Israele attraversa una delle fasi più delicate della sua recente storia politica e militare. La crisi del governo di Benjamin Netanyahu si intreccia con un quadro regionale ancora instabile, segnato dalla guerra nella Striscia di Gaza, dal confronto con l’Iran e dalle tensioni lungo il confine con il Libano. Mentre sul piano interno si apre la possibilità di un cambio di leadership, sul terreno i combattimenti e le difficoltà diplomatiche continuano a condizionare il futuro del Paese.
Il principale elemento di novità arriva dalle elezioni parlamentari del 27 ottobre. Il Likud di Netanyahu si è confermato il primo partito con 27 seggi, ma il blocco che sostiene il premier ha conquistato complessivamente 53 deputati, otto in meno dei 61 necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset. Le forze di opposizione hanno raggiunto 48 seggi, mentre i partiti arabi hanno ottenuto complessivamente 19 rappresentanti, un risultato senza precedenti. La nuova distribuzione dei seggi ha quindi aperto una fase di trattative particolarmente complessa.
A emergere è soprattutto la figura di Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e principale sfidante di Netanyahu. Nelle consultazioni presidenziali, 67 parlamentari hanno indicato Eisenkot come candidato alla guida del prossimo governo, contro i 46 che hanno sostenuto l’attuale premier. Il presidente Isaac Herzog ha annunciato che domenica 8 novembre indicherà chi dovrà ricevere il mandato per tentare di formare un nuovo esecutivo. Il risultato delle consultazioni, tuttavia, non garantisce automaticamente la nascita di una maggioranza: le divergenze tra i partiti e le condizioni poste dai diversi schieramenti rendono ancora incerto il percorso. Netanyahu rimane intanto alla guida del governo uscente.
Sul fronte militare, la situazione più grave continua a riguardare Gaza. Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025 non ha prodotto una stabilizzazione definitiva. Il 2 novembre nuovi attacchi israeliani hanno provocato almeno quattro morti palestinesi, secondo il personale sanitario locale. L’esercito israeliano sostiene di colpire militanti e obiettivi legati ad Hamas, accusato di violare la tregua e di ricostituire le proprie capacità militari. Il movimento palestinese respinge queste accuse e denuncia le operazioni israeliane come violazioni dell’accordo.
Resta irrisolto soprattutto il futuro della Striscia. I negoziati non hanno ancora trovato una soluzione condivisa sul disarmo di Hamas, sul ritiro delle forze israeliane e sull’amministrazione del territorio. La maggior parte dei circa due milioni di abitanti vive in condizioni estremamente difficili, tra edifici distrutti, strutture danneggiate e sistemazioni provvisorie. La ricostruzione, prevista nel quadro diplomatico sostenuto da Washington, procede lentamente.
Un altro fronte strategico è quello iraniano. La guerra iniziata a febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani ha trasformato il confronto in una crisi regionale. Le ostilità non risultano definitivamente concluse e i tentativi diplomatici continuano a scontrarsi con profonde divergenze sul programma nucleare, sulle sanzioni e sul controllo dello Stretto di Hormuz. Il 5 novembre il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato a Mosca il responsabile iraniano Mohsen Rezaei, in un colloquio dedicato anche agli equilibri regionali e alla cooperazione bilaterale.
Rimane delicata anche la situazione in Libano, dove il confronto con Hezbollah e la presenza militare israeliana nel sud del Paese continuano a rappresentare un fattore di instabilità. Il disarmo del movimento sciita e il ritiro delle forze israeliane restano questioni controverse, senza una soluzione condivisa.
In questo scenario, il possibile cambiamento politico a Gerusalemme potrebbe incidere sulle relazioni con Washington e sulla gestione dei conflitti, ma non cancellerebbe automaticamente le cause delle tensioni. Israele si trova davanti a una doppia sfida: ricostruire un equilibrio istituzionale interno e trovare una prospettiva di sicurezza regionale che non dipenda soltanto dalla forza militare. Perché una tregua può fermare temporaneamente le armi, ma soltanto un accordo politico può impedire che tornino a parlare.
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