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LA NASCITA DELLA COSTITUZIONE – Come l’Italia, si Diede una Nuova Legge Fondamentale. E come Costruì i Pilastri  su cui Poggiare una Nuova Democrazia

La vittoria alleata con la conseguente sconfitta delle truppe germaniche e la caduta della Repubblica sociale, comportò il problema della ricostituzione dello Stato italiano. Tra l’emergenza di mille e mille problemi da affrontare, spiccava la forma monarchica che doveva essere messa in discussione e soggetta ad approvazione po­polare. E fu così. Nel 1946 una Assemblea Costituente, formata (da uomini e donne) venne eletta perché iniziasse i lavori per la promulgazione di una nuo­va Carta Costituzionale. 

C’era un Paese da ricostruire. Non solo nelle macerie materiali lasciate dalla guerra, ma nelle fondamenta stesse dello Stato.

Esistono momenti nella storia di un popolo in cui le scelte compiute in un breve arco di tempo determinano il destino di generazioni. Per l’Italia, uno di quei momenti fu il biennio 1946-1948: il periodo in cui trovò, nell’esercizio paziente e responsabile della politica democratica e di uomini di elevate qualità, la forza di darsi una nuova legge fondamentale. Una Costituzione che non nasceva dall’alto, per grazia di un sovrano, ma dalla volontà liberamente espressa di un popolo che aveva appena ritrovato il diritto di parlare.

LE RAGIONI DI UN NUOVO INIZIO: I LIMITI DELLO STATUTO ALBERTINO

Per comprendere la portata storica di quel processo costituente, occorre risalire alle origini del problema. Dal 1861, anno della proclamazione del Regno d’Italia, la vita pubblica della nazione era stata regolata dallo Statuto Albertino, la legge fondamentale che Carlo Alberto di Savoia aveva concesso ai sudditi del regno sardo-piemontese nel 1848. Quel testo era diventato la Costituzione del nuovo Stato unitario, senza alcuna ratifica popolare, semplicemente per il ruolo decisivo che il Piemonte aveva svolto nel processo risorgimentale.

Lo Statuto presentava due caratteristiche che, con il senno di poi, si rivelarono fatali.

Era anzitutto una Costituzione “ottriata”, ossia concessa dall’alto dal sovrano con un atto di volontà unilaterale, non il frutto di un patto tra il potere e la comunità dei cittadini. In secondo luogo era, come tutte le grandi carte costituzionali dell’Ottocento europeo, una Costituzione “flessibile”: poteva essere modificata dal Parlamento con le stesse procedure ordinarie con cui si approvava qualsiasi legge, e non prevedeva alcun organo deputato a verificarne il rispetto. Una debolezza strutturale che il regime seppe sfruttare con consumata abilità, svuotando progressivamente l’edificio istituzionale dello Stato liberale senza mai abbattere formalmente le mura portanti.

LA SCELTO DELLA FORMA DI STATO MEDIANTE REFERENDUM.

Quando il regime cadde, il 25 luglio 1943, era dunque chiaro che quella carta non poteva costituire il punto di ripartenza. I partiti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, concordarono con la Corona una “tregua istituzionale”: ogni decisione sul nuovo assetto dello Stato era rinviata alla fine del conflitto e sarebbe stata adottata attraverso un processo costituente autenticamente democratico. Gli italiani avrebbero scelto la forma di Stato mediante referendum e avrebbero eletto un’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Carta fondamentale.

IL 2 GIUGNO 1946: UNA DATA DOPPIA

Gli italiani erano chiamati a compiere una doppia scelta: esprimersi, con un referendum istituzionale, sulla forma di Stato -monarchia o repubblica- ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente.  

Il 2 giugno 1946 rappresentò per l’Italia una cesura profonda e, al tempo stesso, un atto di fondazione. Per la prima volta nella storia del Paese, il suffragio era universale nel senso pieno del termine: votavano anche le donne, alle quali il diritto di voto era stato finalmente riconosciuto.  Il referendum decretò la vittoria della Repubblica, sia pure con uno scarto non schiacciante, che rifletteva le persistenti divisioni del Paese. Le elezioni politiche composero un’Assemblea di 556 deputati – 573 erano previsti, ma non fu possibile votare nella provincia di Bolzano né nella circoscrizione di Trieste-Venezia Giulia-Zara, dove la piena sovranità italiana non era ancora ristabilita. Quaranta partiti si presentarono agli elettori; soltanto sedici superarono la soglia minima per ottenere rappresentanza.

L’ASSEMBLEA COSTITUENTE, che approvò la Costitu­zione entrata in vigore il l ‘gennaio 1948, era stata eletta il 2 giugno 1946. Tale Assemblea era stata prevista dal decreto-legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, convertito in legge per effetto della XV disposizione transitoria della Costituzione. Col decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, venivano emanate le norme per la ele­zione dei deputati all’Assemblea Costituente. Suc­cessivamente il decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, stabiliva il referendum po­polare per la scelta della forma istituzionale dello Stato, da tenersi contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente (2 giugno 1946). Nel citato decreto n. 151 del 1944 fu stabilito che l’Assemblea fosse sciolta di diritto il giorno dell’en­trata in vigore della nuova Costituzione e comun­que non oltre lottavo mese dalla sua prima riu­nione. Detto termine fu prorogato prima al 24 giu­gno 1947 (L. post. 21 febbraio 1947, n. 1) e succes­sivamente non oltre il 31 dicembre 1947 (L. cost. 17 giugno 1947, n. 2).

L’ASSEMBLEA CHE NE USCÌ ERA UN ORGANISMO DI STRAORDINARIA RICCHEZZA, PER COMPOSIZIONE UMANA E CULTURALE. Accanto ai grandi vecchi del liberalismo prefascista -Ivanoe Bonomi, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, testimoni viventi di un’Italia che sembrava lontana secoli- sedevano gli oppositori che avevano pagato la propria coerenza con il carcere, il confino o l’esilio: i socialisti Pietro Nenni, Lelio Basso, Sandro Pertini, uomini temprati dall’esperienza della persecuzione e della clandestinità. C’erano i giovani dirigenti democristiani destinati a segnare i decenni successivi della Repubblica -Aldo Moro e Giulio Andreotti- e il nucleo intellettuale dei cosiddetti “professorini”: Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, figure di cattolicesimo politico militante, portatrici di una visione della società e dello Stato che avrebbe lasciato tracce durature nel testo costituzionale.

E VENTUNO LE DONNE.

Il diritto del voto alle donne è stata una grande conquista stabilita con il decreto del 10 marzo 1946 che permise alle donne con almeno 25 anni di età di poter eleggere e essere elette alle prime elezioni amministrative postbelliche.  La loro presenza non era né ornamentale né marginale: molte di esse venivano dall’esperienza della Resistenza armata e clandestina, e portarono in Assemblea una prospettiva e una sensibilità che arricchirono il dibattito in misura ancora oggi non del tutto adeguatamente riconosciuta. Tra loro spiccano la comunista Nilde Iotti, destinata a diventare decenni dopo la prima donna presidente della Camera dei Deputati, e la socialista Lina Merlin, la cui battaglia per i diritti delle donne avrebbe trovato espressione in importanti conquiste legislative della prima Repubblica.

Un equilibrio difficile: le forze politiche e il compromesso costituente.  L’Assemblea Costituente rispecchiava fedelmente la geografia politica del Paese, dominata da tre grandi partiti di massa che, pur avendo condiviso la stagione della Resistenza e della lotta antifascista, si collocavano su posizioni profondamente diverse sotto quasi ogni profilo rilevante. La Democrazia Cristiana, vincitrice delle elezioni con oltre il 35%.  Il Partito Socialista, secondo con circa il 20% dei voti, e il Partito Comunista, terzo con circa il 18%. In agone anche Liberali e repubblicani, difensori di una più ortodossa economia di mercato e di un laicismo di lunga tradizione risorgimentale, raggiungevano insieme a fatica il 10% dei consensi.

La presidenza dell’Assemblea fu affidata al socialista Giuseppe Saragat; nell’Ufficio di presidenza sedevano il comunista Umberto Terracini -che avrebbe sostituito Saragat alla presidenza l’8 febbraio 1947- il repubblicano Giovanni Conti e il democristiano Fausto Pecorari, tutti e tre scelti deliberatamente per la loro riconosciuta indipendenza dalle linee ufficiali dei rispettivi partiti, e quindi nella condizione migliore per favorire il dialogo tra le diverse anime dell’Assemblea.

IL CANTIERE DELLA COSTITUZIONE: METODO E STRUTTURA DEI LAVORI

Il metodo di lavoro adottato dall’Assemblea fu insieme rigoroso ed efficiente.

Il 15 luglio 1946 venne nominata una Commissione per la Costituzione composta da 75 deputati -presto nota come “Commissione dei 75”- presieduta da Meuccio Ruini, giurista e uomo politico di formazione liberale. Su proposta di Giuseppe Dossetti, la Commissione si articolò in tre sottocommissioni, ciascuna dedicata a un nucleo tematico distinto: la prima, presieduta dal democristiano Umberto Tupini, si occupò dei diritti e doveri dei cittadini; la seconda, affidata al comunista Umberto Terracini, dell’organizzazione costituzionale dello Stato; la terza, presieduta dal socialista Gustavo Ghidini, dei lineamenti economici e sociali. Dal 26 luglio 1946 le tre sottocommissioni lavorarono in parallelo, producendo altrettanti testi che il 29 novembre successivo un “Comitato di redazione” – composto da 18 membri e noto appunto come “Comitato dei 18”- raccolse in una bozza organica e coordinata. Il progetto così elaborato fu presentato all’Assemblea plenaria l’8 febbraio 1947 e discusso articolo per articolo nei mesi successivi, in un confronto che fu talora aspro ma sempre rispettoso delle regole del dibattito democratico. Il testo definitivo fu approvato il 22 dicembre 1947 con 453 voti favorevoli e 62 contrari, questi ultimi provenienti dalle file della destra liberale, monarchica e qualunquista. Il 27 dicembre il Capo provvisorio dello Stato, il liberale Enrico de Nicola, procedette alla promulgazione. Il 1° gennaio 1948 la Costituzione della Repubblica Italiana entrava in vigore, chiudendo un ciclo e aprendo un’epoca.

UN’ASSEMBLEA, MOLTI I COMPITI

Merita sottolineare che l’Assemblea Costituente non si limitò al compito per cui era stata convocata.

Nei quasi due anni della propria vita svolse anche le funzioni di assemblea parlamentare ordinaria, adottando atti di primaria importanza per la vita del Paese: ratificò il trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947 e che sanciva, con clausole durissime, la fine della guerra per l’Italia; approvò le leggi di bilancio del 1947 e del 1948; accordò la fiducia a tre successivi governi presieduti da Alcide De Gasperi. Fu, in altri termini, sia il laboratorio in cui si forgiava il futuro sia il governo provvisorio di un presente difficilissimo.

UNA SCELTA CARICA DI RESPONSABILITÀ.

Senz’altro, ma la strada giusta in un momento di stallo che richiedeva metodo.

Fu una scelta di straordinaria consapevolezza giuridica e politica, maturata da donne e uomini che avevano visto con i propri occhi – e spesso pagato sulla propria pelle – cosa accade quando una legge fondamentale è priva di garanzie reali contro chi voglia piegarla ai propri fini. Convinti che “… gli ordini sbagliati non si eseguono”. Veterani oReduci  dalla Resistenza che avevano imparato, nel modo più duro che le Costituzioni non si difendono da sole: hanno bisogno di norme rigide, di organi di garanzia, di una cultura civica diffusa che ne riconosca il valore. E queste consapevolezze, tradotte in articoli, paragrafi e commi, costituiscono ancora oggi il cuore pulsante della Repubblica italiana.

CONCLUSIONE: UN PATTO ANCORA IN VIGORE

Settantasei anni dopo la sua entrata in vigore, la Costituzione del 1948 è ancora il patto fondativo della convivenza italiana. Nata da un compromesso – quello tra culture politiche profondamente diverse, unite dalla comune esperienza della lotta antifascista e dal comune rifiuto della dittatura- essa porta in sé le tracce di quella pluralità: la tensione tra libertà individuale e solidarietà sociale, tra laicità dello Stato e riconoscimento del ruolo della Chiesa, tra unità nazionale e autonomia delle comunità locali. Tensioni che non sono debolezze, ma ricchezze: il segno di una carta nata dal dialogo e non dall’imposizione, dal confronto e non dalla resa.

Chi vuole capire l’Italia di oggi non può fare a meno di tornare a quei 139 articoli. Perché lì, in quella scrittura misurata e lungimirante, c’è ancora molto di quello che siamo – e, forse, di quello che potremmo ancora diventare.

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Giancarlo Giulio Martini

Data:

29 Maggio 2026
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