto della stabilità finanziaria (ammorbidendo il vecchio obbligo di pareggio di bilancio) che consente un deficit più flessibile, il divieto di avere debiti scaduti verso altri club o dipendenti e il limite alle spese della rosa fissato al 70% dei ricavi. Significa che una società può risultare in perdita, purché le perdite rientrino entro parametri ben definiti. Al tempo stesso, però, c’è il vincolo sulla gestione per i costi della rosa (stipendi, ammortamenti e commissioni ai procuratori) che impone l’obbligo di non spendere oltre il 70% dei ricavi. Il restante 30%, invece, dovrebbe coprire le altre spese di gestione (come le trasferte, l’affitto, la manutenzione dello stadio, etc). In questo modo dovrebbero essere scongiurati i debiti o ritardi nei pagamenti, pena sanzioni – che vanno dalle multe pecuniarie fino alla squalifica dalle competizioni europee per i casi più gravi – per le eventuali violazioni. 

Ecco perché i club, oggi, sono costretti a cedere il cartellino dei propri calciatori se vogliono acquistarne altri. Insomma, per non fare ‘il passo più lungo della gamba’ si è costretti a vendere – sia per ottenere più ricavi, sia per alleggerire il monte ingaggi – e a monitorare costantemente il proprio saldo di mercato, che è proprio la differenza fra le spese e gli incassi.

Premesso, ciò, viene spontaneo chiedersi: come mai alcune società, pur spendendo tanto e con un saldo di mercato negativo, non subiscono sanzioni? Il gioco è presto fatto. Dipende dall’ammontare dei ricavi e da come vengono registrati a bilancio.

Mentre i ricavi – plusvalenze, diritti tv, concerti internazionali ed eventi di altri sport nello stadio di proprietà – vengono messi a bilancio nell’esercizio in corso, le spese relative all’acquisto del cartellino dei singoli calciatori vengono divise per gli anni di durata dei loro contratti, purché non superino i cinque anni.  Ecco perché, in virtù di questo ammortamento pluriennale e pur avendo un disavanzo enorme, un club può rispettare i parametri Uefa e, di conseguenza, ridurre sensibilmente il rischio di sanzioni.

In definitiva, il Fair Play Finanziario ha risolto le differenze tra i singoli club? Certamente ha migliorato il sistema sotto l’aspetto dell’autosostenibilità, costringendo i club a seguire modelli sani di efficacia ed efficienza, offrendo maggiori garanzie ai tesserati e salvando tante società dal fallimento.  D’altro canto, però, le nuove regole finiscono inevitabilmente per avvantaggiare le società che già godono di fatturati immensi. In buona sostanza, chi più ricava, più spende …  e al diavolo il concetto di uguaglianza sotto l’aspetto sportivo. Del resto, garantire l’uguaglianza sportiva non è mai stato, probabilmente, un obiettivo reale della Uefa,  a dispetto del termine, ‘Fair’ (equo), abusato solo sulla carta.

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Rino Lorusso

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Data:

7 Agosto 2026
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